Musica e colore

Spartiti colorati

Musica e colore.
Un tema che ha fascino e interesse da vendere. Se a questo aggiungiamo delle sperimentazioni realizzate con bambini e bambine viene fuori un quadro intrigante pieno di connessioni e spunti da sviluppare. Oggi vi racconto due esperienze replicabili rivolte a una platea di bambini e bambine dai 3 ai 6 anni, che presentano analogie metodologiche e di feedback, ma differenze di contesti, obiettivi e tempi. Non certo lavori conclusi, il tema meriterebbe ben altri spazi e approfondimenti, ma suggestioni musico-pittoriche, spunti per allegre contaminazioni.

Emozioni: pianoforte e voce.
Durante un Centro estivo a Radda in Chianti, incentrato sul tema delle emozioni, abbiamo proposto delle esperienze legate all’arte non solo visiva. In accordo con Corale di San Niccolò di Radda abbiamo organizzato due uscite per esplorare le emozione attraverso la musica. Il direttore della Corale ha progettato due incontri, mattutini, durante i quali ci ha accolto nelle sale della chiesa di Santa Maria in Prato proponendo una selezione di brani di musica classica. Durante il primo incontro abbiamo ascoltato brani brevi tratti dell’ Album per la Gioventù di R. Schumann, in cui fossero ben riconoscibili felicità e tristezza. È seguito un dibattito e confronto con i bambini e le bambine. Ancora un intervento dal vivo di una allieva della scuola Musicale che ha suonato a Sonatina in sol Magg. di Beethoven. Poi si è fatto un gioco di riconoscimento. Ancora spazio alle considerazioni dei bambini e poi è seguito il laboratorio sul colore. Con gessetti su fogli bianchi, ciascuno dei presenti ha selezionato un colore per ogni brano ascoltato. Mentre il pianoforte riproponeva i brani, con un lavoro individuale hanno colorato i fogli, selezionando un colore evocativo di quello che sentivano. Poi sono stati messi uno affianco all’altro come spartiti colorati di musica triste o allegra!
Al secondo incontro abbiamo alzato l’asticella dell’attenzione richiesta e della difficoltà proposta! Accompagnato dal pianoforte un baritono ha cantato delle 2 arie di facile riconoscimento emotivo, l’una l’opposto dell’altra. Dopo le consuete considerazioni, con l’aiuto del PC sono stati fatti ascoltare il suono di alcuni strumenti musicali (violino, flauto dolce, chitarra classica, arpa e clavicembalo) cercando di riconoscerli, ma ancora di più di associare ognuno di essi una differente emozione. L’attività laboratoriale è stata un’attività di gruppo che ha avuto come tema gli strumenti.

Racconti musicali.
Durante il progetto Libriamoci ho seguito Giuseppe Riccio, autore di storie musicate, in due incontri similari nelle scuole dell’infanzia a Poggibonsi, nella lettura di un suo libro per bambini che presenta il flauto con una breve storia, personalizzandolo e rendendo elemento narrativo con una frase musicale contenuta nel libro. Dopo che il flauto si è presentato facendosi annunciare dall’allegro ritornello musicale, abbiamo letto il libro. È seguito un momento di analisi dello strumento in cui Giuseppe ha mostrato che il flauto si può smontare in più parti. Sempre presentando il libro si è mostrato lo spartito dell’ultima pagina e insieme ai bambini abbiamo fatto alcune considerazioni su pentagramma (com’è fatto), note (cosa sono), musica (chi l’ascolta). Il mio intervento è cominciato con la domanda: ‘Si può suonare il colore?’ a cui è seguito un dibattito interessante su cui ciascuno ha presentato il proprio punto di vista o messo in campo le proprie conoscenze. Cambiando ambiente rispetto all’angolo raccolto per la lettura abbiamo lavorato su improvvisati pentagrammi ascoltando il flauto che ci faceva compagnia. Alla fine messi tutti in fila Giuseppe ha ‘interpretato’ gli spartititi colorati suonando colore dopo colore. I bambini e le bambine alla fine erano soddisfatti per aver ‘scritto musica’ semplicemente colorando fogli.

