Pensieri su cui ragionare…

Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.
In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare…. A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E’ un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco.
Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù…”

[Pier Paolo Pasolini]

Ci sarà… by nonna Tella

Quando ero piccola e la mamma mi leggeva una favola iniziava sempre con: “C’era una volta…in un paese lontano…”

Il sogno iniziava e…ogni cosa diventava grande, lontana e… misteriosa.

La mia favola non comincerà affatto così!

Ma…

Ci sarà un giorno, fra molti e molti anni, in un paese che non ha un nome definito, ma ogni abitante lo definisce come più gli aggrada, un uomo felice. Veramente felice.

I suoi occhi avranno il colore del mare sereno, senza increspature né onde pericolose, talmente azzurri da perdere la definizione di azzurro per arrivare ad essere pura sensazione di colore. I capelli saranno neri, ma neri come le piume dei corvi e avranno il profumo del sole e della terra. L’aspetto sarà di una persona semplice ma la sua voce sarà sicura e rassicurante.

Il pregio maggiore di questa persona sarà sicuramente il saper leggere i pensieri dei bambini così saprà sempre distinguere il dolore dal capriccio. Un bel giorno questo signore, che chiameremo solo col suo nome di battesimo: Filippo, diventerà maestro ed insegnerà in una scuola elementare. Una scuola del futuro, dove non ci saranno solo i quaderni e le matite colorate, non ci saranno solo computer parlanti e robot comandati dal suono della voce ma… stupendi e lussureggianti giardini. Piante e fiori scintilleranno per i riflessi del sole in un cielo talmente pulito da farci credere che da molti anni l’uomo non inquina e rispetta il mondo in cui vive. Nel giardino di ogni scuola ci sarà una fontana e dentro tanti pesci di ogni colore. D’inverno, quando tutto diventerà bianco di neve e la fontana sarà gelata, i bambini pattineranno e giocheranno a scivolare sul ghiaccio. La serenità, la felicità faranno sì che i bambini impareranno molte cose e…siccome si capiranno sempre, qualunque lingua ognuno di loro parlerà, si vorranno bene. Anche i loro genitori avranno imparato a volersi bene e a cercare di capire prima di prendere posizione… Il maestro dagli occhi azzurri saprà insegnare loro a leggere col cuore e a vedere ogni cosa per quello che è. Insegnerà loro ad usare ogni tecnologia e a non essere mai usati da nessuno…

Caro Francesco, ci sarà un giorno, fra molti anni , un mondo proprio come tu desideri… Se da oggi inizierai a pensarlo.

[by Donatella]

Melody e il mondo di Armonia

Melody e il mondo di Armonia, una fiaba avventurosa fra i segreti della musica.

Rudy Mentale, autore reggiano, pubblica Melody e il mondo di Armonia, una fiaba nata dalla collaborazione con l’illustratore Ro Marcenaro.
Ricca di episodi avventurosi, la fiaba ha lo scopo principale di avvicinare i bambini alla musica, facendoli divertire nella esilarante scoperta di fantastici personaggi.

Concetti come Maggiore, Minore, Diminuito, Intervallo, Intonazione non saranno più un mistero per i piccoli lettori e tutto questo grazie ai protagonisti di questa fiaba: Musico, Polifonio, i gemelli Swing, Ritmo, I briganti andanti e tanti altri ancora condurranno la curiosità dei bambini nel misterioso e affascinante mondo della musica, il mondo di Armonia.

Presentato una prima volta nel 2014 nella modalità self publishing, ora Rudy Mentale pubblica questo racconto con Cerebro Editore di Milano.
La copertina è stata disegnata dal famoso illustratore Ro Marcenaro con il quale l’autore condivide il progetto futuro di realizzare una versione fumetto della fiaba. Una storia avvincente che, per il suo contenuto didattico, meriterebbe anche il grande schermo come cartone animato.

Melody e il mondo di Armonia conta 190 pagine, tutte da godere.
Distribuito da Fastbook, Libri diffusi e Cento libri, è prenotabile in qualunque libreria ed è reperibile in rete, sia in carta che in digitale, su tutti i siti più importanti, tra cui Amazon e Ibs.

Tutte le informazioni sul sito di Rudy Mentale: www.rudymentale.it
Email: rudy.mentale@yahoo.com
Tel: 3487473472

Il Piccolo Principe [Antoine de Saint-Exupéry] cap. 14°

CAPITOLO XIV

Il quinto pianeta era molto strano.
Vi era appena il posto per sistemare un lampione e l’uomo che l’accendeva.
Il piccolo principe non riusciva a spiegarsi a che potessero servire, spersi nel cielo, si di un pianeta senza case, senza abitanti, un lampione e il lampionaio.
Eppure si disse:
“Forse quest’uomo e’ veramente assurdo. Pero’ e’ meno assurdo del re, del vanitoso, dell’uomo d’affari e dell’ubriacone. Almeno il suo lavoro ha un senso. Questo accende il suo lampione, e’ come se facesse nascere una stella in piu’, o un fiore. Quando lo spegne addormenta il fiore o la stella. E’ una bellissima occupazione, ed e’ veramente utile, perche’ e’ bella”.
Salendo sul pianeta saluto’ rispettosamente l’uomo:
“Buon giorno. Perche’ spegni il tuo lampione?”
“E’ la consegna” rispose il lampionaio. “Buon giorno”.
“Che cos’e’ la consegna?”
“E’ di spegnere il mio lampione. Buona sera”.
E lo riaccese.
“E adesso perche’ lo riaccendi?”
“E’ la consegna”.
“Non capisco”, disse il piccolo principe.
“Non c’e’ nulla da capire”, disse l’uomo, “la consegna e’ la consegna. Buon giorno”. E spense il lampione.
Poi si asciugo’ la fronte con un fazzoletto a quadri rossi.
“Faccio un mestiere terribile. Una volta era ragionevole. Accendevo al mattino e spegnevo alla sera, e avevo il resto del giorno per riposarmi e il resto della notte per dormire…””

“E dopo di allora e’ cambiata la consegna?”
“La consegna non e’ cambiata”, disse il lampionaio, “e’ proprio questo il dramma. Il pianeta di anno in anno ha girato sempre piu’ in fretta e la consegna non e’ stata cambiata!”
“Ebbene?” disse il piccolo principe.
“Ebbene, ora che fa un giro al minuto, non ho piu’ un secondo di riposo. Accendo e spengo una volta al minuto!”
“E’ divertente! I giorni da te durano un minuto!”
“Non e’ per nulla divertente”, disse l’uomo.
“Lo sai che stiamo parlando da un mese?”
“Da un mese?”
“Si. Trenta minuti: trenta giorni!. Buona sera”.
E riaccese il suo lampione.
Il piccolo principe lo guardo’ e senti’ improvvisamente di amare questo uomo che era cosi’ fedele alla sua consegna. Si ricordo’ dei tramonti che lui stesso una volta andava a cercare, spostando la sua sedia. E volle aiutare il suo amico:
“Sai … conosco un modo per riposarti quando vorrai …”
“Lo vorrei sempre”, disse l’uomo.
Perche’ si puo’ essere nello stesso tempo fedeli e pigri.
E il piccolo principe continuo’:
“Il tuo pianeta e’ cosi’ piccolo che in tre passi ne puoi fare il giro. Non hai che da camminare abbastanza lentamente per rimanere sempre al sole. Quando vorrai riposarti camminerai e il giorno durera’ finche’ tu vorrai”.
“Non mi serve a molto”, disse l’uomo. “Cio’ che desidero soprattutto nella vita e’ di dormire”.
“Non hai fortuna”, disse il piccolo principe.
“Non ho fortuna”, rispose l’uomo. “Buon giorno”.
E spense il suo lampione.
Quest’uomo, si disse il piccolo principe, continuando il suo viaggio, quest’uomo sarebbe disprezzato da tutti gli altri , dal re, dal vanitoso, dall’ubriacone, dall’uomo d’affari. Tuttavia e’ il solo che non mi sembri ridicolo. Forse perche’ si occupa di altro che non di se stesso.
Ebbe un sospiro di rammarico e si disse ancora:
Questo e’ il solo di cui avrei potuto farmi un amico. Ma il suo pianeta e’ veramente troppo piccolo non c’e’ posto per due…
Quello che il piccolo principe non osava confessare a se stesso, era che di questo pianeta benedetto rimpiangeva soprattutto i millequattrocentoquaranta tramonti nelle ventiquattro ore.

Il Piccolo Principe [Antoine de Saint-Exupéry] cap. 13°

CAPITOLO XIII

Il quarto pianeta era abitato da un uomo d’affari.
Questo uomo era cosi’ occupato che non alzo’ neppure la testa all’arrivo del piccolo principe.
“Buon giorno”, gli disse questi. “La vostra sigaretta si e’ spenta”.
“Tre piu’ due fa cinque. Cinque piu’ sette: dodici.
Dodici piu’ tre: quindici. Buon giorno.
Quindici piu’ sette fa ventidue.
Ventidue piu’ sei: ventotto. Non ho tempo per riaccenderla.
Ventisei piu’ cinque trentuno.
Ouf! Dunque fa cinquecento e un milione seicento ventiduemila settecento trentuno”.
“Cinquecento e un milione di che?”
“Hem! Sei sempre li’? Cinquecento e un milione di … non lo so piu’. Ho talmente da fare!
Sono un uomo serio, io, non mi diverto con delle frottole!
Due piu’ cinque: sette…”
“Cinquecento e un milione di che?” ripete’ il piccolo principe che mai aveva rinunciato a una domanda una volta che l’aveva espressa.
L’uomo d’affari alzo’ la testa:
“Da cinquantaquattro anni che abito in questo pianeta non sono stato disturbato che tre volte.
La prima volta e’ stato ventidue anni fa, da una melolonta che era caduta chissa’ da dove.
Faceva un rumore spaventoso e ho fatto quattro errori in una addizione.
La seconda volta e’ stato undici anni fa per una crisi di reumatismi.
Non mi muovo mai, non ho il tempo di girandolare.
Sono un uomo serio, io.
La terza volta … eccolo! Dicevo dunque cinquecento e un milione”.
“Milione di che?”
L’uomo d’affari capi’ che non c’era speranza di pace.
“Milioni di quelle piccole cose che si vedono qualche volta nel cielo”.
“Di mosche?”
“Ma no, di piccole cose che brillano”.
“Di api?”
“Ma no. Di quelle piccole cose dorate che fanno fantasticare i poltroni. Ma sono un uomo serio, io! Non ho il tempo di fantasticare”.
“Ah! di stelle?”
“Eccoci. Di stelle”.
“E che ne fai di cinquecento milioni di stelle?”
“Cinquecento e un milione seicentoventiduemilasettecentotrentuno. Sono un uomo serio io, sono un uomo preciso.”
“E che te ne fai di queste stelle?”
“Che cosa me ne faccio?”
“Si”.
“Niente. Le possiedo io”.
“Tu possiedi le stelle?”
“Si”.
“Ma ho gia’ veduto un re che…”
“I re non possiedono. Ci regnano sopra. E’ molto diverso”.
“E a che ti serve possedere le stelle?”
“MI serve ad essere ricco”.
“E a che ti serve essere ricco?”
“A comperare delle altre stelle, se qualcuno ne trova”.
Questo qui, si disse il piccolo principe, ragiona un po’ come il mio ubriacone.
Ma pure domando’ ancora:
“Come si puo’ possedere le stelle?”
“Di chi sono?” rispose facendo stridere i denti l’uomo d’affari.
“Non lo so, di nessuno”.
“Allora sono mie che vi ho pensato per il primo”.
“E questo basta?”
“Certo. Quando trovi un diamante che non e’ di nessuno, e’ tuo. Quando trovi un’isola che non e’ di nessuno, e’ tua. Quando tu hai un’idea per il primo, la fai brevettare, ed e’ tua. E io possiedo le stelle, perche’ mai nessuno prima di me si e’ sognato di possederle”.
“Questo e’ vero”, disse il piccolo principe. “Che te ne fai?”
“Le amministro. Le conto e le riconto”, disse l’uomo d’affari. “E’ una cosa difficile, ma io sono un uomo serio!”
Il piccolo principe non era ancora soddisfatto.
“Io, se possiedo un fazzoletto di seta, posso metterlo intorno al collo e portarmelo via. Se possiedo un fiore, posso cogliere il mio fiore e portarlo con me. Ma tu non puoi cogliere le stelle”.
“No, ma posso depositarle alla banca”.
“Che cosa vuol dire?”
“Vuol dire che scrivo su un pezzetto di carta il numero delle mie stelle e poi chiudo a chiave questo pezzetto di carta in un cassetto”.
“Tutto qui?”
“E’ sufficiente”.
E’ divertente, penso’ il piccolo principe, e abbastanza poetico.
Ma non e’ molto serio.
Il piccolo principe aveva sulle cose serie delle idee molto diverse da quelle dei grandi.
“Io”, disse il piccolo principe, “possiedo un fiore che innaffio tutti i giorni. Possiedo tre vulcani dei quali spazzo il camino tutte le settimane. Perche’ spazzo il camino anche di quello spento. Non si sa mai.
E’ utile ai miei vulcani, ed e’ utile al mio fiore che io li possegga.
Ma tu non sei utile alle stelle…”
L’uomo d’affari apri’ la bocca ma non trovo’ niente da rispondere e il piccolo principe se ne ando’ .
Decisamente i grandi sono proprio straordinari, si disse semplicemente durante il viaggio.

Il Piccolo Principe [Antoine de Saint-Exupéry] cap. 11° e 12°

CAPITOLO XI

l secondo pianeta era abitato da un vanitoso.
“Ah! ah! ecco la visita di un ammiratore”, grido’ da lontano il vanitoso appena scorse il piccolo principe.
Per i vanitosi tutti gli altri uomini sono degli ammiratori.
“Buon giorno”, disse il piccolo principe, “che buffo cappello avete!”
“E’ per salutare”, gli rispose il vanitoso. “E’ per salutare quando mi acclamano, ma sfortunatamente non passa mai nessuno da queste parti”.
“Ah si?” disse il piccolo principe che non capiva.
“Batti le mani l’una contro l’altra”, consiglio’ percio’ il vanitoso.
Il piccolo principe batte’ le mani l’una contro l’altra e il vanitoso saluto’ con modestia sollevando il cappello.
E’ piu’ divertente che la visita al re, si disse il piccolo principe, e ricomincio’ a batter le mani l’una contro l’altra.
Il vanitoso ricomincio’ a salutare sollevando il cappello.
Dopo cinque minuti di questo esercizio il piccolo principe si stanco’ della monotonia del gioco: “E che cosa bisogna fare”, domando’, “perche’ il cappello caschi?”
Ma il vanitoso non l’intese.
I vanitoso non sentono altro che le lodi.
“Mi ammiri molto, veramente?” domando’ al piccolo principe.
“Che cosa vuol dire ammirare?”
“Ammirare vuol dire riconoscere che io sono l’uomo piu’ bello, piu’ elegante, piu’ ricco e piu’ intelligente di tutto il pianeta”.
“Fammi questo piacere. Ammirami lo stesso!”
“Ti ammiro”, disse il piccolo principe, alzando un poco le spalle, “ma tu che te ne fai?”
E il piccolo principe se ne ando’.
Decisamente i grandi sono ben bizzarri, diceva con semplicita’ a se stesso, durante il suo viaggio.

