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Le malattie esantematiche

Cosa sono?
Le malattie esantematiche sono malattie infettive. Si manifestano con la comparsa di un esantema, cioè un’eruzione cutanea che è variabile: puntiformi o papulose che si presentano prima in sedi specifiche e poi si diffondono su tutto il corpo. La malattia è infettiva e spesso smette di essrelo proprio con la comparda comparsa dell’eruzione cutanea.

Quali sono?

  • il morbillo

  • la parotite

  • la pertosse

  • la rosolia

  • la scarlattina

  • la quarta malattia (Scarlattina abortiva)

  • la quinta malattia (Megaloeritema)

  • la sesta malattia (Esantema critico

  • la Malattia mano-piede-bocca

  • la Mononucleosi infettiva

Ambiente e creatività.

Per stimolare la creatività un posto vale l’altro? Quanto impatta sui bambini lo spazio che in cui li invitiamo a muoversi?

Il tempo e lo spazio che ci concediamo per fare dei lavori creativi sono di importanza fondamentale. Troppo spesso chiediamo ai bambini e alla bambine delle performance o degli sforzi senza badare all’ambiente e alle condizioni che prepariamo loro. Un ‘posto vale l’altro’ ‘Basta che i bambini siano sereni’ è quello che più spesso mi sento dire, ed è vero…fino ad un certo punto! Il dinamismo spaziale (come riesco a muovermi in un ambiente) del bambino determina la sua esperienza: c’ è una stretta correlazione tra contesto e gesto creativo.
Sempre prima invitiamo i bambini a lasciare le attività manuali per quelle cerebrali. Sempre prima proponiamo un modo di lavorare statico e controllato.
E questo avviene sia in ambienti convenzionali (come la scuola) che non convenzionali (come i laboratori creativi).
Trovo che tante esperienze non siano allineate, né per contenuti, né per elaborazione, all’idea di sviluppo equilibrato della creatività. Dove per creatività non intendo la propensione a fare un disegno o di utilizzare delle tecniche. Non solo. Ma intendo la capacità di connettere informazioni e saperi per un uso espressivo del proprio sentire. Per tradurla in altri termini: sono convinta che un bambino esprima la sua creatività non solo manifestando il talento, per esempio in pittura, ma anche rispondendo nella maniera
personale ad uno stimolo esterno, per esempio superando la paura del buio ricorrendo ad un peluche. Tempo fa insieme ad una collega che si occupava di danza, ci siamo trovate a vivere una situazione felice di sperimentazione lavorando in un ambiente familiare a tanti bambini, ma vissuto in modo informale, in maniera continuativa e libera. Sono episodi rari e felici.

E’ facile realizzare un ambiente stimolante?
Detto questo ho la convinzione che non sia facile realizzare un ambiente fruttuoso e stimolante per tutti i bambini e ovunque si voglia. Esistono dei confini e delle regole precisi: alcuni possono essere superati solo con la buona volontà, per altri occorrono condizioni al contesto specifiche e spazi adatti. A 25 bambini non posso proporre una lezione dinamica se sono in un aula di 35mq. Inoltre credo che non tutti possano improvvisarsi esperti di un settore che non conoscono. Impossibile avere una scuola che possa provvedere all’educazione artistica, musicale, corporea come provvede all’educazione delle materie classiche. Concordo, è impossibile, anche se nella nuoa riforma mi è
sembrato di intravedere attenzione a questi argomenti. Perché bisognerebbe avere a disposizione il triplo del tempo, competenze diversificate e strumenti particolari. Il problema è che non ci sono spazi neanche fuori la scuola dove tutto questo possa avvenire, ma per altri motivi: il tempo, i costi, l’interesse.

Che fare allora?
Innanzitutto porsi la questione.
1- Essere consapevoli che i bambini esprimono molto meno del loro potenziale, perché non esistono contesti che li stimolino su più livelli contemporaneamente.
2- Programmare delle esperienze multiple ed interdisciplinari, contaminando settori come la danza, arti visive e musica.
3- Avviare un’inchiesta per capire le maggiori carenze in rapporto alle esigenze dei più piccoli e delineare un protocollo quantitativo e qualitativo di esperienze
creative diffuse.
Chi dovrebbe occuparsi di questo? Tutti coloro che lavorano o hanno a che fare con i bambini: insegnanti, educatori, animatori, operatori, dirigenti, genitori.
Tante attenzioni con i bambini non vengono attivate, perché non ci si immagina neanche che possa essere diverso da come si è sempre fatto. Per fortuna non è così!