Analogie e differenze delle due esperienze.
Ho proposto il medesimo laboratorio con gessetti colorati alla fine di due esperienze musicali vissute insieme a bambini e bambine. A parità di strumenti i laboratori hanno avuto genesi e svolgimento differente, ma sviluppo analogo in alcuni frangenti.
Le finalità e gli obiettivi dei due progetti non sono le stesse: a scuola un progetto sulla lettura ha portato a lavorare su musica e colore, mentre a Radda in Chianti l’arte era uno dei cardini su cui è stato sviluppato il progetto sulle emozioni. I contesti erano differenti: la scuola e un centro estivo. Le dinamiche di fruizione anche : nel primo caso è la musica che entra in classe, nel secondo un gruppo di bambini e bambine che si reca in uno spazio dedicato alla musica. Infine nel caso di Poggibonsi, la parola si è subito posta come mediatore funzionale al lavoro di gruppo, a Radda l’interposizione verbale è stata la nota a margine di incontri pensati con approcci sensoriali.
Le analogie sono state: stesso target di riferimento, in entrambi i casi ci sono stati gruppi misti dai 3 ai 6 anni. Ascolto dal vivo di uno strumento musicale. Visione ed esplorazione multimodale dello strumento musicale. Tecnica gessetti colorati su fogli A4. Reazione generale è stato di massimo rapimento, assoluto silenzio durante l’ascolto, perplessità iniziale nel commentare, richiesta di sentire ancora la musica.
Sono stati dei momenti molto divertenti. E molto formativi anche per me. Vi metto come nota a margine il mio stupore davanti alla reazione di un bambino (il più grande del gruppo) che durante l’ascolto del canto lirico si teneva le mani sulle orecchi. Mi ha poi raccontato che stimava sgradevole il momento e trovava la voce del baritono fastidiosa perché troppo potente. E qui nascono nuove idee.

A cura di Leontina Sorrentino.

 

L’Arte a fine anno scolastico

Con l’avvicinarsi della fine dell’anno scolastico, voglio raccontavi l’esperienza avuta lo scorso anno con una scuola dell’Infanzia Toscana che come festa di chiusura dell’anno scolastico ha realizzato una esposizione (dei lavori di bambini e bambine) aperta al pubblico e intitolata “Maestra, facciamo un’arte?”.
La genesi
“Maestra, facciamo un’arte?” nasce dall’idea di un’insegnante. Il progetto prende le sue mosse dalla Carta dei Diritti dei Bambini all’arte e alla cultura, sposa in pieno anche le raccomandazioni nazionali della scuola. E nasce per portare i lavori dei bambini all’attenzione dell’intera comunità.
I temi scelti per la mostra sono “Io”, “Io e l’altro”, “Io e l’ambiente”. Ciascun tema si porta dietro il lavoro che le maestre hanno fatto con la propria sezione. Il tempo, le esperienze, le metodologie differenti. L’allestimento è stato studiato in base alle opere selezionate per essere esposte. A tutti i genitori è stato proposto di sostituire la festa di fine anno, con la creazione di questo evento.
Tutte le opere sposte sono state fatte durante l’anno scolastico dalle insegnanti. L’unico lavoro in cui sono intervenuta è quello collettivo messo in locandina. Perché volevamo come icona dell’evento un’opera che simboleggiasse spirito e approccio del progetto , ma anche della scuola. Dunque abbiamo provveduto a lavorare in gruppo e per stratificazioni grafiche, alternando bambini delle diverse sezioni e utilizzando tecniche differenti.
Arte a scuola
Costruire autostima, occuparsi delle relazioni, conquistare sicurezze e competenze, esprimersi, conoscersi. Sono alcuni degli aspetti da cui non può prescindere chi educa i bambini. Chi divide con loro il quotidiano. La scuola dell’infanzia resta il luogo privilegiato per la sperimentazione grafico pittorica, per l’esplorazione materica, per la ricerca espressiva con linguaggi non verbali. Portare fuori quest’universo e raccontarlo è stato il nostro obiettivo primario.
Potevamo considerarla solo una festa di fine anno , solo un’esposizione di disegni di bambini e bambine in età prescolare. Già così avrebbe avuto il suo peso sociale e culturale. Ma noi l’abbiamo voluta considerare anche questo. Ma non solo. “Maestra facciamo un’arte?” è voluta essere una riflessione sul valore educativo dell’arte. Un momento di confronto professionale, emozionale, relazionale. Uno spazio di incontro tra cittadini, genitori, scuola e territorio. Una racconto caleidoscopico di quanto c’è dietro anche un solo disegno.
La mostra è stata allestita in uno spazio espositivo che prevedeva due sale rettangolari attigue. Nella prima sala senza percorso prestabilito, abbiamo codificato lo spazio contrassegnando ogni tema con un colore, in modo da rendere il percorso di visita il più autonomo e flessibile possibile. Abbiamo inserito postazioni con giochi interattivi. Nella seconda sala più piccola abbiamo organizzato uno spazio consultazione, rilegando i lavori non esposti. E previsto un maxi schermo retroilluminato su cui scorrevano le foto dei bambini al lavoro.