CAPITOLO XII

Il pianeta appresso era abitato da un ubriacone.IL PICCOLO PRINCIPE CAP 12
Questa visita fu molto breve, ma immerse il piccolo principe in una grande malinconia.
“Che cosa fai?” chiese all’ubriacone che stava in silenzio davanti a una collezione di bottiglie vuote e a una collezione di bottiglie piene.
“Bevo” rispose, in tono lugubre, l’ubriacone.
“Perche’ bevi?” domando’ il piccolo principe.
“Per dimenticare”, rispose l’ubriacone.
“Per dimenticare che cosa?” s’informo’ il piccolo principe che cominciava gia’ a compiangerlo.
“Per dimenticare che ho vergogna”, confesso’ l’ubriacone abbassando la testa.
“Vergogna di che?” insistette il piccolo principe che desiderava soccorrerlo.
“Vergogna di bere!” e l’ubriacone si chiuse in un silenzio definitivo.
Il piccolo principe se ne ando’ perplesso.
I grandi, decisamente, sono molto, molto bizzarri, si disse durante il viaggio.

Il Piccolo Principe [Antoine de Saint-Exupéry] cap. 10°

CAPITOLO X

Il piccolo principe si trovava nella regione degli asteroidi 325, 326, 327, 328, 329 e 330. Comincio’ a visitarli per cercare un’occupazione e per istruirsi.
Il primo asteroide era abitato da un re.
Il re, vestito di porpora e d’ermellino, sedeva su un trono molto semplice e nello stesso tempo maestoso.
“Ah! ecco un suddito”, esclamo’ il re appena vide il piccolo principe.
E il piccolo principe si domando’:
“Come puo’ riconoscermi se non mi ha mai visto?”
Non sapeva che per i re il mondo e’ molto semplificato. Tutti gli uomini sono dei sudditi.
“Avvicinati che ti veda meglio”, gli disse il re che era molto fiero di essere finalmente re per qualcuno.
Il piccolo principe cerco’ con gli occhi dove potersi sedere, ma il pianeta era tutto occupato dal magnifico manto di ermellino. Dovette rimanere in piedi, ma era tanto stanco che sbadiglio’.
“E’ contro all’etichetta sbadigliare alla presenza di un re”, gli disse il monarca, “te lo proibisco”.
“Non posso farne a meno”, rispose tutto confuso il piccolo principe. “Ho fatto un lungo viaggio e non ho dormito…”
“Allora”, gli disse il re, “ti ordino di sbadigliare. Sono anni che non vedo qualcuno che sbadiglia, e gli sbadigli sono una curiosita’ per me. Avanti! Sbadiglia ancora. E’ un ordine”.
“Mi avete intimidito… non posso piu'”, disse il piccolo principe arrossendo.
“Hum! hum!” rispose il re. “Allora io… io ti ordino di sbadigliare un po’ e un po’…”
Borbotto’ qualche cosa e sembro’ seccato. Perche’ il re teneva assolutamente a che la sua autorita’ fosse rispettata. Non tollerava la disubbidienza. Era un monarca assoluto.
Ma siccome era molto buono, dava degli ordini ragionevoli.
“Se ordinassi”, diceva abitualmente, “se ordinassi a un generale di trasformarsi in un uccello marino, e se il generale non ubbidisse, non sarebbe colpa del generale. Sarebbe colpa mia””
“Posso sedermi?” s’informo’ timidamente il piccolo principe.
“Ti ordino di sederti”, gli rispose il re che ritiro’ maestosamente una falda del suo mantello di ermellino.
Il piccolo principe era molto stupito. Il pianeta era piccolissimo e allora su che cosa il re poteva regnare?
“Sire”, gli disse, “scusatemi se vi interrogo…”
“Ti ordino di interrogarmi”, si affretto’ a rispondere il re.

“Sire, su che cosa regnate?”
“Su tutto”, rispose il re con grande semplicita’.
“Su tutto?”
Il re con un gesto discreto indico’ il suo pianeta, gli altri pianeti, e le stelle.
“Su tutto questo?” domando’ il piccolo principe.
“Su tutto questo…” rispose il re.
Perche’ non era solamente un monarca assoluto, ma era un monarca universale.
“E le stelle vi ubbidiscono?”
“Certamente”, gli disse il re. “Mi ubbidiscono immediatamente. Non tollero l’indisciplina”.
Un tale potere meraviglio’ il piccolo principe.
Se l’avesse avuto lui, avrebbe potuto assistere non a quarantatre’ , ma a settantadue, o anche a cento, a duecento tramonti nella stessa giornata, senza dover spostare mai la sua sedia! E sentendosi un po’ triste al pensiero del suo piccolo pianeta abbandonato, si azzardo”a sollecitare una grazia dal re:
“Vorrei tanto vedere un tramonto… Fatemi questo piacere… Ordinate al sole di tramontare…”
“Se ordinassi a un generale di volare da un fiore all’altro come una farfalla, o di scrivere una tragedia, o di trasformarsi in un uccello marino; e se il generale non eseguisse l’ordine ricevuto, chi avrebbe torto, lui o io?”
“L’avreste voi”, disse con fermezza il piccolo principe.
“Esatto. Bisogna esigere da ciascuno quello che ciascuno puo’ dare”, continuo’ il re.
“L’autorita’ riposa, prima di tutto, sulla ragione. Se tu ordini al tuo popolo di andare a gettarsi in mare, fara’ la rivoluzione. Ho il diritto di esigere l’ubbidienza perche’ i miei ordini sono ragionevoli”.
“E allora il mio tramonto?” ricordo’ il piccolo principe che non si dimenticava mai di una domanda una volta che l’aveva fatta.
“L’avrai, il tuo tramonto, lo esigero’, ma, nella mia sapienza di governo, aspettero’ che le condizioni siano favorevoli”.
“E quando saranno?” s’informo’ il piccolo principe.
“Hem! hem!” gli rispose il re che intanto consultava un grosso calendario, “hem! hem! sara’ verso, verso, sara’ questa sera verso le sette e quaranta! E vedrai come saro’ ubbidito a puntino”.
Il piccolo principe sbadiglio’. Rimpiangeva il suo tramonto mancato. E poi incominciava ad annoiarsi.
“Non ho piu’ niente da fare qui”, disse il re. “Me ne vado”.
“Non partire”, rispose il re che era tanto fiero di avere un suddito, “non partire, ti faro’ ministro!”
“Ministro di che?”
“Di… della giustizia!”
“Ma se non c’e’ nessuno da giudicare?”
“Non si sa mai” gli disse il re. “Non ho ancora fatto il giro del mio regno. Sono molto vecchio, ma c’e’ posto per una carrozza e mi stanco a camminare”.
“Oh! ma ho gia’ visto io”, disse il piccolo principe sporgendosi per dare ancora un’occhiata sull’altra parte del pianeta. “Neppure laggiu’ c’e’ qualcuno”.
“Giudicherai te stesso”, gli rispose il re. “E’ la cosa piu’ difficile. E’ molto piu’ difficile giudicare se stessi che gli altri. Se riesci a giudicarti bene e’ segno che sei veramente un saggio”.
“Io”, disse il piccolo principe, “io posso giudicarmi ovunque. Non ho bisogno di abitare qui”.
“Hem! hem!” disse il re. “Credo che da qualche parte sul mio pianeta ci sia un vecchio topo. Lo sento durante la notte. Potrai giudicare questo vecchio topo. Lo condannerai a morte di tanto in tanto. Cosi’ la sua vita dipendera’ dalla tua giustizia. Ma lo grazierai ogni volta per economizzarlo. Non ce n’e’ che uno”.
“Non mi piace condannare a morte”, rispose il piccolo principe, “preferisco andarmene”.
“No”, disse il re.
Ma il piccolo principe che aveva finiti i suoi preparativi di partenza, non voleva dare un dolore al vecchio monarca:
“Se Vostra Maesta’ desidera essere ubbidito puntualmente, puo’ darmi un ordine ragionevole. Potrebbe ordinarmi, per esempio, di partire prima che sia passato un minuto. Mi pare che le condizioni siano favorevoli…”
E siccome il re non rispondeva, il piccolo principe esito’ un momento e poi con un sospiro se ne parti’.
“Ti nomino mio ambasciatore”, si affretto’ a gridargli appresso il re.
Aveva un’aria di grande autorita’.
“Sono ben strani i grandi”, si disse il piccolo principe durante il viaggio.

Il Piccolo Principe [Antoine de Saint-Exupéry] cap. 9°

CAPITOLO IX

Io credo che egli approfitto’, per venirsene via, di una migrazione di uccelli selvatici.
Il mattino della partenza mise bene in ordine il suo pianeta.
Spazzo’ accuratamente il camino dei suoi vulcani in attivita’.
Possedeva due vulcani in attivita’.
Ed era molto comodo per far scaldare la colazione del mattino.
E possedeva anche un vulcano spento.
Ma, come lui diceva, “non si sa mai” e cosi’ spazzo’ anche il camino del vulcano spento.

Se i camini sono ben puliti, bruciano piano piano, regolarmente, senza eruzioni. Le eruzioni vulcaniche sono come gli scoppi nei caminetti.
E’ evidente che sulla nostra terra noi siamo troppo piccoli per poter spazzare il camino dei nostri vulcani ed e’ per questo che ci danno tanti guai.
Il piccolo principe strappo’ anche con una certa malinconia gli ultimi germogli dei baobab. Credeva di non ritornare piu’.
Ma tutti quei lavori consueti gli sembravano, quel mattino, estremamente dolci.
E quando innaffio’ per l’ultima volta il suo fiore, e si preparo’ a metterlo al riparo sotto la campana di vetro, scopri’ che aveva una gran voglia di piangere.
“Addio”, disse al fiore.
Ma il fiore non rispose.
“Addio”, ripete’.
Il fiore tossi’. Ma no era perche’ fosse raffreddato.
“Sono stato uno sciocco”, disse finalmente, “scusami, e cerca di essere felice”.
Fu sorpreso dalla mancanza di rimproveri. Ne rimase sconcertato, con la campana di vetro per aria. Non capiva quella calma dolcezza.
“Ma si’, ti voglio bene”, disse il fiore, “e tu non l’hai saputo per colpa mia. Questo non ha importanza, ma sei stato sciocco quanto me. Cerca di essere felice. Lascia questa campana di vetro, non la voglio piu'”.
“Ma il vento…”
“Non sono cosi’ raffreddato. L’aria fresca della notte mi fara’ bene. Sono un fiore”.
“Ma le bestie…”
“Devo pur sopportare qualche bruco se voglio conoscere le farfalle, sembra che siano cosi’ belle. Se no chi verra’ a farmi visita? Tu sarai lontano e delle grosse bestie non ho paura. Ho i miei artigli”.
E mostrava ingenuamente le sue quattro spine.
Poi continuo’:
“Non indugiare cosi’, e’ irritante. Hai deciso di partire e allora vattene”.
Perche’ non voleva che io lo vedessi piangere. Era un fiore cosi’ orgoglioso…

Il Piccolo Principe [Antoine de Saint-Exupéry] cap. 8°

CAPITOLO VIII

Imparai ben presto a conoscere meglio questo fiore.
C’erano sempre stati sul pianeta del piccolo principe dei fiori molto semplici, ornati di una sola raggiera di petali, che non tenevano posto e non disturbavano nessuno.
Apparivano un mattino nell’erba e si spegnevano la sera.
Ma questo era spuntato un giorno, da un seme venuto chissa’ da dove, e il piccolo principe aveva sorvegliato da vicino questo ramoscello che non assomigliava a nessun altro ramoscello.
Poteva essere una nuova specie di baobab.
Ma l’arbusto cesso’ presto di crescere e comincio’ a preparare un fiore.
Il piccolo principe che assisteva alla formazione di un bocciolo enorme, sentiva che ne sarebbe uscita un’apparizione miracolosa, ma il fiore non smetteva piu’ di prepararsi ad essere bello, al riparo della sua camera verde.
Sceglieva con cura i suoi colori, si vestiva lentamente, aggiustava i suoi petali ad uno ad uno.
Non voleva uscire sgualcito come un papavero.
Non voleva apparire che nel pieno splendore della sua bellezza.
Eh, si, c’era una gran civetteria in tutto questo!
La sua misteriosa toeletta era durata giorni e giorni.
E poi, ecco che un mattino, proprio all’ora del levar del sole, si era mostrato.
E lui, che aveva lavorato con tanta precisione, disse sbadigliando:
“Ah! mi sveglio ora. Ti chiedo scusa… sono ancora tutto spettinato…”
Il piccolo principe allora non pote’ frenare la sua ammirazione:
“Come sei bello !”
“Vero”, rispose dolcemente il fiore, “e sono insieme al sole…”
Il piccolo principe indovino’ che non era molto modesto, ma era cosi’ commovente!
“Credo che sia l’ora del caffe’ e latte”, aveva soggiunto, “vorresti pensare a me…”
E il piccolo principe, tutto confuso, ando’ a cercare un innaffiatoio di acqua fresca e servi’ al fiore la sua colazione.
Cosi’ l’aveva ben presto tormentato con la sua vanita’ un poco ombrosa.
Per esempio, un giorno, parlando delle sue quattro spine, gli aveva detto:
“Possono venire le tigri, con i loro artigli!”
“Non ci sono tigri sul mio pianeta”, aveva obiettato il piccolo principe, “e poi le tigri non mangiano l’erba”.
“Io non sono un’erba”, aveva dolcemente risposto il fiore.
“Scusami…”
“Non ho paura delle tigri, ma ho orrore delle correnti d’aria… Non avresti per caso un paravento?”
“Orrore delle correnti d’aria?”
“E’ un po’ grave per una pianta”, aveva osservato il piccolo principe. “E’ molto complicato questo fiore…”
“Alla sera mi metterai al riparo sotto a una campana di vetro. Fa molto freddo qui da te… Non e’ una sistemazione che mi soddisfi. Da dove vengo io…”

il piccolo principe cap8-2
Ma si era interrotto. Era venuto sotto forma di seme.
Non poteva conoscere nulla degli altri mondi.
Umiliato di essersi lasciato sorprendere a dire una bugia cosi’ ingenua, aveva tossito due o tre volte, per mettere il piccolo principe dalla parte del torto…
“E’ questo un paravento?…”
“Andavo a cercarlo, ma tu non mi parlavi!”
Allora aveva forzato la sua tosse per fargli venire dei rimorsi.
Cosi’ il piccolo principe, nonostante tutta la buona volonta’ del suo amore, aveva cominciato a dubitare di lui.
Aveva preso sul serio delle parole senza importanza che l’avevano reso infelice.
“Avrei dovuto non ascoltarlo”, mi confido’ un giorno, “non bisogna mai ascoltare i fiori. Basta guardarli e respirarli. Il mio, profumava il mio pianeta, ma non sapevo rallegrarmene.
Quella storia degli artigli, che mi aveva tanto raggelato, avrebbe dovuto intenerirmi.”
E mi confido’ ancora:
“Non ho saputo capire niente allora! Avrei dovuto giudicarlo dagli atti, non dalle parole. Mi profumava e mi illuminava.
Non avrei mai dovuto venirmene via!
Avrei dovuto indovinare la sua tenerezza dietro le piccole astuzie. I fiori sono cosi’ contraddittori! Ma ero troppo giovane per saperlo amare”.