Leontina Sorrentino
www.didatticaartebambini.it – leontina@didatticaartebambini.it

Dire di no ai bambini: quando, perché, come.

STABILIRE LIMITI (estratto dal libro: “GENITORI CHE AVVENTURA! PRINCIPI PRATICI PER EDUCARE I FIGLI“, edizioni San Paolo, autrice Sofia Mattessich)

Circa all’età di un anno diventa necessario dire al bambino i primi “no” e cominciare così a stabilire dei limiti; di frequente i genitori esitano a farlo, un po’ per stanchezza – cedere a qualunque desiderio del figlio può sembrare in un primo tempo più facile che opporvisi –, un po’ perché desiderano non farlo soffrire.
Innanzitutto, è necessario distinguere i bisogni del bambino – esigenze che vanno soddisfatte – dai suoi desideri – che non è detto vadano esauditi. Per esempio, può darsi che un figlio, in seguito a un trasloco o a un altro cambiamento nella sua vita, richieda maggiormente la vicinanza dei genitori; sarebbe opportuno, in questo caso, che la sua esigenza venisse riconosciuta e in qualche misura soddisfatta nel periodo necessario al bambino per adattarsi. È diverso, invece, il caso di un figlio che desidera sempre addormentarsi con il genitore accanto al suo letto: si tratta di un desiderio al quale può essere bene dire “no”.
Il “no” detto con affetto, calma e fermezza è salutare; i limiti imposti al bambino devono essere stabili e coerenti (il più possibile condivisi da tutti coloro che si occupano di lui), in modo che egli abbia chiaro ciò che è permesso e ciò che è proibito. Il bambino che riesce ad averla vinta con un genitore, può esprimere un senso di trionfo in un primo momento, ma in realtà il fatto di riuscire a dominare l’adulto che si occupa di lui, di sentirsene più potente, gli trasmette insicurezza e ansia: il piccolo si sente in balìa dei suoi desideri e delle sue emozioni, senza che vi sia un adulto forte che sappia arginarli – adulto forte che dopo qualche anno il bimbo interiorizzerebbe come un’istanza mentale che gli permette di autoregolarsi. In altre parole, l’adulto che pone dei limiti – ripeto: con affetto, calma e fermezza – contribuisce a strutturare la personalità del bambino, in modo che un domani sarà lui capace di dirsi autonomamente, per esempio: “No, adesso non posso giocare, perché prima devo finire i compiti”.
Di fronte al “no”, il bambino sperimenta frustrazione e può darsi che provi rabbia; lasciamogliela esprimere, ma secondo modalità socialmente accettabili: per esempio, non accettiamo che ci prenda a calci, ma accettiamo che pesti i piedi per terra. L’esperienza della frustrazione rappresenta per il piccolo un’opportunità essenziale di imparare a far fronte alle difficoltà e di rafforzarsi. I bambini che vedono soddisfatti tutti i loro capricci non crescono felici, ma fragili.
Quando diciamo “no” a un desiderio di nostro figlio o vogliamo sgridarlo per qualche motivo, dobbiamo osservare tre passi: 1) esprimere comprensione per il suo desiderio e i suoi sentimenti; 2) mostrargli però le esigenze della realtà; 3) dargli sostegno e valorizzarlo. Per esempio, potremmo dire: “(1) Capisco che vorresti restare qui al parco a giocare con i tuoi amici e che ti dispiace dover tornare a casa, (2) ma dobbiamo rientrare, perché devo preparare la cena; (3) [quando il bambino acconsente, seppur sbuffando] bravo, ero certa che avresti capito”. Oppure: “(1) Capisco che sei arrabbiato perché quel bambino è salito sulla tua bici senza permesso, (2) ma non bisogna mai dare gli spintoni: devi chiedergli ‘puoi scendere dalla mia bici?’; (3) capita a tutti di sbagliare: sono certa che la prossima volta saprai fare meglio”. In questo modo il bambino non percepisce un genitore “cattivo” che proibisce e sgrida, ma un genitore che (1) lo capisce e (2) gli indica le esigenze della realtà che comportano anche frustrazioni – frustrazioni alle quali (3) egli è in grado di far fronte.