Le cartoline e la boccia dei pesci
Invece di inserire un libro di firmare per la visita, abbiamo preparato delle cartoline disegnate dai bambini, che recavano come francobollo un arcobaleno. Abbiamo chiesto a chi visitava la mostra di lasciare un messaggio da imbucare nella vasca dei pesci con la promessa di leggerlo ai bambini nei giorni successivi. Con questo simbolo si è voluto evidenziare l’andamento circolare che abbiamo assegnato alla Mostra. Sottolineando che ciascuno di noi ha il suo ruolo nel cerchio della…cultura.

Siamo partiti dai bambini e il loro diritto all’arte e alla cultura – passati attraverso le proposte delle maestre – mostrato alla comunità cittadina il prodotto finito e il percorso fatto – accolto le reazioni del territorio – ritorno dei commenti a scuola dai bambini!

L’ultimo passaggio diventa nuovamente il primo! Ciascuna componente esiste e si sostanzia attraverso le altre. Il passaggio precedente prepara quello successivo, che attraverso il primo si rafforza. Se viene meno una componente si crea un gap comunicativo e il dialogo costruttivo si interrompe.
Le maestre
Io devo il mio profondo ringraziamento alle maestre e a tutto il personale scolastico. Perché il successo di un progetto è sempre un mix di condizioni favorevoli. Un lavoro così complesso è stato possibile grazie a impegno e volontà dell’intero gruppo-scuola. Dopo le palpabili perplessità dei primi incontri in cui esponevo le prime proposte, sono stata letteralmente travolta dall’entusiasmo. Sono stata testimone della loro quotidianità fatta di gesti concreti. Avvolta poi da una coltre di crescente e costante emozione. Ciascuna a proprio modo, col proprio approccio critico e metodologico. Abbiamo esaminato e dibattuto qualunque aspetto della mostra: dalle opere da scegliere, a come posizionarle a cosa di esse raccontare.
I bambini
Ultime ma non ultime le mie considerazioni sui bambine e bambini protagonisti della mostra con cui ho avuto il piacere e l’onore di condividere qualche ora in classe e lo spazio in mostra. Le maestre si sono preoccupate di preparare i bambini a questo evento. Presentando la mia figura, dialogando di ogni aspetto, interrogandoli su grandi temi (per esempio cos’è bello cosa no?) e ascoltando domande e raccogliendo esclamazioni, considerazioni, dubbi. Il titolo stesso della mostra è la domanda che un bambino fa alla sua maestra! Segno di un dialogo aperto e costruttivo. I bambini hanno vissuto questa esperienza con grande eccitazione e responsabilità, ma anche tutta la profondità e la leggerezza di cui sono capaci. Venuti alla Mostra con il vestito della festa hanno cercato esposte i propri disegni, indicandoli a tutti. Hanno interagito con la proiezione video in un gioco di visione e rappresentazione irresistibile. Hanno invitato all’esposizione nonni, amici, parenti o l’intero condominio. Hanno mantenuto il contegno dovuto il tempo necessario e poi hanno giocato a tana nascondendosi tra gli espositori.

A cura di Leontina Sorrentino.

Quello che i bambini insegnano.

Quanti modi esistono per relazionarsi a bambini e bambine durante un laboratorio di arte? In che misura essere flessibili ci aiuta a stimolare la loro creatività? Come affrontare la ‘paura del provare’?