Il Piccolo Principe [Antoine de Saint-Exupéry] cap. 6°e 7°

CAPITOLO VI

Oh, piccolo principe, ho capito a poco a poco la tua piccola vita malinconica.
Per molto tempo tu non avevi avuto per distrazione che la dolcezza dei tramonti.
Ho appreso questo nuovo particolare il quarto giorno, al mattino, quando mi hai detto:
“Mi piacciono tanto i tramonti. Andiamo a vedere un tramonto…”
“Ma bisogna aspettare…”

“Aspettare che?”
“Che il sole tramonti…”

Da prima hai avuto un’aria molto sorpresa, e poi hai riso di te stesso e mi hai detto:
“Mi credo sempre a casa mia!…”
Infatti. Quando agli Stati Uniti e’ mezzogiorno tutto il mondo sa che il sole tramonta sulla Francia.
Basterebbe poter andare in Francia in un minuto per assistere al tramonto. Sfortunatamente la Francia e’ troppo lontana.
Ma sul tuo piccolo pianeta ti bastava spostare la tua sedia di qualche passo.
E guardavi il crepuscolo tutte le volte che volevi…

“Un giorno ho visto il sole tramontare quarantatre’ volte!”
E piu’ tardi hai soggiunto:
“Sai… quando si e’ molto tristi si amano i tramonti…”

“Il giorno delle quarantatre’ volte eri tanto triste?”
Ma il piccolo principe non rispose.

il piccolo principe capitolo 6

CAPITOLO VII

Al quinto giorno, sempre grazie alla pecora, mi fu svelato questo segreto della vita del piccolo principe.
Mi domando’ bruscamente, senza preamboli, come il frutto di un problema meditato a lungo in silenzio:
“Una pecora se mangia gli arbusti, mangia anche i fiori?”
“Una pecora mangia tutto quello che trova”.

“Anche i fiori che hanno le spine?”
“Si. Anche i fiori che hanno le spine”.

“Ma allora le spine a che cosa servono?”
Non lo sapevo. Ero in quel momento occupatissimo a cercare di svitare un bullone troppo stretto del mio motore. Ero preoccupato perche’ la mia panne cominciava ad apparirmi molto grave e l’acqua da bere che si consumava mi faceva temere il peggio.
“Le spine a che cosa servono?”
Il piccolo principe non rinunciava mai a una domanda che aveva fatta.
Ero irritato per il mio bullone e risposi a casaccio:
“Le spine non servono a niente, e’ pura cattiveria da parte dei fiori”.
“Oh!”

Ma dopo un silenzio mi getto’ in viso con una specie di rancore:
“Non ti credo! I fiori sono deboli. Sono ingenui.
Si rassicurano come possono. Si credono terribili con le loro spine…”
Non risposi. In quel momento mi dicevo:
“Se questo bullone resiste ancora, lo faro’ saltare con un colpo di martello”.

Il piccolo principe disturbo’ di nuovo le mie riflessioni.
“E tu credi, tu, che i fiori…”
“Ma no! Ma no! Non credo niente! Ho risposto una cosa qualsiasi. Mi occupo di cose serie, io!”

Mi guardo’ stupefatto.
“Di cose serie!”
Mi vedeva col martello in mano, le dita nere di sugna, chinato su un oggetto che gli sembrava molto brutto.
“Parli come i grandi!”

Ne ebbi un po’ di vergogna. Ma, senza pieta’, aggiunse:
“Tu confondi tutto… tu mescoli tutto!”
Era veramente irritato. Scuoteva al vento i suoi capelli dorati.
“Io non conosco un pianeta su cui c’e’ un signor Chermisi.
Non ha mai respirato un fiore. Non ha mai guardato una stella.
Non ha mai voluto bene a nessuno. Non fa altro che addizioni.

E tutto il giorno ripete come te: e si gonfia di orgoglio.
Ma non e’ un uomo, e’ un fungo!”
“Che cosa?”
“Un fungo!”
Il piccolo principe adesso era bianco di collera.
“Da migliaia di anni i fiori fabbricano le spine .
Da migliaia di anni le pecore mangiano tuttavia i fiori.
E non e’ una cosa seria cercare di capire perche’ i fiori si danno tanto da fare per fabbricarsi delle spine che non servono a niente?
Non e’ importante la guerra fra le pecore e i fiori?
Non e’ piu’ serio e piu’ importante delle addizioni di un grosso signore rosso?
E se io conosco un fiore unico al mondo, che non esiste da nessuna parte, altro che nel mio pianeta, e che una piccola pecora puo’ distruggere di colpo, cosi’ un mattino, senza rendersi conto di quello che fa, non e’ importante questo!”

Arrossi’, poi riprese:
“Se qualcuno ama un fiore, di cui esiste un solo esemplare in milioni e milioni di stelle, questo basta a farlo felice quando lo guarda.
E lui si dice:
Ma se la pecora mangia il fiore, e’ come se per lui tutto a un tratto, tutte le stelle si spegnessero!
E non e’ importante questo!”
Non pote’ proseguire. Scoppio’ bruscamente in singhiozzi.

Era caduta la notte.
Avevo abbandonato i miei utensili.
Me ne infischiavo del mio martello, del mio bullone, della sete e della morte.
Su di una stella, un pianeta, il mio, la Terra, c’era un piccolo principe da consolare!
Lo presi in braccio. Lo cullai. Gli dicevo:
“Il fiore che tu ami non e’ in pericolo … Disegnero’ una museruola per la tua pecora… e una corazza per il tuo fiore… Io… ”

Non sapevo bene che cosa dirgli. Mi sentivo molto maldestro.
Non sapevo bene come toccarlo, come raggiungerlo…
Il paese delle lacrime e’ cosi’ misterioso.

Il Piccolo Principe [Antoine de Saint-Exupéry] cap. 5°

CAPITOLO V

Ogni giorno imparavo qualche cosa sul pianeta, sulla partenza, sul viaggio.
Veniva da se’, per qualche riflessione.
Fu cosi’ che al terzo giorno conobbi il dramma dei baobab.
Anche questa volta fu merito della pecora, perche’ bruscamente il piccolo principe mi interrogo’, come preso da un grave dubbio:

“E’ proprio vero che le pecore mangiano gli arbusti?”
“Si, e’ vero”.
“Ah! Sono contento”.

Non capii perche’ era cosi’ importante che le pecore mangiassero gli arbusti.
Ma il piccolo principe continuo’:
“Allora mangiano anche i baobab?”
Feci osservare al piccolo principe che i baobab non sono degli arbusti, ma degli alberi grandi come chiese e che se anche non avesse portato con se’ una mandria di elefanti, non sarebbe venuto a capo di un solo baobab.

L’idea della mandria di elefanti fece ridere il piccolo principe:
“Bisognerebbe metterli gli uni su gli altri…”

Ma osservo’ saggiamente:
“I baobab prima di diventar grandi cominciano con l’essere piccoli”.
“E’ esatto! Ma perche’ vuoi che le tue pecore mangino i piccoli baobab?”
“Be’! Si capisce”, mi rispose come se si trattasse di una cosa evidente.

il piccolo principe cap VE mi ci volle un grande sforzo d’intelligenza per capire da solo questo problema.
Infatti, sul pianeta del piccolo principe ci sono, come su tutti i pianeti, le erbe buone e quelle cattive.
Di conseguenza: dei buoni semi di erbe buone e dei cattivi semi di erbe cattive.
Ma i semi sono invisibili.
Dormono nel segreto della terra fino a che all’uno o all’altro pigli la fantasia di risvegliarsi.
Allora di stira, e sospinge da principio timidamente verso il sole un bellissimo ramoscello inoffensivo.
Ma se si tratta di una pianta cattiva, bisogna strapparla subito, appena la si e’ riconosciuta.
C’erano dei terribili semi sul pianeta del piccolo principe: erano i semi dei baobab.
Il suolo ne era infestato. Ora, un baobab, se si arriva troppo tardi, non si riesce piu’ a sbarazzarsene.
Ingombra tutto il pianeta. Lo trapassa con le sue radici.
E se il pianeta e’ troppo piccolo e i baobab troppo numerosi, lo fanno scoppiare.

“E’ una questione di disciplina”, mi diceva piu’ tardi il piccolo principe.
“Quando si ha finito di lavarsi al mattino, bisogna fare con cura la pulizia del pianeta. Bisogna costringersi regolarmente a strappare i baobab appena li si distingue dai rosai ai quali assomigliano molto quando sono piccoli.

E’ un lavoro molto noioso, ma facile”.
“E un giorno mi consiglio’ di fare un bel disegno per far entrare bene questa idea nella testa dei bambini del mio paese.

“Se un giorno viaggeranno “, mi diceva, “questo consiglio gli potra’ servire.
Qualche volta e’ senza inconvenienti rimettere a piu’ tardi il proprio lavoro.
Ma se si tratta dei baobab e’ sempre una catastrofe.
Ho conosciuto un pianeta abitato da un pigro.
Aveva trascurato gli arbusti…”IL PICCOLO PRINCIPE ALBERI
E sull’indicazione del piccolo principe ho disegnato quel pianeta.
Non mi piace prendere il tono del moralista.
Ma il pericolo dei baobab e’ cosi’ poco conosciuto, e i rischi che correrebbe chi si smarrisse su un asteroide, cosi’ gravi, che una volta tanto ho fatto eccezione.

E dico: “Bambini! Fate attenzione ai baobab!”
E per avvertire i miei amici di un pericolo che hanno sempre sfiorato, come me stesso, senza conoscerlo, ho tanto lavorato a questo disegno.
La lezione che davo, giustificava la fatica.
Voi mi domanderete forse: Perche’ non ci sono in questo libro altri disegni altrettanto grandiosi come quello dei baobab?
La risposta e’ molto semplice:
Ho cercato di farne uno, ma non ci sono riuscito.
Quando ho disegnato i baobab ero animato dal sentimento dell’urgenza.

Il Piccolo Principe [Antoine de Saint-Exupéry] cap. 4°

CAPITOLO IV

Avevo cosi’ saputo una seconda cosa molto importante!
Che il suo pianeta nativo era poco piu’ grande di una casa.
Tuttavia questo non poteva stupirmi molto.

Sapevo benissimo che, oltre ai grandi pianeti come la Terra, Giove, Marte, Venere ai quali si e’ dato un nome, ce ne sono centinaia ancora che sono a volte cosi’ piccoli che si arriva si’ e no a vederli col telescopio.

Quando un astronomo scopre uno di questi, gli da’ per nome un numero.
Lo chiama per esempio: “l’asteroide 3251”.
Ho serie ragioni per credere che il pianeta da dove veniva il piccolo principe e’ l’asteroide B 612.
Questo asteroide e’ stato visto una sola volta al telescopio da un astronomo turco.
Aveva fatto allora una grande dimostrazione della sua scoperta a un Congresso Internazionale d’Astronomia.ilpiccolo principe asteroide
Ma in costume com’era, nessuno lo aveva preso sul serio. I grandi sono fatti cosi’.
Fortunatamente per la reputazione dell’asteroide B 612 un dittatore turco impose al suo popolo, sotto pena di morte, di vestire all’europea.
il piccolo principe astronomo2L’astronomo rifece la sua dimostrazione nel 1920, con un abito molto elegante.
E questa volta tutto il mondo fu con lui.
Se vi ho raccontato tanti particolari sull’asteroide B 612 e se vi ho rivelato il suo numero, e’ proprio per i grandi che amano le cifre.

Quando voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano alle cose essenziali.
Non si domandano mai: “Qual’e’ il tono della sua voce?
Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?”

Ma vi domandano: “Che eta’ ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?” Allora soltanto credono di conoscerlo. Se voi dite ai grandi:
“Ho visto una bella casa in mattoni rosa, con dei gerani alle finestre, e dei colombi sul tetto”” loro non arrivano a immaginarsela.
Bisogna dire: “Ho visto una casa di centomila lire”, e allora esclamano: “Com’e’ bella”.

Cosi’ se voi gli dite: “La prova che il piccolo principe e’ esistito, sta nel fatto che era bellissimo, che rideva e che voleva una pecora.
Quando uno vuole una pecora e’ la prova che esiste”.
Be’, loro alzeranno le spalle, e vi tratteranno come un bambino.

Ma se voi invece gli dite: “Il pianeta da dove veniva e’ l’asteroide B 612” allora ne sono subito convinti e vi lasciano in pace con le domande.
Sono fatti cosi’. Non c’e’ da prendersela.
I bambini devono essere indulgenti coi grandi.

Ma certo, noi che comprendiamo la vita, noi che ce ne infischiamo dei numeri!
Mi sarebbe piaciuto cominciare questo racconto come una storia di fate.
Mi sarebbe piaciuto dire:
“C’era una volta un piccolo principe che viveva su di un pianeta poco piu’ grande di lui e aveva bisogno di un amico…”
Per coloro che comprendono la vita, sarebbe stato molto piu’ vero.