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Sofia Mattessich “Genitori che avventura! Principi pratici per educare i figli”

Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2013, pp. 50, € 7.00 (e-book: € 2.99)

Sofia Mattessich

Genitori che avventura! Principi pratici per educare i figli.

Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2013, pp. 50, € 7.00 (e-book: € 2.99)

Capita di sovente, al termine di un incontro di formazione per genitori, di sentirsi rivolgere la richiesta di indicazioni bibliografiche valide e spendibili Non è facile fornire risposte adeguate. Non perché manchino i titoli: la letteratura al riguardo è abbastanza abbondante. Il problema sta piuttosto nel trovare testi che uniscano l’immediatezza della comunicazione ad una sufficiente dose di profondità.

Sono ovviamente da evitare quei manualetti che pretendono di impartire “istruzioni per l’uso” al genitore fornendo facili ricette da applicare ciecamente. Appare evidente che in un campo così delicato, che mette in gioco la peculiarità e l’unicità del rapporto genitore-figlio, l’unica via praticabile sia quella di proporre un “metodo”, e quindi un atteggiamento, uno stile operativo capace di generare scelte autonome, da incarnare nelle situazioni specifiche che si presentano nella vita quotidiana.

Ma trasmettere un metodo non è cosa semplice. I testi metodologici (un esempio fra tutti : “Genitori efficaci” di Thomas Gordon) risultano spesso difficili da assimilare per un genitore che non abbia una cultura specialistica, e che non sia avvezzo ai linguaggi delle scienze dell’educazione.

E’ a partire da queste considerazioni che ho letto con curiosità, e poi con crescente attenzione, il piccolo libro di Sofia Mattessich, psicologa specializzata nell’area dello sviluppo di bambini e adolescenti.

Il testo ha il pregio della brevità, e insieme della chiarezza espositiva. Attraverso alcune parole-chiave (relazione, conoscenza, limiti, autostima…) e con esempi pratici tratti dalla vita familiare conduce il lettore ad immedesimarsi in uno sguardo, a fare propri gesti e strategie che – lo si può leggere tra le righe – riconducono ad una precisa visione psicopedagogica dell’educazione e del ruolo genitoriale.

La centralità dell’ascolto, della relazione affettiva, l’importanza dell’empatia (“mettersi nei suoi panni”), la gestione dei limiti e delle emozioni, la correzione orientata sempre all’incoraggiamento, la promozione dell’assertività, il sostegno dell’autostima… Sono tutti “principi”, non enunciati in modo astratto, ma documentati in azioni concrete, che si rifanno ad un modello che pone al centro il bambino, la sua vita emotiva, la sue esigenze, mettendo in discussione le pretese dell’adulto, le sue aspettative spesso esorbitanti, le sue ansie prestazionali.

Colpisce, nelle modalità espositive dell’autrice, lo sforzo costante di evidenziare il “rovescio positivo” di ogni situazione, di ogni intervento educativo. Anche l’uso dei “no”, la correzione, la gestione delle rabbie, il richiamo alle regole vengono riproposti in chiave affettiva, con una cura costante ad evitare gesti di squalifica e di disconferma, a trasmettere al figlio stima e comprensione, a privilegiare i “comandi positivi” rispetto alle critiche e alle proibizioni.

Leggere queste pagine significa fare un piccolo percorso, prendendo le distanze dall’immagine del “figlio ideale”, per “riconoscere e valorizzare il figlio reale, quale egli è, con le sue qualità e i suoi limiti”.

Luigi Regoliosi (Docente Facoltà Scienze dell’Educazione, Università Cattolica di Brescia)

I diritti dei bambini all’arte e alla cultura. A cura di Leontina Sorrentino.

Sapevate che esiste una Carta dei Diritti dei bambini all’arte e alla cultura?

Come nasce? Che cos’è? Ecco tutte le informazioni, gli articoli e il perché fa bene leggerla.