Perche’ non mi piace che si legga il mio libro alla leggera. E’ un grande dispiacere per me confidare questi ricordi. Sono gia’ sei anni che il mio amico se ne e’ andato con la sua pecora e io cerco di descriverlo per non dimenticarlo.
E’ triste dimenticare un amico.

E posso anch’io diventare come i grandi che non s’interessano piu’ che di cifre.
Ed e’ anche per questo che ho comperato una scatola coi colori e con le matite.
Non e’ facile rimettersi al disegno alla mia eta’ quando non si sono fatti altri tentativi che quello di un serpente boa dal di fuori e quello di un serpente boa dal di dentro, e all’eta’ di sei anni.

Mi studiero’ di fare ritratti somigliantissimi.
Ma non sono affatto sicuro di riuscirci.
Un disegno va bene, ma l’altro non assomiglia per niente.
Mi sbaglio anche sulla statura.
Qui il piccolo principe e’ troppo grande.
La’ e’ troppo piccolo. Esito persino sul colore del suo vestito.
E allora tento e tentenno, bene o male.
E finiro’ per sbagliarmi su certi particolari piu’ importanti.
Ma questo bisogna perdonarmelo.

Il mio amico non mi dava mai delle spiegazioni. Forse credeva che fossi come lui.
Io, sfortunatamente, non sapevo vedere le pecore attraverso le casse.
Puo’ darsi che io sia un po’ come i grandi.
Devo essere invecchiato.

… “C’era una volta un piccolo principe che aveva bisogno di un amico..”
Tu che parte faresti: il piccolo principe o l’amico tanto desiderato?

Il Piccolo Principe [Antoine de Saint-Exupéry] cap. 3°

CAPITOLO III

Ci misi molto tempo a capire da dove venisse.
Il piccolo principe, che mi faceva una domanda dopo l’altra, pareva che non sentisse mai le mie.

Cosi’, quando vide per la prima volta il mio aeroplano (non lo disegnero’ perche’ sarebbe troppo complicato per me), mi domando’:
“Che cos’e’ questa cosa?”

“Non e’ una cosa – vola. E’ un aeroplano. E’ il mio aeroplano”.
Ero molto fiero di fargli sapere che volavo.

Allora grido’:
“Come? Sei caduto dal cielo!”

“Si”, risposi modestamente.

“Ah! Questa e’ buffa…”
E il piccolo principe scoppio in una bella risata che mi irrito’.
Voglio che le mie disgrazie siano prese sul serio.

Poi riprese: “Allora anche tu vieni dal cielo! Di quale pianeta sei?”
Intravvidi una luce, nel mistero della sua presenza, e lo interrogai bruscamente:
“Tu vieni dunque da un altro pianeta?”

Ma non mi rispose. Scrollo’ gentilmente il capo osservando l’aeroplano.
“Certo che su quello non puoi venire da molto lontano…”
E si immerse in una lunga meditazione.

Poi, tirando fuori dalla tasca la mia pecora, sprofondo’ nella contemplazione del suo tesoro.
Vi potete bene immaginare come io fossi incuriosito da quella mezza confidenza su “gli altri pianeti”.

Cercai dunque di tirargli fuori qualche altra cosa:
“Da dove vieni, ometto? Dov’e’ la tua casa? Dove vuoi portare la mia pecora?”

Mi rispose dopo un silenzio meditativo:
“Quello che c’e’ di buono, e’ che la cassetta che mi hai dato, le servira’ da casa per la notte”.

“Certo. E se sei buono ti daro’ pure una corda per legare la pecora durante il giorno. E un paletto”.

La mia proposta scandalizzo’ il piccolo principe.
“Legarla? Che buffa idea!”

“Ma se non la leghi andra’ in giro e si perdera’…”

Il mio amico scoppio’ in una nuova risata:
“Ma dove vuoi che vada!”

“Dappertutto. Dritto davanti a se’…”

E il piccolo principe mi rispose gravemente:
“Non importa, e’ talmente piccolo da me!”
E con un po’ di malinconia, forse, aggiunse:
“Dritto davanti a se’ non si puo’ andare molto lontano…”

Il Piccolo Principe [Antoine de Saint-Exupéry] cap. 2°

CAPITOLO II

Cosi’ ho trascorso la mia vita solo, senza nessuno cui poter parlare, fino a sei anni fa quando ebbi un incidente col mio aeroplano, nel deserto del Sahara. Qualche cosa si era rotta nel motore, e siccome non avevo con me ne’ un meccanico, ne’ dei passeggeri, mi accinsi da solo a cercare di riparare il guasto.
Era una questione di vita o di morte, perche’ avevo acqua da bere soltanto per una settimana.
La prima notte, dormii sulla sabbia, a mille miglia da qualsiasi abitazione umana. Ero piu’ isolato che un marinaio abbandonato in mezzo all’oceano, su una zattera, dopo un naufragio.
Potete immaginare il mio stupore di essere svegliato all’alba da una strana vocetta: “Mi disegni, per favore, una pecora?”
“Cosa?”
“Disegnami una pecora”.
Balzai in piedi come fossi stato colpito da un fulmine.
Mi strofinai gli occhi piu’ volte guardandomi attentamente intorno.
E vidi una straordinaria personcina che mi stava esaminando con grande serieta’.

piccolo principe bambinoQui potete vedere il miglior ritratto che riuscii a fare di lui, piu’ tardi.
Ma il mio disegno e’ molto meno affascinante del modello.
La colpa non e’ mia, pero’. Con lo scoraggiamento che hanno dato i grandi, quando avevo sei anni, alla mia carriera di pittore, non ho mai imparato a disegnare altro che serpenti boa dal di fuori o serpenti boa dal di dentro.
Ora guardavo fisso l’improvvisa apparizione con gli occhi fuori dall’orbita per lo stupore.
Dovete pensare che mi trovavo a mille miglia da una qualsiasi regione abitata, eppure il mio ometto non sembrava smarrito in mezzo alle sabbie, ne’ tramortito per la fatica, o per la fame, o per la sete, o per la paura.
Niente di lui mi dava l’impressione di un bambino sperduto nel deserto, a mille miglia da qualsiasi abitazione umana.
Quando finalmente potei parlare gli domandai: “Ma che cosa fai qui?”
Con tutta risposta, egli ripete’ lentamente come si trattasse di cosa di molta importanza:
“Per piacere, disegnami una pecora…”
Quando un mistero e’ cosi’ sovraccarico, non si osa disubbidire.
Per assurdo che mi sembrasse, a mille miglia da ogni abitazione umana, e in pericolo di morte, tirai fuori dalla tasca un foglietto di carta e la penna stilografica.
Ma poi ricordai che i miei studi si erano concentrati sulla geografia, sulla storia, sull’aritmetica e sulla grammatica e gli dissi, un po’ di malumore, che non sapevo disegnare. Mi rispose:
“Non importa. Disegnami una pecora…”
Non avevo mai disegnato una pecora e allora feci per lui uno di quei disegni che avevo fatto tante volte: quello del boa dal di dentro; e fui sorpreso di sentirmi rispondere:
“No, no, no! Non voglio l’elefante dentro il boa. Il boa e’ molto pericoloso e l’elefante molto ingombrante. Dove vivo io tutto e’ molto piccolo. Ho bisogno di una pecora: disegnami una pecora”.
Feci il disegno.il piccolo principe pecora
Lo guardo’ attentamente, e poi disse: “No! Questa pecora e’ malaticcia. Fammene un’altra”.
Feci un altro disegno.
il piccolo principe pecora2
Il mio amico mi sorrise gentilmente, con indulgenza.
“Lo puoi vedere da te”, disse, “che questa non e’ una pecora.
E’ un ariete. Ha le corna”.
Rifeci il disegno una terza volta, ma fu rifiutato come i precedenti.
il piccolo principe pecora3
“Questa e’ troppo vecchia. Voglio una pecora che possa vivere a lungo”.
Questa volta la mia pazienza era esaurita, avevo fretta di rimettere a posto il mio motore. Buttai giu’ un quarto disegno.
E tirai fuori questa spiegazione:
“Questa e’ soltanto la sua cassetta. La pecora che volevi sta dentro”.
il piccolo principe casetta

Il Piccolo Principe [Antoine de Saint-Exupéry] cap. 1°

CAPITOLO I

Un tempo lontano, quando avevo sei anni, in un libro sulle foreste primordiali, intitolato “Storie vissute della natura”, vidi un magnifico disegno.
Rappresentava un serpente boa nell’atto di inghiottire un animale.
Eccovi la copia del disegno.
C’era scritto: “I boa ingoiano la loro preda tutta intera, senza masticarla.
Dopo di che non riescono piu’ a muoversi e dormono durante i sei mesi che la digestione richiede”.
Meditai a lungo sulle avventure della jungla.
E a mia volta riuscii a tracciare il mio primo disegno.
Il mio disegno numero uno. Era cosi’:
il piccolo principe2

Mostrai il mio capolavoro alle persone grandi, domandando se il disegno li spaventava.
Ma mi risposero: “ Spaventare? Perche’ mai, uno dovrebbe essere spaventato da un cappello?” .
Il mio disegno non era il disegno di un cappello.
Era il disegno di un boa che digeriva un elefante.
Affinche’ vedessero chiaramente che cos’era, disegnai l’interno del boa.
Bisogna sempre spiegargliele le cose, ai grandi.
Il mio disegno numero due si presentava cosi’:

il piccolo principe - cappello
Questa volta mi risposero di lasciare da parte i boa, sia di fuori che di dentro, e di applicarmi invece alla geografia, alla storia, all’aritmetica e alla grammatica.
Fu cosi’ che a sei anni io rinunziai a quella che avrebbe potuto essere la mia gloriosa carriera di pittore.
Il fallimento del mio disegno numero uno e del mio disegno numero due mi aveva disarmato.
I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano a spiegargli tutto ogni volta.
Allora scelsi un’altra professione e imparai a pilotare gli aeroplani.
Ho volato un po’ sopra tutto il mondo: e veramente la geografia mi e’ stata molto utile.
A colpo d’occhio posso distinguere la Cina dall’Arizona, e se uno si perde nella notte, questa sapienza e’ di grande aiuto.

Ho conosciuto molte persone importanti nella mia vita, ho vissuto a lungo in mezzo ai grandi.
Li ho conosciuti intimamente, li ho osservati proprio da vicino.
Ma l’opinione che avevo di loro non e’ molto migliorata.
Quando ne incontravo uno che mi sembrava di mente aperta, tentavo l’esperimento del mio disegno numero uno, che ho sempre conservato.
Cercavo di capire cosi’ se era veramente una persona comprensiva.
Ma, chiunque fosse, uomo o donna, mi rispondeva: “E’ un cappello”.
E allora non parlavo di boa, di foreste primitive, di stelle.
Mi abbassavo al suo livello. Gli parlavo di bridge, di golf, di politica, di cravatte.
E lui era tutto soddisfatto di avere incontrato un uomo tanto sensibile.

Il Tempo [Kahlil Gibran]

E un astronomo disse: Maestro Parlaci del Tempo.
E lui rispose:
Vorreste misurare il tempo, l’incommensurabile e l’immenso.
Vorreste regolare il vostro comportamento
e dirigere il corso del vostro spirito secondo le ore e le stagioni.

Del tempo vorreste fare un fiume per sostate presso la sua riva e guardarlo fluire.
Ma l’eterno che è in voi sa che la vita è senza tempo
E sa che l’oggi non è che il ricordo di ieri, e il domani il sogno di oggi.

E ciò che in voi è canto e contemplazione dimora quieto entro i confini di quel primo attimo
in cui le stelle furono disseminate nello spazio.

Chi di voi non sente che la sua forza d’amore è sconfinata?
E chi non sente che questo autentico amore, benché sconfinato,
è racchiuso nel centro del proprio essere,
e non passa da pensiero d’amore a pensiero d’amore,
né da atto d’amore ad atto d’amore?

E non è forse il tempo, così come l’amore, indiviso e immoto?
Ma se col pensiero volete misurare il tempo in stagioni,
fate che ogni stagione racchiuda tutte le altre
E che il presente abbracci il passato con il ricordo,
e il futuro con l’attesa.

Kahlil Gibran

Antico Testamento

I primi 5 libri della Bibbia sono conosciuti come la TORAH (significa “guida”, “istruzione”) o PENTATEUCO (“i cinque rotoli”) e trattano gli aspetti fondamentali come: la natura di Dio, la natura del popolo, il rapporto tra il mondo naturale, gli uomini e Dio.

I 5 libri sono:

LA GENESI, il significato è “in principio” e parla dell’origine dell’universo, della creazione del mondo, del nuovo inizio dopo il diluvio universale. Parla dei fondatori della nazione ebraica: Abramo, Sara, Rachele, Isacco, Giacobbe e Giuseppe.

Contenuti della Genesi:
– Capitoli 1-3, il mondo – il popolo e Dio;
– Capitoli 4-5, la storia da Adamo a Noè;
– Capitoli 6-10, il diluvio universale;
– Capitolo 11, la torre di Babele;
– Capitoli 12-36, Abramo, Isacco, Esaù e Giacobbe;
– Capitoli 37-45, Giuseppe e i fratelli;
– Capitoli 46-50, Giacobbe e la famiglia in Egitto.

L’ESODO, cioè “l’uscita”. Narra della storia del popolo d’Israele che vive in schiavitù sotto la tirannia degli Egiziani finché Mosè non organizza la loro fuga. Il libro descrive le peregrinazioni degli Israeliti, il ricevimento dei 10 comandamenti sul monte Sinai e delle leggi che avrebbero condizionato e guidato la loro vita.

IL LEVITICO E I NUMERI. Contengono tutte le leggi che gli Israeliti devono seguire in ogni aspetto e momento della loro vita. Vi sono istruzioni anche per le feste e i riti religiosi.

IL DEUTERONOMIO oltre a riprendere le leggi tratta gli aspetti del culto e della pratica religiosa.

Le difficoltà nell’avvio della lettoscrittura.

(Recensione testo “Le difficoltà nell’avvio dellaLe difficoltà nell’avvio alla lettoscrittura”. Come affrontare gli errori ricorrenti lavorando con parole, frasi e brani di Emanuela Siliprandi e Claudio Gorrieri. A cura di Giacomo Stella Giunti scuola)

Si tratta di un libro che mi è stato davvero utile quest’anno; nonostante sia un libro di potenziamento e recupero, è utilizzabile anche con tutta la classe, ovviamente con tempi e modi opportuni.
Il testo è costruito per il primo biennio della scuola primaria: per il primo anno forse è più indicato come integrazione al lavoro svolto dall’insegnante; in seconda può essere usato con quei bambini che, per una difficoltà certificata o solamente riscontrata dall’insegnante, hanno bisogno di cementificare alcune abilità, o ancora di acquisirle.
Personalmente l’ho utilizzato molto quest’anno, in classe prima: le prime comprensioni di frasi e testi le ho tratte da qui, come anche tutto il lavoro sulla costruzione delle frasi.
Apparentemente è un libro fatto di schede, ma si tratta di schede che sono anche base per costruire attività simili, anche direttamente sul quaderno. Tutti i testi presentati sono in stampato maiuscolo: questo rende il volume accessibile fin da subito in prima, non appena i bambini iniziano a leggere le prime parole e frasi brevi; inoltre, per i bambini di fine prima o seconda che necessitano di un recupero, questo aiuta molto anche in caso di dislessia.
La struttura del libro, poi, è molto comoda: dopo una parte introduttiva, si entra nel merito della pratica, con le schede di lavoro, sapientemente suddivise in quattro aree: suoni semplici (con struttura consonante/vocale), suoni nascosti (dittonghi, iati, lettere ponte), suoni complessi consonante/consonante/vocale), suoni difficili (c e g dolci o con l’h, gn, gl, sc, q e cq, eccetera).
Si ha così modo di avere una successione ordinata di schede in cui si seguono all’incirca le difficoltà ortografiche argomento di studio nel secondo quadrimestre della classe prima.
Inoltre, all’interno di ogni gruppo, particolare attenzione è stata dedicata alla scelta delle attività, che spaziano tra lettura di parole, collegamenti, giochi quali le parole nascoste e i cruciverba, la formazione di parole con le sillabe e di frasi con le parole, completamenti e comprensioni di frasi (ad esempio il vero e falso) e di brani. Il tutto in ordine di crescente difficoltà. Si tratta di esercizi spesso utilizzati anche dai logopedisti durante i percorsi di riabilitazione.

Come l’ho utilizzato in classe prima?
Personalmente ho utilizzato questo testo per lavorare o imbastire un lavoro su varie aree:
– lettura di parole e frasi;
– scrittura di parole grazie ai cruciverba, fondamentale aiuto per il bambino che fa meno fatica a collegare il disegno alla parola avendo davanti a sè già un nmero preciso di caselline da completare;
– formazione di parole ordinendo le frasi e formazione di frasi ordinando le parole, per abituarsi a lavorare con le sillabe e per un primo esercizio di comprensione;
– comprensione di frasi: prima con il completamento della parola mancante, poi con il riordino di frasi, infine con il vero e falso (molto amato dai bambini);
– comprensione di testi (via via sepre più lunghi), a crocette, pian piano da sostituire con altre comprensioni in stampato minuscolo o con altre tipologie di risposte (ad esempio, a risposta aperta, verso fine anno).

Un testo fondamentale se si lavora su una prima, utile in seconda con bambini che hanno difficoltà o se si vuole dedicare un’oretta ogni tanto al potenziamento con tutta la classe (e non fa mai male), sia in stampato che in corsivo se si riproducono gli esercizi sul quaderno.
Io l’ho anche consigliato ad alcuni genitori che cercavano degli esercizi per integrare il lavoro svolto a scuola, siccome la bambina in questione faticava ad apprendere la lettoscrittura, in attesa di accertamenti.Vivamente consigliato, da avere a portata di mano!

By Lorena Figini- http://pedagogiaedidattica.blogspot.it/

Dire di no ai bambini: quando, perché, come.

STABILIRE LIMITI (estratto dal libro: “GENITORI CHE AVVENTURA! PRINCIPI PRATICI PER EDUCARE I FIGLI“, edizioni San Paolo, autrice Sofia Mattessich)

Circa all’età di un anno diventa necessario dire al bambino i primi “no” e cominciare così a stabilire dei limiti; di frequente i genitori esitano a farlo, un po’ per stanchezza – cedere a qualunque desiderio del figlio può sembrare in un primo tempo più facile che opporvisi –, un po’ perché desiderano non farlo soffrire.
Innanzitutto, è necessario distinguere i bisogni del bambino – esigenze che vanno soddisfatte – dai suoi desideri – che non è detto vadano esauditi. Per esempio, può darsi che un figlio, in seguito a un trasloco o a un altro cambiamento nella sua vita, richieda maggiormente la vicinanza dei genitori; sarebbe opportuno, in questo caso, che la sua esigenza venisse riconosciuta e in qualche misura soddisfatta nel periodo necessario al bambino per adattarsi. È diverso, invece, il caso di un figlio che desidera sempre addormentarsi con il genitore accanto al suo letto: si tratta di un desiderio al quale può essere bene dire “no”.
Il “no” detto con affetto, calma e fermezza è salutare; i limiti imposti al bambino devono essere stabili e coerenti (il più possibile condivisi da tutti coloro che si occupano di lui), in modo che egli abbia chiaro ciò che è permesso e ciò che è proibito. Il bambino che riesce ad averla vinta con un genitore, può esprimere un senso di trionfo in un primo momento, ma in realtà il fatto di riuscire a dominare l’adulto che si occupa di lui, di sentirsene più potente, gli trasmette insicurezza e ansia: il piccolo si sente in balìa dei suoi desideri e delle sue emozioni, senza che vi sia un adulto forte che sappia arginarli – adulto forte che dopo qualche anno il bimbo interiorizzerebbe come un’istanza mentale che gli permette di autoregolarsi. In altre parole, l’adulto che pone dei limiti – ripeto: con affetto, calma e fermezza – contribuisce a strutturare la personalità del bambino, in modo che un domani sarà lui capace di dirsi autonomamente, per esempio: “No, adesso non posso giocare, perché prima devo finire i compiti”.
Di fronte al “no”, il bambino sperimenta frustrazione e può darsi che provi rabbia; lasciamogliela esprimere, ma secondo modalità socialmente accettabili: per esempio, non accettiamo che ci prenda a calci, ma accettiamo che pesti i piedi per terra. L’esperienza della frustrazione rappresenta per il piccolo un’opportunità essenziale di imparare a far fronte alle difficoltà e di rafforzarsi. I bambini che vedono soddisfatti tutti i loro capricci non crescono felici, ma fragili.
Quando diciamo “no” a un desiderio di nostro figlio o vogliamo sgridarlo per qualche motivo, dobbiamo osservare tre passi: 1) esprimere comprensione per il suo desiderio e i suoi sentimenti; 2) mostrargli però le esigenze della realtà; 3) dargli sostegno e valorizzarlo. Per esempio, potremmo dire: “(1) Capisco che vorresti restare qui al parco a giocare con i tuoi amici e che ti dispiace dover tornare a casa, (2) ma dobbiamo rientrare, perché devo preparare la cena; (3) [quando il bambino acconsente, seppur sbuffando] bravo, ero certa che avresti capito”. Oppure: “(1) Capisco che sei arrabbiato perché quel bambino è salito sulla tua bici senza permesso, (2) ma non bisogna mai dare gli spintoni: devi chiedergli ‘puoi scendere dalla mia bici?’; (3) capita a tutti di sbagliare: sono certa che la prossima volta saprai fare meglio”. In questo modo il bambino non percepisce un genitore “cattivo” che proibisce e sgrida, ma un genitore che (1) lo capisce e (2) gli indica le esigenze della realtà che comportano anche frustrazioni – frustrazioni alle quali (3) egli è in grado di far fronte.

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Sofia Mattessich “Genitori che avventura! Principi pratici per educare i figli”

Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2013, pp. 50, € 7.00 (e-book: € 2.99)

Sofia Mattessich

Genitori che avventura! Principi pratici per educare i figli.

Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2013, pp. 50, € 7.00 (e-book: € 2.99)

Capita di sovente, al termine di un incontro di formazione per genitori, di sentirsi rivolgere la richiesta di indicazioni bibliografiche valide e spendibili Non è facile fornire risposte adeguate. Non perché manchino i titoli: la letteratura al riguardo è abbastanza abbondante. Il problema sta piuttosto nel trovare testi che uniscano l’immediatezza della comunicazione ad una sufficiente dose di profondità.

Sono ovviamente da evitare quei manualetti che pretendono di impartire “istruzioni per l’uso” al genitore fornendo facili ricette da applicare ciecamente. Appare evidente che in un campo così delicato, che mette in gioco la peculiarità e l’unicità del rapporto genitore-figlio, l’unica via praticabile sia quella di proporre un “metodo”, e quindi un atteggiamento, uno stile operativo capace di generare scelte autonome, da incarnare nelle situazioni specifiche che si presentano nella vita quotidiana.

Ma trasmettere un metodo non è cosa semplice. I testi metodologici (un esempio fra tutti : “Genitori efficaci” di Thomas Gordon) risultano spesso difficili da assimilare per un genitore che non abbia una cultura specialistica, e che non sia avvezzo ai linguaggi delle scienze dell’educazione.

E’ a partire da queste considerazioni che ho letto con curiosità, e poi con crescente attenzione, il piccolo libro di Sofia Mattessich, psicologa specializzata nell’area dello sviluppo di bambini e adolescenti.

Il testo ha il pregio della brevità, e insieme della chiarezza espositiva. Attraverso alcune parole-chiave (relazione, conoscenza, limiti, autostima…) e con esempi pratici tratti dalla vita familiare conduce il lettore ad immedesimarsi in uno sguardo, a fare propri gesti e strategie che – lo si può leggere tra le righe – riconducono ad una precisa visione psicopedagogica dell’educazione e del ruolo genitoriale.

La centralità dell’ascolto, della relazione affettiva, l’importanza dell’empatia (“mettersi nei suoi panni”), la gestione dei limiti e delle emozioni, la correzione orientata sempre all’incoraggiamento, la promozione dell’assertività, il sostegno dell’autostima… Sono tutti “principi”, non enunciati in modo astratto, ma documentati in azioni concrete, che si rifanno ad un modello che pone al centro il bambino, la sua vita emotiva, la sue esigenze, mettendo in discussione le pretese dell’adulto, le sue aspettative spesso esorbitanti, le sue ansie prestazionali.

Colpisce, nelle modalità espositive dell’autrice, lo sforzo costante di evidenziare il “rovescio positivo” di ogni situazione, di ogni intervento educativo. Anche l’uso dei “no”, la correzione, la gestione delle rabbie, il richiamo alle regole vengono riproposti in chiave affettiva, con una cura costante ad evitare gesti di squalifica e di disconferma, a trasmettere al figlio stima e comprensione, a privilegiare i “comandi positivi” rispetto alle critiche e alle proibizioni.

Leggere queste pagine significa fare un piccolo percorso, prendendo le distanze dall’immagine del “figlio ideale”, per “riconoscere e valorizzare il figlio reale, quale egli è, con le sue qualità e i suoi limiti”.

Luigi Regoliosi (Docente Facoltà Scienze dell’Educazione, Università Cattolica di Brescia)

Favolando – di Emanuela Bandelloni – La Nuova Rosa editrice.

“I bambini sono il futuro degli adulti, è vero, così com’è vero che gli adulti sono il passato, il presente e il domani dei bambini”.

Così inizia la prefazione di questo bellissimo libro che contiene 5 favole:
– L’oro degli angeli;
– Gli uccelli del sole;
– Il tipografo della fantasia;
– Le parole del bosco;
– Il segreto della montagna.

 

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Shema’ "Ascolta" di Primo Levi

Shema’
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo,
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi:
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi, 10 gennaio 1946

Primo Levi – LA TREGUA – "Il disgelo"

“Nei primi giorni del gennaio 1945, sotto la spinta dell’Armata Rossa ormai vicina, i tedeschi avevano evacuato in tutta fretta il bacino minerario slesiano. Mentre altrove, in analoghe condizioni, non avevano esitato a distruggere col fuoco o con le armi i Lager insieme con i loro occupanti, nel distretto di Auschwitz agirono diversamente: ordini superiori (a quanto pare dettati personalmente da Hitler) imponevano di «recuperare», a qualunque costo, ogni uomo abile al lavoro. Perciò tutti i prigionieri sani furono evacuati, in condizioni spaventose, su Buchenwald e su Mauthausen, mentre i malati furono abbandonati a loro stessi. Da vari indizi è lecito dedurre la originaria intenzione tedesca di non lasciare nei campi di concentramento nessun uomo vivo; ma un violento attacco aereo notturno, e la rapidità dell’avanzata russa, indussero i tedeschi a mutare pensiero, e a prendere la fuga lasciando incompiuto il loro dovere e la loro opera.

Nell’infermeria del Lager di Buna-Monowitz eravamo rimasti in ottocento. Di questi, circa cinquecento morirono delle loro malattie, di freddo e di fame prima che arrivassero i russi, ed altri duecento, malgrado i soccorsi, nei giorni immediatamente successivi.

La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sòmogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, ché la fossa era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti.

Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi.

A noi parevano mirabilmente corporei e reali, sospesi (la strada era più alta del campo) sui loro enormi cavalli, fra il grigio della neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate di vento umido minaccioso di disgelo.

Ci pareva, e così era, che il nulla pieno di morte in cui da dieci giorni ci aggiravamo come astri spenti avesse trovato un suo centro solido, un nucleo di condensazione: quattro uomini armati, ma non armati contro di noi; quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e puerili sotto i pesanti caschi di pelo.

Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.

Così per noi anche l’ora della libertà suonò grave e chiusa, e ci riempì gli animi, ad un tempo, di gioia e di un doloroso senso di pudore, per cui avremmo voluto lavare le nostre coscienze e le nostre memorie della bruttura che vi giaceva: e di pena, perché sentivamo che questo non poteva avvenire, che nulla mai più sarebbe potuto avvenire di così buono e puro da cancellare il nostro passato, e che i segni dell’offesa sarebbero rimasti in noi per sempre, e nei ricordi di chi vi ha assistito, e nei luoghi ove avvenne, e nei racconti che ne avremmo fatti. Poiché, ed è questo il tremendo privilegio della nostra generazione e del mio popolo, nessuno mai ha potuto meglio di noi cogliere la natura insanabile dell’offesa, che dilaga come un contagio. È stolto pensare che la giustizia umana la estingua. Essa è una inesauribile fonte di male: spezza il corpo e l’anima dei sommersi, li spegne e li rende abietti; risale come infamia sugli oppressori, si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la stessa volontà di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia.