“Noi commettiamo molti sbagli e molti errori, ma il più grande delitto che possiamo commettere è quello di trascurare i bambini, la nostra fonte di vita. Molte cose di cui abbiamo bisogno possono aspettare. Il bambino non può aspettare. Ad ogni istante che passa le sue ossa si formano, si forma il suo sangue, si sviluppano i suoi sensi. A lui non possiamo rispondere ‘domani’. Il suo nome è ‘oggi’” G.Mistral

La Carta dei Diritti dei Bambini all’Arte e alla Cultura nasce nel 2009 da un’idea di Testoni Ragazzi-La Baracca ed è l’esempio riuscito di una politica bottom-up. Il progetto è durato due anni ed ha coinvolto educatori, genitori, dirigenti scolastici, insegnanti, ovvero persone che quotidianamente lavorano e si interfacciano con bambini e ragazzi si confrontano su temi e questioni fondamentali. E’ emerso un documento tanto valido da ottenere riconoscimenti formali dalle più alte cariche istituzionali sia italiane che europee. 18 sono gli articoli contenuti. 22 gli illustratori coinvolti. 30 gli anni da cui il gruppo promotore si occupa di teatro per l’infanzia e per la gioventù. E 27 sono le lingue in cui è stata tradotta. Ogni articolo enuncia un principio semplice ma non scontato, indica una via democratica, che rispetta le pluralità, che focalizza l’attenzione su temi vitali, che stigmatizza principi universali, che concerta posizioni differenti. Vale davvero la pena approfondire l’argomento, perché tanto ci si può ancora lavorare – come affermano nella prefazione gli stessi promotori – ma senza dubbio quanto dichiarato è insindacabile. Molti intellettuali, artisti, scrittori e personalità hanno aderito alla Carta dei Diritti dei Bambini all’Arte e alla Cultura. L’iniziativa continua ad essere in atto e, sul sito dedicato. Qualunque cittadino ha la possibilità di avallare il documento sottoscrivendolo. Io l’ho fatto. Perché ciascun bambino ha i suoi diritti, anche in tema di arte e di cultura.

 

 

OGNI BAMBINO HA DIRITTO:
1. Ad avvicinarsi all’arte, in tutte le sue forme: teatro, musica, danza, letteratura, poesia, cinema, arti visuali e multimediali.
2. A sperimentare i linguaggi artistici in quanto anch’essi “saperi fondamentali”
3. A essere parte di processi artistici che nutrano la loro intelligenza emotiva e li aiutino a sviluppare, in modo armonico, sensibilità e competenze.
4. A sviluppare, attraverso il rapporto con le arti, l’intelligenza corporea, semantica, iconica.
5. A godere di prodotti artistici di qualità, creati per loro appositamente da professionisti, nel rispetto delle diverse età.
6. Ad avere un rapporto con l’arte e la cultura senza essere trattati da “consumatori”, ma da “soggetti” competenti e sensibili.
7. A frequentare le istituzioni artistiche e culturali della città, sia con la famiglia che con la scuola, per scoprire e vivere ciò che il territorio offre.
8. A partecipare a eventi artistici e culturali con continuità, e non saltuariamente, durante la loro vita scolastica e prescolastica.
9. A condividere con la famiglia il piacere di un’esperienza artistica.
10. Ad avere un sistema integrato tra scuola e istituzioni artistiche e culturali, perché solo un’osmosi continua può offrire una cultura viva.
11. A frequentare musei, teatri, biblioteche, cinema, e altri luoghi di cultura e di spettacolo, insieme ai propri compagni di scuola.
12. A vivere esperienze artistiche e culturali accompagnati dai propri insegnanti, quali mediatori necessari per sostenere e valorizzare le loro percezioni.
13. A una cultura laica, nel rispetto di ogni identità e differenza.
14. All’integrazione, se migranti, attraverso la conoscenza e la condivisione del patrimonio artistico e culturale della comunità in cui vivono.
15. A progetti artistici e culturali pensati nella considerazione delle diverse età.
16. A luoghi ideati e strutturati per accoglierli nelle loro diverse età.
17. A frequentare una scuola che sia reale via d’accesso a una cultura diffusa e pubblica.
18. A poter partecipare alle proposte artistiche e culturali della città indipendentemente dalle condizioni sociali ed economiche di appartenenza, perché tutti i bambini hanno diritto all’arte e alla cultura.