Queste cose, allora mal distinte, e avvertite dai più solo come una improvvisa ondata di fatica mortale, accompagnarono per noi la gioia della liberazione. Perciò pochi fra noi corsero incontro ai salvatori, pochi caddero in preghiera. Charles ed io sostammo in piedi presso la buca ricolma di membra livide, mentre altri abbattevano il reticolato; poi rientrammo con la barella vuota, a portare la notizia ai compagni.

Per tutto il resto della giornata non avvenne nulla, cosa che non ci sorprese, ed a cui eravamo da molto tempo avvezzi. Nella nostra camera la cuccetta del morto Sòmogyi fu subito occupata dal vecchio Thylle, con visibile ribrezzo dei miei due compagni francesi.

Thylle, per quanto io ne sapevo allora, era un «triangolo rosso», un prigioniero politico tedesco, ed era uno degli anziani del Lager; come tale, aveva appartenuto di diritto alla aristocrazia del campo, non aveva lavorato manualmente (almeno negli ultimi anni), ed aveva ricevuto alimenti e vestiti da casa. Per queste stesse ragioni i «politici» tedeschi erano assai raramente ospiti dell’infermeria, in cui d’altronde godevano di vari privilegi: primo fra tutti, quello di sfuggire alle selezioni. Poiché, al momento della liberazione, era lui l’unico, dalle SS in fuga era stato investito della carica di capobaracca del Block 20, di cui facevano parte, oltre alla nostra camerata di malati altamente infettivi, anche la sezione TBC e la sezione dissenteria.

Essendo tedesco, aveva preso molto sul serio questa precaria nomina. Durante i dieci giorni che separarono la partenza delle SS dall’arrivo dei russi, mentre ognuno combatteva la sua ultima battaglia contro la fame, il gelo e la malattia. Thylle aveva fatto diligenti ispezioni del suo nuovissimo feudo, controllando lo stato dei pavimenti e delle gemelle e il numero delle coperte (una per ogni ospite, vivo o morto che fosse). In una delle sue visite alla nostra camera aveva perfino encomiato. Arthur per l’ordine e la pulizia che aveva saputo mantenere; Arthur, che non capiva il tedesco, e tanto meno il dialetto sassone di Thylle, gli aveva risposto «vieux dégoûtant» e «putain de boche»; ciononostante Thylle, da quel giorno in poi, con evidente abuso di autorità, aveva preso l’abitudine di venire ogni sera nella nostra camera per servirsi del confortevole bugliolo che vi era installato: in tutto il campo, l’unico alla cui manutenzione si provvedesse regolarmente, e l’unico situato nelle vicinanze di una stufa.

Fino a quel giorno, il vecchio Thylle era dunque stato per me un estraneo, e perciò un nemico; inoltre un potente, e perciò un nemico pericoloso. Per la gente come me, vale a dire per la generalità del Lager, altre sfumature non c’erano: durante tutto il lunghissimo anno trascorso in Lager, io non avevo avuto mai né la curiosità né l’occasione di indagare le complesse strutture della gerarchia del campo. Il tenebroso edificio di potenze malvage giaceva tutto al di sopra di noi, e il nostro sguardo era rivolto al suolo. Eppure fu questo Thylle, vecchio militante indurito da cento lotte per il suo partito ed entro il suo partito, e pietrificato da dieci anni di vita feroce ed ambigua in Lager, il compagno e il confidente della mia prima notte di libertà.Per tutto il giorno, avevamo avuto troppo da fare per aver tempo di commentare l’avvenimento, che pure sentivamo segnare il punto cruciale della nostra intera esistenza; e forse, inconsciamente, l’avevamo cercato, il da fare, proprio allo scopo di non aver tempo, perché di fronte alla libertà ci sentivamo smarriti, svuotati, atrofizzati, disadatti alla nostra parte.

Ma venne la notte, i compagni ammalati si addormentarono, si addormentarono anche Charles e Arthur del sonno dell’innocenza, poiché erano in Lager da un solo mese, e ancora non ne avevano assorbito il veleno: io solo, benché esausto, non trovavo sonno, a causa della fatica stessa e della malattia. Avevo tutte le membra indolenzite, il sangue mi pulsava convulsamente nel cranio, e mi sentivo invadere dalla febbre. Ma non era solo questo: come se un argine fosse franato, proprio in quell’ora in cui ogni minaccia sembrava venire meno, in cui la speranza di un ritorno alla vita cessava di essere pazzesca, ero sopraffatto da un dolore nuovo e più vasto, prima sepolto e relegato ai margini della coscienza da altri più urgenti dolori: il dolore dell’esilio, della casa lontana, della solitudine, degli amici perduti, della giovinezza perduta, e dello stuolo di cadaveri intorno.

Il mattino ci portò i primi segni di libertà. Giunsero (evidentemente precettati dai russi) una ventina di civili polacchi, uomini e donne, che non pochissimo entusiasmo si diedero ad armeggiare per mettere ordine e pulizia fra le baracche e sgomberare i cadaveri. Verso mezzogiorno arrivò un bambino spaurito, che trascinava una mucca per la cavezza; ci fece capire che era per noi, e che la mandavano i russi, indi abbandonò la bestia e fuggì come un baleno. Non saprei dire come, il povero animale venne macellato in pochi minuti, sventrato, squartato, e le sue spoglie si dispersero per tutti i recessi del campo dove si annidavano i superstiti.

A partire dal giorno successivo, vedemmo aggirarsi per il campo altre ragazze polacche, pallide di pietà e di ribrezzo: ripulivano i malati e ne curavano alla meglio le piaghe. Accesero anche in mezzo al campo un enorme fuoco, che alimentavano con i rottami delle baracche sfondate, e sul quale cucinavano la zuppa in recipienti di fortuna. Finalmente, al terzo giorno, si vide entrare in campo un carretto a quattro ruote, guidato festosamente da Yankel, uno Häftling: era un giovane ebreo russo, forse l’unico russo fra i superstiti, ed in quanto tale si era trovato naturalmente a rivestire la funzione di interprete e di ufficiale di collegamento coi comandi sovietici. Tra sonori schiocchi di frusta, annunziò che aveva incarico di portare al Lager centrale di Auschwitz, ormai trasformato in un gigantesco lazzaretto, tutti i vivi fra noi, a piccoli gruppi di trenta o quaranta al giorno, e a cominciare dai malati più gravi.

Era intanto sopravvenuto il disgelo, che da tanti giorni temevamo, ed a misura che la neve andava scomparendo, il campo si mutava in uno squallido acquitrino. I cadaveri e le immondizie rendevano irrespirabile l’aria nebbiosa e molle. Né la morte aveva cessato di mietere: morivano a decine i malati nelle loro cuccette fredde, e morivano qua e là per le strade fangose, come fulminati, i superstiti più ingordi, i quali, seguendo ciecamente il comando imperioso della nostra antica fame, si erano rimpinzati delle razioni di carne che i russi, tuttora impegnati in combattimenti sul fronte non lontano, facevano irregolarmente pervenire al campo: talora poco, talora nulla, talora in folle abbondanza.

Ma di tutto quanto avveniva intorno a me io non mi rendevo conto che in modo saltuario e indistinto. Pareva che la stanchezza e la malattia, come bestie feroci e vili, avessero atteso in agguato il momento in cui mi spogliavo di ogni difesa per assaltarmi alle spalle. Giacevo in un torpore febbrile, cosciente solo a mezzo, assistito fraternamente da Charles, e tormentato dalla sete e da acuti dolori alle articolazioni. Non c’erano medici né medicine. Avevo anche male alla gola, e metà della faccia mi era gonfiata: la pelle si era fatta rossa e ruvida, e mi bruciava come per una ustione; forse soffrivo di più malattie ad un tempo. Quando venne il mio turno di salire sul carretto di Yankel, non ero più in grado di reggermi in piedi.

Fui issato sul carro da Charles e da Arthur, insieme con un carico di moribondi da cui non mi sentivo molto dissimile. Piovigginava, e il cielo era basso e fosco. Mentre il lento passo dei cavalli di Yankel mi trascinava verso la lontanissima libertà, sfilarono per l’ultima volta sotto i miei occhi le baracche dove avevo sofferto e mi ero maturato, la piazza dell’appello su cui ancora si ergevano, fianco a fianco, la forca e un gigantesco albero di Natale, e la porta della schiavitù, su cui, vane ormai, ancora si leggevano le tre parole della derisione: «Arbeit Macht Frei», «Il lavoro rende liberi».”

Nelson Rolihlahla Mandela

Il 5 dicembre sarà ricordato come il giorno della morte del “simbolo mondiale della lotta al razzismo”, Nelson Mandela, un uomo che ha combattuto per l’integrazione del popolo del Sudafrica per tutta la sua vita. Nonostante abbia passato 27 anni nelle galere del regime segregazionista, non ha mai pronunciato parole di vendetta ma con il suo perdono e il suo esempio di vita ha riconciliato il suo Paese evitando lotte sanguinose.

Conosciamolo meglio: la sua lunga vita, passo dopo passo.
Nelson Rolihlahla Mandela è nato Mvezo, un piccolo villaggio sulle rive del fiume Mbashe nella regione di Umtata, il capoluogo del Transkei, nel sud est del Sudafrica, il 18 luglio 1918. Mandela è il cognome preso dal nonno. Il nome Rolihlahla (significa “colui che provoca guai”) gli fu dato alla nascita mentre Nelson gli fu assegnato alle scuole elementari. Madiba è il suo nome dell’etnia Xhosa, all’interno del clan di appartenenza.
Mandela è cresciuto nel suo villaggio, a Mvezo; nel 1941, a 22 anni, ancora studente di legge, viene messo di fronte all’obbligo (come tutti i ragazzi della età) di doversi sposare con una ragazza scelta dal capo del villaggio. Non accettando questa imposizione decide di scappare a Johannesburg.

Nel 1942 iniziò la sua lotta nell’opposizione al regime sudafricano che negava i diritti politici, sociali, civili alla maggioranza nera sudafricana. In quell’anno entrò a far parte dell’African National Congress (ANC) e due anni dopo fondò l’associazione giovanile Youth League, insieme a Walter Sisulu, Oliver Tambo e altri.

Nel 1948 il Partito Nazionale vinse le elezioni. Era il partito di etnia bianca del Sudafrica che promuoveva l’apartheid (vuol dire “separazione”) cioè la politica di segregazione razziale, rimasta in vigore fino al 1993. Era un regime di restrizione dei diritti civili razzista, le persone erano separate nella vita quotidiana in base al colore della pelle. Ad esempio, un nero non poteva mangiare in un ristorante di bianchi, usare gli stessi servizi igienici, frequentare la stessa scuola, andare al cinema, ecc. Chiunque si opponeva al sistema dell’apartheid subiva conseguenze penali. I neri venivano deportati con la forza nelle cosiddette “homeland del sud”, erano costretti a lasciare le loro case e gli affetti e non potevano godere di alcun tipo di diritto. Le Nazioni Unite, riunite in assemblea generale nel nel 1973, dichiararono l’apartheid un crimine internazionale e nel 1976 fu inserito nella lista dei crimini contro l’umanità.

Nel 1952 Mandela partecipò alla campagna di resistenza organizzata dall’ ANC e nell’ assemblea popolare del 1955, venne adottata la Carta della Libertà che stabilì il fondamentale programma della causa anti-apartheid. In questi anni Mandela e il suo compagno avvocato Oliver Tambo fondarono l’ufficio legale Mandela e Tambo e fornirono assistenza gratuita o a molte persone di colore.

Nelson Mandela fu uno dei leader del movimento anti-apartheid ed ebbe un ruolo determinante nella caduta di quel regime; coinvolto nella lotta di massa, fu arrestato con ad altre 150 persone il 5 dicembre 1956. Venne accusato di tradimento, il processo durò sino al 1961 quando tutti gli imputati vennero assolti.

Nel 1960 Mandela appoggiò la lotta armata (dopo l’uccisione di manifestanti disarmati a Sharpeville e nel 1961 divenne il comandante dell’ala armata Umkhonto we Sizwe dell’ANC che intraprese azioni di sabotaggio contro l’esercito e gli obiettivi del governo per porre fine all’apartheid.
Nell’agosto 1962 fu arrestato dalla polizia sudafricana e venne imprigionato per 5 anni con l’accusa di viaggi illegali all’estero e incitamento allo sciopero Il 12 giugno 1964 venne condannato all’ergastolo con l’imputazione di coinvolgimento nell’organizzazione di azione armata, di sabotaggio (del cui reato Mandela si dichiarò colpevole) e di cospirazione per aver cercato di aiutare gli altri Paesi a invadere il Sudafrica (reato del quale Mandela si dichiarò invece non colpevole).

Nel 1985 rifiutò l’offerta di libertà condizionata in cambio di una rinuncia alla lotta armata e rimase in prigione fino all’11 febbraio del 1990 quando le crescenti proteste dell’ANC e le pressioni della comunità internazionale portarono al suo rilascio su ordine del Presidente sudafricano F.W. de Klerk, dopo una detenzione di circa 27 anni.

Nel 1993 Mandela e de Klerk ottennero il Premio Nobel per la pace ( Mandela era già stato in precedenza premiato con il Premio Lenin per la pace nel 1962 e il Premio Sakharov per la libertà di pensiero nel 1988).

Nel 1994 Mandela fu eletto il primo capo di stato di colore ed ebbe De Klerk come vice presidente; dal maggio 1994 al giugno 1999 (anno del suo abbandono della presidenza) si dedicò al cambiamento dal vecchio regime basato sull’apartheid al nuovo basato sulla democrazia, sostenne la riconciliazione nazionale e internazionale e tutto questo gli valse il rispetto e l’ammirazione del mondo. Nel 1994 per la prima volta tutte le razze ebbero uguale diritto di voto, il 27 aprile si celebra l’anniversario delle elezioni a suffragio universale che hanno portato al governo l’African National Congress (ANC) in Sudafrica, questo è appunto considerato il giorno della Festa della Libertà.

Dal 1999 al 2004 Mandela ha proseguito il suo impegno e la sua azione di sostegno alle organizzazioni per i diritti sociali, civili e umani, ha ricevuto numerose onorificenze e ha tenuto conferenze, nel giugno 2004, all’età di ottantacinque anni, si è ritirato dalla vita pubblica per passare il maggior tempo possibile con la sua famiglia.
Nel 2008, per il suo novantesimo compleanno di Mandela, si è svolto un grande concerto all’Hyde Park di Londra: erano presenti circa cinquecentomila persone.
Dal marzo 2013 si riacutizzano i suoi problemi polmonari dovuti alla tubercolosi contratta durante la carcerazione, la sera del 5 dicembre 2013 Madiba ci lascia per continuare a proteggerci e a guidarci da un’altra dimensione.

Favola di Gino e Cecilia Strada

FAVOLA DI GINO STRADA SCRITTA INSIEME A SUA FIGLIA CECILIA, PER SPIEGARE AI BAMBINI IL SIGNIFICATO DI PAROLE COME ‘DIRITTI’, ‘PACE’, ‘UGUAGLIANZA’


C ‘era una volta un pianeta chiamato Terra. Si chiamava Terra anche se, a dire il vero, c’era molta più acqua che terra su quel pianeta. Gli abitanti della Terra, infatti, usavano le parole in modo un po’ bislacco. Prendete le automobili, per esempio. Quel coso rotondo che si usa per guidare, loro lo chiamavano ‘volante’, anche se le macchine non volano affatto! Non sarebbe più logico chiamarlo ‘guidante’, oppure’girante’, visto che serve per girare? Anche sulle cose importanti si faceva molta confusione. Si parlava spesso di ‘diritti’: il diritto all’istruzione, per esempio, significava che tutti i bambini avrebbero potuto (e dovuto!) andare a scuola. Il diritto alla salute poi, avrebbe dovuto significare che chiunque, ferito, oppure malato, doveva avere la possibilità di andare in ospedale. Ma per chi viveva in un paese senza scuole, oppure a causa della guerra non poteva uscire di casa, oppure chi non aveva i soldi per pagare l’ospedale (e questo, nei paesi poveri, è più la regola che l’eccezione), questi diritti erano in realtà dei rovesci: non valevano un fico secco. Siccome non valevano per tutti ma solo per chi se li poteva permettere, queste cose non erano diritti: erano diventati privilegi, e cioè vantaggi particolari riservati a pochi. A volte, addirittura, i potenti della terra chiamavano ‘operazione di pace’ quella che, in realtà, era un’operazione di guerra: dicevano proprio il contrario di quello che in realtà intendevano.E poi, sulla Terra, non c’era più accordo fra gli uomini sui significati: per alcuni ricchezza significava avere diecimila miliardi, per altri voleva dire avere almeno una patata da mangiare. Quanta confusione!Tanta confusione che un giorno il mago Linguaggio non ne poté più. Linguaggio era un mago potentissimo, che tanto tempo prima aveva inventato le parole e le aveva regalate agli uomini. All’inizio c’era stato un po’ di trambusto, perché gli uomini non sapevano come usarle, e se uno diceva carciofo l’altro pensava al canguro, e se uno chiedeva spaghetti l’altro intendeva gorilla, e al ristorante non ci si capiva mai. Allora il mago Linguaggio appiccicò ad ogni parola un significato preciso, cosicché le parole volessero dire sempre la stessa cosa, e per tutti. Da allora il carciofo è sempre stato un ortaggio, e il gorilla un animale peloso, e non c’era più il rischio di trovarsi per sbaglio nel piatto un grosso animale peloso, con il suo testone coperto di sugo di pomodoro. Questo lavoro, di dare alle parole un significato preciso, era costato un bel po’ di fatica al mago Linguaggio. Adesso, vedendo che gli uomini se ne infischiavano del suo lavoro, e continuavano ad usarle a capocchia, decise di dare loro una lezione. «Le parole sono importanti» amava dire «se si cambiano le parole si cambia anche il mondo, e poi non si capisce più niente» Una notte, dunque, si mise a scombinare un po’ le cose, spostando una sillaba qui, una là, mescolando vocali e consonanti, anagrammando i nomi. Alla mattina, infatti, non ci si capiva più niente. A tutti gli alberghi di una grande città aveva rubato la lettera gi e la lettera acca, ed erano diventati…alberi! Decine e decine di enormi alberi, con sopra letti e comodini e frigobar, e i clienti stupitissimi che per scendere dovevano usare le liane come Tarzan. Alle macchine aveva rubato una enne, facendole diventare macchie, e chi cercava la propria automobile trovava soltanto una grossa chiazza colorata parcheggiata in strada. Alle torte invece aveva aggiunto una esse, erano diventate tutte storte, e cadevano per terra prima che i bambini se le potessero mangiare. Erano talmente storte che non erano più buone nemmeno per essere tirate in faccia. Nelle scuole si era anche divertito ad anagrammare, al momento dell’appello, la parola presente, e se prima gli alunni erano tutti presenti, adesso erano tutti serpenti, e le maestre scappavano via terrorizzate. Poi si era tolto uno sfizio personale: aveva eliminato del tutto la parola guerra, che aveva inventato per sbaglio, e non gli era mai piaciuta. Così un grande capo della terra, che in quel momento stava per dichiarare guerra, dovette interrompersi a metà della frase, e non se ne fece nulla. Inoltre aveva trasformato i cannoni in cannoli, siciliani naturalmente, e chi stava combattendo si ritrovò tutto coperto di ricotta e canditi. Andò avanti così per parecchi giorni, con le scarpe che diventavano carpe e nuotavano via, i mattoni che diventavano gattoni e le case si mettevano a miagolare, il pane che si trasformava in un cane e morsicava chi lo voleva mangiare. Quanta confusione! Troppa confusione, e gli uomini non ne potevano più.
Mandarono quindi una delegazione dal mago Linguaggio, a chiedere che rimettesse a posto le parole, e con loro il mondo. «E va bene» disse Linguaggio «ma solo ad una condizione: che cominciate a usare le parole con il loro giusto significato. » «I diritti degli uomini devono essere di tutti gli uomini, proprio di tutti, sennò chiamateli privilegi.Uguaglianza deve significare davvero che tutti sono uguali e non che alcuni sono più uguali di altri. E per quanto riguarda la guerra…» «Per quanto riguarda la guerra» lo interruppero gli uomini «ci abbiamo pensato… tienitela pure: è una parola di cui vogliamo fare a meno».
(GimmyT)

L’amicizia

Un uomo, il suo cavallo ed il suo cane camminavano lungo una strada.
Mentre passavano vicino ad un albero gigantesco, un fulmine li colpì, uccidendoli all’istante.
Ma il viandante non si accorse di aver lasciato questo mondo e continuò a camminare, accompagnato dai suoi animali. A volte, i morti impiegano qualche tempo per rendersi conto della loro nuova condizione…
Il cammino era molto lungo; dovevano salire una collina, il sole picchiava forte ed erano sudati e assetati. A una curva della strada, videro un portone magnifico, di marmo, che conduceva a una piazza pavimentata con blocchi d’oro, al centro della quale s’innalzava una fontana da cui sgorgava dell’acqua cristallina.
Il viandante si rivolse all’uomo che sorvegliava l’entrata.
“Buongiorno”
“Buongiorno” rispose il guardiano.
“Che luogo è mai questo, tanto bello?”
“E’ il cielo”
“Che bello essere arrivati in cielo, abbiamo tanta sete!”
“Puoi entrare e bere a volontà”.
Il guardiano indicò la fontana.
“Anche il mio cavallo ed il mio cane hanno sete”
“Mi dispiace molto”, disse il guardiano, “ma qui non è permesso l’entrata agli animali”.
L’uomo fu molto deluso: la sua sete era grande, ma non avrebbe mai bevuto da solo.
Ringraziò il guardiano e proseguì.
Dopo avere camminato a lungo su per la collina, il viandante e gli animali giunsero in un luogo il cui ingresso era costituito da una vecchia porta, che si apriva su un sentiero di terra battuta, fiancheggiato da alberi.
All’ombra di uno di essi era sdraiato un uomo che portava un cappello; probabilmente era addormentato.
“Buongiorno” disse il viandante.
L’uomo fece un cenno con il capo.
“Io, il mio cavallo ed il mio cane abbiamo molta sete”.
“C’è una fonte fra quei massi”, disse l’uomo, indicando il luogo, e aggiunse: “Potete bere a volontà”. L’uomo, il cavallo ed il cane si avvicinarono alla fonte e si dissetarono.
Il viandante andò a ringraziare.
“Tornate quando volete”, rispose l’uomo.
“A proposito, come si chiama questo posto?”
“Cielo”
“Cielo? Ma il guardiano del portone di marmo ha detto che il cielo era quello là!”
“Quello non è il cielo, è l’inferno”.
Il viandante rimase perplesso.
“Dovreste proibire loro di utilizzare il vostro nome! Di certo, questa falsa informazione causa grandi confusioni!”
“Assolutamente no. In realtà, ci fanno un grande favore. Perché là si fermano tutti quelli che non esitano ad abbandonare i loro migliori amici…”

Le cose che ho imparato…

– Che non importa quanto sia buona una persona, ogni tanto ti ferirà.
E per questo, bisognerà che tu la perdoni.
– Che ci vogliono anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi per distruggerla.
– Che non dobbiamo cambiare amici, se comprendiamo che gli amici cambiano.
– Che le circostanze e l’ambiente hanno influenza su di noi, ma noi siamo responsabili di noi stessi.
– Che, o sarai tu a controllare i tuoi atti, o essi controlleranno te.
– Ho imparato che gli eroi sono persone che hanno fatto ciò che era necessario fare, affrontandone le conseguenze.
– Che la pazienza richiede molta pratica.
– Che ci sono persone che ci amano, ma che semplicemente non sanno come dimostrarlo.
– Che a volte, la persona che tu pensi ti sferrerà il colpo mortale quando cadrai, è invece una di quelle poche che ti aiuteranno a rialzarti.
– Che solo perché qualcuno non ti ama come tu vorresti, non significa che non ti ami con tutto te stesso.
– Che non si deve mai dire a un bambino che i sogni sono sciocchezze: sarebbe una tragedia se lo credesse.
– Che non sempre è sufficiente essere perdonato da qualcuno. Nella maggior parte dei casi sei tu a dover perdonare te stesso.
– Che non importa in quanti pezzi il tuo cuore si è spezzato; il mondo non si ferma, aspettando che tu lo ripari.
– Forse Dio vuole che incontriamo un po’ di gente sbagliata prima di incontrare quella giusta, così quando finalmente la incontriamo, sapremo come essere riconoscenti per quel regalo.
– Quando la porta della felicità si chiude, un’altra si apre, ma tante volte guardiamo così a lungo a quella chiusa, che non vediamo quella che è stata aperta per noi.
– La miglior specie d’amico è quel tipo con cui puoi stare seduto in un portico e camminarci insieme, senza dire una parola, e quando vai via senti che è come se fosse stata la miglior conversazione mai avuta.
– E’ vero che non conosciamo ciò che abbiamo prima di perderlo, ma è anche vero che non sappiamo ciò che ci è mancato prima che arrivi.
– Ci vuole solo un minuto per offendere qualcuno, un’ora per piacergli, e un giorno per amarlo, ma ci vuole una vita per dimenticarlo.
– Non cercare le apparenze, possono ingannare.
– Non cercare la salute, anche quella può affievolirsi.
– Cerca qualcuno che ti faccia sorridere perché ci vuole solo un sorriso per far sembrare brillante una giornataccia.
– Trova quello che fa sorridere il tuo cuore.
– Ci sono momenti nella vita in cui qualcuno ti manca così tanto che vorresti proprio tirarlo fuori dai tuoi sogni per abbracciarlo davvero!
– Sogna ciò che ti va; vai dove vuoi; sii ciò che vuoi essere, perché hai solo una vita e una possibilità di fare le cose che vuoi fare.
– Puoi avere abbastanza felicità da renderti dolce, difficoltà a sufficienza da renderti forte, dolore abbastanza da renderti umano, speranza sufficiente a renderti felice.
– Mettiti sempre nei panni degli altri. Se ti senti stretto, probabilmente anche loro si sentono così.
– Le più felici delle persone, non necessariamente hanno il meglio di ogni cosa; soltanto traggono il meglio da ogni cosa che capita sul loro cammino.
– Il miglior futuro è basato sul passato dimenticato, non puoi andare bene nella vita prima di lasciare andare i tuoi fallimenti passati e i tuoi dolori.
– Quando sei nato, stavi piangendo e tutti intorno a te sorridevano.

Vivi la tua vita in modo che quando morirai, tu sia l’unico che sorride e ognuno intorno a te piange.

Le persone…

Le persone vengono nella tua vita per una ragione, per una stagione o tutta la vita.
Quando saprai perché, saprai cosa fare con quella persona..Quando qualcuno è nella tua vita per una ragione, di solito è per soddisfare un bisogno cha hai espresso. Sono venuti per assisterti attraverso una difficoltà, per darti consigli e supporto, per aiutarti fisicamente, emotivamente o spiritualmente. Possono sembrare come un dono del cielo e lo sono. Loro sono li per il motivo per cui tu hai bisogno che ci siano. Quindi, senza nessuno sbaglio da parte tua o in un momento meno opportuno, questa persona dirà o farà qualcosa per portare la relazione a una fine. Qualche volta loro muoiono. Qualche volta se ne vanno. Qualche volta si comportano male e ti costringono a prendere una decisione. Ciò che dobbiamo capire è che il nostro bisogno è stato soddisfatto, il nostro desiderio realizzato, il loro lavoro è finito.
La tua preghiera ha avuto una risposta e ora è il momento di andare avanti. Alcune persone vengono nella nostra vita per una stagione, perché è arrivato il tuo momento di condividere, crescere e imparare. Loro ti portano un’esperienza di pace o ti fanno ridere. Possono insegnarti qualcosa che non hai mai fatto. Di solito ti danno un’incredibile quantità di gioia. Credici, è vero. Ma solo per una stagione! Le relazioni che durano tutta la vita ti insegnano lezioni che durano tutta la vita, cose che devi costruire al fine di avere delle solide fondamenta emotive. Il tuo lavoro è accettare la lezione, amare la persona e usare ciò che hai imparato in tutte le altre relazioni e aree della tua vita..
[Paulo Coelho]

I due Angeli viaggiatori (ovvero un pò di speranza…)

Due angeli viaggiatori si fermarono per passare la notte nella casa di una ricca famiglia. Era una famiglia di persone molto avare che si rifiutarono di far dormire i due angeli nella camera degli ospiti. Infatti concessero agli angeli solo un piccolo spazio fuori, nel duro e freddo pavimento del pergolato davanti alla casa.
Mentre si preparavano come potevano un letto per terra il più vecchio degli angeli vide un buco nel muro e lo riparo’.
Quando l’angelo giovane gli chiese perché lui rispose soltanto “Le cose non sono sempre quello che sembrano”.
La notte dopo la coppia di angeli cercò riparo alla casa di una molto povera ma molto ospitale famiglia, dove furono accolti da un contadino e sua moglie.
Dopo aver diviso con gli angeli il seppur poco cibo che avevano, i contadini cedettero agli angeli i propri letti, dove finalmente i viaggiatori si poterono riposare comodamente.
Quando il sole sorse, la mattina dopo, gli angeli trovarono l’uomo e sua moglie in lacrime. La loro unica mucca, la sola loro fonte di sostentamento, giaceva morta nel campo. Il giovane angelo ne fu infuriato a chiese al più vecchio come avesse potuto lasciare accadere una cosa del genere.
“Al primo uomo, che pure aveva tutto, hai fatto un favore”, lo accuso’ “Questa famiglia seppure aveva pochissimo era pronta a dividere tutto, e tu hai lasciato la mucca morire!”
“Le cose non sono sempre quello che sembrano” replico’ l’angelo “quando eravamo nel cortile della villa ho notato che c’era dell’oro nascosto nel muro e che si poteva scoprire grazie a quel piccolo buco.
Siccome quell’uomo era cosi’ avaro e ossessionato dal denaro io ho riparato quel buco, cosi’ non avrebbe trovato anche quella ricchezza.”
“Poi la notte scorsa quando dormimmo nel letto del contadino l’angelo della morte venne per sua moglie. Io invece di lei gli ho dato la mucca.”