Perché leggere la Carta dei Diritti dei Bambini all’Arte e alla Cultura:

– Riconosce ai bambini una dimensione privilegiata e fattiva ponendoli al centro della fruizione e dell’agire culturale.
– Ogni articolo enunciato fa riflettere sfociando su questioni etiche, di opportunità operative o culturali.
– Ha un formato quadrato, una grafica chiara e lineare con pagine sufficientemente grandi per godere delle splendide opere degli illustratori partecipanti
– E’ un esempio di progetto che parte e si afferma dal basso e poi viene riconosciuta dai vertici istituzionali.
– Impone dei sani interrogativi sul ruolo dell’adulto come educatore e sulle opportunità che possiamo creare per agevolare un certo tipo di esperienze.
– E’ bello da guardare anche insieme ai bambini per usarlo come pretesto per confrontarsi, scambiarsi opinioni e dialogare.
– Ispira immagini suggestive che si possono sottoporre all’attenzione dei bambini e provare a ricrearne di proprie.

Leontina Sorrentino

www.didatticaartebambini.it

 

 

I bambini in Italia: non solo numeri

Si conferma il trend negativo delle nascite in Italia anche per il 2013: è una delle notizie diffuse dai media in chiusura di anno su dati ISTAT preliminari. I nati in Italia nel 2013 sono oltre 22.000 in meno del 2012, il 4% circa, e quasi 60.000 in meno rispetto al 2009. Sebbene i dati siano ricavati dalla proiezione del 60% circa dei nati dell’anno, il fenomeno merita maggiore attenzione sia da parte della comunità scientifica e sia della istituzioni. È infatti un segnale ulteriore del progressivo invecchiamento della popolazione residente nel nostro Paese, già oggi intorno a numeri allarmanti: per ogni 100 soggetti sotto i 14 anni sono oggi 150 gli over 65 anni, a fronte dei 112 degli anni ’90.

Diversi fattori stanno alla base del fenomeno, ormai noto da molti anni, che colpisce in modo generalizzato tutte le regioni del nostro Paese, dal nord al sud, sia pure con alcune differenze geografiche. I capoluoghi e le città metropolitane sono meno interessate della provincia e solo a Roma e Milano si sono registrati nel 2013 dati in controtendenza, per una ripresa del fenomeno migratorio interno dal sud al nord, dalla provincia alle città metropolitane.

La crisi economica, la difficoltà di portare avanti una gravidanza e far crescere bene i figli in situazioni di incertezza e di instabilità, i trend in aumento di disoccupazione e di povertà sono fenomeni che preoccupano sempre di più e che incidono nel calo progressivo della natalità. Anche l’aumento del numero di bambini al di fuori del matrimonio, stimato nell’ordine del 25-30% del totale, il triplo rispetto al dato del 2000, è il frutto dello stesso sfavorevole contesto sociale e d economico che penalizza la famiglia e la natalità.

Il numero elevato di nati da genitori stranieri, che ormai si colloca intorno al 20%, non riesce più a compensare il tasso di denatalità della nostra popolazione, anche per la tendenza delle donne migranti a ridurre il numero di figli (da 2,4 figli per donna straniera nel 2005 al 2,0 stimato del 2013). Una delle risposte a queste tendenze sociodemografiche può venire dalla maggiore integrazione della popolazione straniera nella società italiana. Indipendentemente dalle convinzioni politiche o ideologiche di ciascuno, è difficile nella realtà globalizzata di oggi negare a chi nasce o cresce in Italia il diritto di sentirsi e di dichiararsi italiano. Il problema semmai è un altro: essere sicuri che l’integrazione sia effettiva e non una dichiarazione finalizzata in modo esclusivo a garantire i benefici giuridici e amministrativi. In questa nostra epoca la società multiculturale e multietnica deve diventare un valore positivo, deve essere occasione di crescita e di sviluppo. Ai bambini e ai ragazzi con genitori stranieri bisogna garantire diritti elementari e prospettive di vita e di salute pari a quelle dei bambini e dei ragazzi italiani. In questo anno che comincia la Società Italiana di Pediatria vuole impegnarsi su questo fronte coinvolgendo tutte le realtà scientifiche e associative che ruotano intorno al bambino e alla Pediatria italiana.

Giovanni Corsello
Presidente SIP (dal sito www.sip.it)