Le cose non sono sempre quello che sembrano. Qualche volta questo e’ precisamente quello che succede quando le cose non sembrano andare come dovrebbero…

I colori degli uomini-Ada Bottini

I colori degli uomini

 Il Portale dei bambini Si racconta che un tempo, anzi agli inizi di tutti i tempi, gli uomini fossero fatti di luce. La loro forma, simile a quella di adesso, era delineata da una luce più intensa di quella esterna, quindi erano visibili.
All’inizio ce n’erano quattro copie in tutto il mondo: lo spa­zio non mancava. Non era però un problema percorrerlo, per­ché i nostri uomini si muovevano velocissimi, come la luce e, in un fiato, andavano da un continente all’ altro.
Era stato detto loro che potevano scegliere la terra dove vivere.
La prima coppia rimase affascinata da una grande distesa di erba ondeggiante al vento caldo e secco, ombreggiata qua e là da grandi alberi dalla forma curiosa, mai visti altrove. Nell’ erba e all’ ombra degli alberi pascolavano migliaia di animali di ogni forma e colore. Altri si beavano in una pozza d’acqua fangosa: vi si rotolavano, si sfregavano la schiena e parevano trarne un gran­de piacere.
– E’ qui che voglio vivere. – Disse lei.
– Sono d’accordo. – Rispose lui.
– Guarda quelle bestie come si rotolano nel fango. Chissà
perché? – Si chiese la donna.
– Ci provano gusto., Si capisce. –
– Non potremmo farlo anche noi. Sembra così divertente! –
Suggerì lei.
– Non ne abbiamo bisogno. A noi non prude la pelle e non abbiamo caldo. –
– E’ vero, ma se non possiamo provare mai niente, che gusto c’è? –
La curiosità era grande anche in lui, così decisero di prova-
re. Si buttarono nel fango e vi si rotolarono con gusto.
Prima divennero opachi, poi marrone scuro, scuro.
Le altre coppie di uomini incominciarono a ridere di loro, a dire che erano stati curiosi e imprudenti, quindi era giusto che fossero diventati opachi e pesanti per sempre.
Era vero, infatti la prima coppia rimase con la pelle scura e così tutti i loro figli.
Poco dopo altri due si fermarono in una terra dalle alte montagne e grandi fiumi ricchi d’acqua. Sui pendii delle monta­gne nascevano magnifici fiori bianchi con grossi pistilli gialli profumatissimi.
Lei sospirò e disse che lì si sentiva particolarmente bene e ci avrebbe vissuto volentieri. Anche lui era d’accordo. Si guar­darono intorno per conoscere meglio il posto prescelto.
Lei era fortemente attratta dai fiori e voleva annusarli, anche se sapeva già che avevano un buon profumo. Ci fu una breve discussione tra i due. Alla fine 1’ebbe vinta lei.
Adagio adagio si avvicinò al giglio e vi posò il naso sopra, il polline le fece il solletico e lei starnutì. Il polline si sparse abbon­dante nell’ aria e incipriò di giallo i due, che divennero prima opachi e poi pesanti.
Da allora la loro pelle e quella di tutta la loro discendenza rimase gialla.
Nello stesso tempo un’altra coppia ammirava verdi prate­rie, sullo sfondo, rosse montagne di roccia ai cui piedi scorreva un fiume rumoroso e spumeggiante.
– Che strano colore quelle montagne, – disse lui – non abbiamo ancora visto niente di simile. Mi piacerebbe vivere qui.-
– Anche a me. –
– Vorrei scalare quelle montagne. – Riprese lui.
– Cosa t’importa di scalarle se in un attimo puoi esserci
sopra. – Rispose lei.
– Non è la stessa cosa. Mi piacerebbe sentire la roccia sotto le mani e sotto ai piedi. lo ci provo. – Disse.
io ti guarderò. – Rispose lei.
 Il Portale dei bambini
-Lui iniziò ad arrampicarsi e, appena toccò la roccia le sue mani divennero rosse, così i piedi. Poi un masso si staccò dall’alto e rotolò sopra di lui, senza ferirlo, ma ricoprendolo di pol­vere rossa perfino negli occhi. Lei vide la scena e, in un lampo, gli fu vicina e l’abbracciò con forza. Così insieme divennero opachi e rossicci. Di quel colore rimasero per il resto della loro vita e di quel colore sono ancora, alcuni abitanti di quel territorio. La quarta coppia volteggiava in una terra densa di foreste, limpidi fiumi, alte montagne. Le cime dei monti erano ricoperte di un manto bianco e luminoso. – Uhm che voglia di tuffarmi in quella neve immacolata. Disse lei. . – Vivremo qui, – rispose lui – ma non t’azzardare a toccare o assaggiare qualcosa. Sappiamo già tutto. Non abbiamo niente da imparare. – – SÌ, ma abbiamo tutto da provare. – Rispose lei. – Può essere pericoloso. Hai visto quello che è successo ai nostri amici che si sono immersi nel fango. Ora si muovono len­tamente, sono pesanti, devono faticare. – Ribatté lui. – Vivere così senza fare niente, senza imparare niente, non è divertente. lo voglio toccare la neve. – – Fai attenzione. – Raccomandò lui, mentre lei già, con le sue mani di luce toccava la neve. – Oh, è bellissimo, vieni prova anche tu. Non succede nien­te. – Gridava lei ridendo. Non si era accorta che le dita si sbiancavano a poco a poco. Lui la raggiunse. Lei per scherzo lo attirò a sé e insieme cadde­ro nella neve diventando tutti bianchi. Quando incominciarono a sentire freddo si accorsero anche .di quello che era successo: tutt’e due opachi, bianchi, pesanti. Restarono così, un po’ freddini anche, per il resto dei loro giorni e i loro figli ereditarono le stesse caratteristiche. Con il passare del tempo tutti dimenticarono la comune origine e il motivo del diverso colore della pelle degli uomini. C’è un segreto per capire il principio e il fine di ogni crea­tura. Questo segreto è l’amore. Alcuni lo praticano senza rispar­miarsi. Sono sulla strada giusta.
Il racconto e’ tratto dalla raccolta di favole di Ada Bottini.

La Storia di Rosa ovvero non sono pollicino…ma ci vado vicino!

La Storia di Rosa ovvero non sono pollicino…ma ci vado vicino!

NON SONO POLLICINO, MA… CI VADO VICINO!

Avete presente Pollicino? Beh, se io fossi il personaggio di una favola… sarei appunto Pollicino!
Anzitutto, gli somiglio perché – proprio come lui – mi sono ritrovata in dote una lunga fila indiana di fratelli maggiori, sempre pronti a stuzzicare e a criticare. Fratelli a cui – nonostante tutto – voglio anche molto bene, perché quando ero più piccola hanno comunque saputo giocare con me e m’hanno insegnato tante cose divertenti. M’hanno fatto capire, soprattutto, che la condivisione è il segreto per essere più forti e più grandi, più allegri e fiduciosi. Almeno, quando ci si riesce… E, bisogna pur dirlo, non è mica una cosa facile facile sopportarsi e crescere insieme. Non son bazzecole!
Come Pollicino, poi, mi sono persa un paio di volte nel bosco ingarbugliato della vita: ho fatto i miei tentativi e le mie prove, lasciando cadere lungo la strada molliche (o briciole, che dir si voglia) e annusando tante vie diverse. Un pò come un cane segugio, sperso e perplesso.
Ho pensato, allora, a dove mi sarebbe davvero piaciuto arrivare: prima d’essere sorpresa dalla notte e dalle ombre, proprio come nella favola, era importante capire. Era importante pensare. Perciò riflettevo: che potrò mai fare, quando sarò finalmente cresciuta? E anche questa, lo sapete, non è una cosa banale.
Così, da principio, ho creduto che mi sarebbe piaciuto fare l’attrice di teatro; ma – ad esser sincera – è stato solo il pensiero d’un brevissimo momento. Mi sono divertita soltanto a provarci, a salire su un palco e ad affrontare il buio sussurrante della sala. E mi è anche molto servito: serve sempre a una timidona come me… Ma non era quella esattamente la mia via. Dunque, ancora oltre a cercare sentieri nel bosco…
Poi, ho provato a studiare da archeologa: bellissima cosa e, tuttavia, impresa troppo faticosa rispetto alla relativa forza della mia passione per le tracce lasciate dagli antichi. Passione importante, sì, ma non certo paragonabile al bisogno che ho sempre avuto di scrivere. Che, del resto, è un pò come lasciar cadere i famosi sassolini di Pollicino. Tracce nere sulla carta bianca.
Sì… Quella, in verità, è sempre stata la marcia più potente per me: scrivere. E’ come una specie di sete di parole, capace di trascinarmi lontano e di farmi sentire finalmente libera come un gabbiano. Scrivere mi fa scivolare dentro di me e svolazzare attorno alle cose, là dove mi posso sentire coccolata e sicura come nell’abbraccio di un amico sincero. Un pensiero che mi piace.
Beh, non mi ricordo né quando né come ho cominciato a scrivere. Oltretutto, ho frequentato una scuola elementare Montessori, quindi davvero a me manca anche l’esperienza – comune a molti altri – delle noiose paginette piene di lettere e letterine. Io, al contrario, so solo di aver sempre scritto volentieri – fin dall’inizio – frasi su frasi. E, con o senza errori, le mie lunghe storie a quei tempi venivano appese alle pareti della classe o riempivano i cassetti delle scrivanie di casa. Anno dopo anno, si allungavano assieme a Rosa.
Al di là di quanto potessi essere effettivamente brava, questo era un fatto incredibile: per una bambina, infatti, rintracciare un ambito in cui essere lodata e riconosciuta equivale ad aver trovato la lampada d’Aladino o la gallina dalle uova d’oro. E’ un modo per sentirsi sicuri, soddisfatti, fieri. Indipendenti persino nei momenti di noia e di solitudine. Quando ti perdi in cupi pensieri.
Per questo, alla fine, sono finita a fare la giornalista e la redattrice. Ho scritto di campi da golf e di partite di polo, di campioni di tennis e di grandi stiliste, di personaggi famosi e meno famosi, di luoghi d’arte e di villeggiatura. Persino, a un certo punto, m’è capitato di fare articoli sulle auto d’epoca. Pensate un pò: io, che non ho mai nemmeno preso la patente!!
Lavorare in una redazione, digitando veloce su una tastiera come un pianista che fa scivolare le sue mani sullo strumento, è sempre stato il mio sogno. E, nel mio piccolo, ci sono dunque riuscita. Un viaggio meraviglioso, tra montagne di carta e idee da realizzare. Tutti insieme.
A dirla tutta, ho inventato anche i testi di qualche pubblicità e ho preso un diploma in Scienze della Comunicazione: un pezzo di carta con su scritto “copy-writer”. Una cosa divertente, anche quella. Un messaggio, più o meno colorato, che deve correre dritto all’occhio e all’orecchio del suo ricevente. Un salto, una capriola: tutto d’un fiato e quindi dritto come la freccia sul centro.
Insomma, eccomi qua. Non ho fatto cose eccezionali, ma credo di aver cominciato a capire – finalmente – dove voglio andare. O meglio, dove voglio tornare.
Voglio tornare, ogni giorno, a leggere storie come da bambina. E a scriverne, se possibile. Oppure a raccontare – anche a voi, perché no! – quanto sono belle quelle create dalla penna e dalla matita di qualcun altro. Qualcuno che mi somiglia o che mi affascina per la sua diversità da me, qualcuno che mi distrae dalla tristezza o che mi trascina in una lunga risata. Fino – non c’è dubbio – alla parola fine.
Il bello, del resto, è che terminato un racconto ne può cominciare subito un altro. E – se leggere è come cominciare un nuovo viaggio, e forse qualcuno l’ha già detto – scrivere, per me, è come ritrovare la strada: lasciare cadere, non senza fatica, i sassolini di Pollicino; e fare in modo che, l’indomani, siano ancora lì. Per correre nel tempo, indietro e avanti. Per gettare un ponte tra il cuore e i pensieri, liberi di volare eppure ancorati a me stessa. Al mio modo di percorrere la vita, foglio dopo foglio. Con un punto che sta per un respiro, una virgola che abbraccia un’idea appena nata.
Tutto qui. Ora ho quasi quarant’anni (ma ci devo sempre pensare prima di dirlo, ché non mi pare proprio possibile!) e ho finalmente imparato a lanciare sassolini al posto del pane. Sassolini per mia figlia, che è la cosa più bella che abbia mai disegnato. Sassolini per tutti i bambini che incontro, per le strade cittadine o in altri dedali virtuali. A loro, con gioia, ho ormai deciso di dedicare il mio lavoro. Quel poco o tanto che so fare – scrivere, leggere, pensare, inventare… – ho stabilito di metterlo a loro disposizione. Come? Piazzandomi come un segnalibro canterino dentro piccoli-grandi libri da non farsi sfuggire, inventando con altri amici incontri educativi e corsi creativi, organizzando dibattiti tra genitori e insegnanti. E, soprattutto, non perdendo mai il gusto di tornare io stessa piccola piccola. Come Pollicino.

Rosa Benedica Nicolini
rosa.nicolini2@virgilio.it