Approcci e aspettative
Nessuno può scegliere di andare troppo lontano dalle proprie convinzioni, a meno di non adoperarsi in un grande lavoro di ricerca, di scoperta e di appropriazione di una consapevolezza nuova. Al netto di questo lavoro, che prevede motivazione e coscienza tali da giustificare dei cambiamenti ideologici significativi, nessuno può essere diverso da com’è (tutt’al più potrebbe sembrarlo). Né grandi né piccini. Così quando, durante un mio incontro, arrivano adulti che accompagnano bambini e bambine, le tipologie di approcci che mi trovo davanti, e le aspettative di cui viene caricato il mio lavoro, sono prismatiche. Da chi poco capisce quello che faccio a chi lo banalizza, da chi apprezza soprattutto l’aspetto ludico, a chi riconosce anche un fondamento educativo.
I bambini e le bambine che si apprestano a fare un laboratorio insieme a me sono influenzati dalla valutazione – più o meno inconscia- che percepiscono da chi li accompagna. Ed in base a quella si comportano. L’adulto che mostra interesse lascia un bambino interessato. Chi mostra arroganza lascia un bambino supponente. Chi mostra noncuranza lascia un bambino distratto. Chi mostra inadeguatezza lascia un bambino timoroso. E così a seguire.

i bambini insegnano
L’accoglienza e la chiarezza
I bambini e le bambine mi insegnano però che qualunque atteggiamento indotto, per quanto ostile o sfavorevole, si lascia rapidamente ‘deviare’ in segno opposto se c’è un ambiente accogliente e un obiettivo chiaro sui tendere. Se riusciamo a concederci uno spazio e un tempo di ‘sospensione del giudizio’ vediamo che le dinamiche relazionali mutano, il corpo si rilassa, la mente si ben-dispone. Ritengo che sia questo è il presupposto basilare per qualunque incontro di didattica dell’arte con bambini e bambine, ragazzi e ragazze, e anche, superfluo dirlo, per gli adulti.
Tutto ciò non vuol ancora dire uscire dai condizionamenti culturali che ci portiamo dietro (fin da piccolissimi). Per questo ci vuole altro tempo e strategie differenziate per contesto, target e finalità specifiche. Indubbiamente però mettere a proprio agio i piccoli partecipanti ci consente di abbassare il livello di ansia da prestazione che ci spinge, per esempio, a voler essere i più bravi a disegnare, i più veloci a consegnare, quelli che si sporcano meno…ecc. Sposando una logica competitiva in attività la cui finalità dovrebbe essere quella di vivere serenamente una esperienza esplorativa e di scoperta del dentro e del fuori da noi.

Il contatto costante
Dunque, insieme alle condizioni al contorno, anche l’impostazione che diamo al nostro laboratorio è determinante, perché ogni nostra scelta facilita o meno un clima distensivo, primo passo per un’esperienza formativa. Affinare le abilità, migliorare le competenze, incrementare le nozioni, valutare le opportunità tutto lecito, tutto auspicabile, tutto possibile. Come operatori abbiamo il dovere di aggiornarci e di stare costantemente a contatto con bambini e bambine: sperimentare, provare, fallire, affinare quel che li riguarda insieme a loro è l’unico esercizio per evolvere che non ha falle, né controindicazioni. Qualunque teoria concettualmente inattaccabile, può essere fallace se non è supportata da un lavoro sul campo. Capire il contesto in cui siamo e adottare suggestioni alternative, attivare atteggiamenti flessibili ci consente di creare una relazione funzionale al raggiungimento degli obiettivi. E anche di più.
A me la lezione più grande è sempre arrivata dai più piccoli.

[a cura di Leontina Sorrentino]

Il materiale e la coerenza.

Cosa non deve mancare in un laboratorio per bambini e bambine sull’arte? Cosa dobbiamo considerare quando li invitiamo a lavorare con le mani? Come possiamo stimolare la loro creatività ?Conta più come impostiamo il lavoro oppure quali materiali mettiamo a loro disposizione?

DSC_1820Poco ma bene
Per preparare un’esperienza laboratoriale occorre avere ben chiari diversi elementi: dalle finalità all’organizzazione dello spazio, dal target ai materiali, dall’ambiente ospitante ai tempi. Eppure non sempre è sufficiente. Perché sia un momento appagante occorre che gli elementi siano in equilibrio armonico tra loro. Se è vero che i bambini ‘imparano’ da qualunque situazione è altrettanto vero che un lavoro di didattica presuppone scelte coerenti al messaggio che volgiamo dare e funzionali al raggiungimento degli obiettivi prefissati. Le scelte sui singoli elementi determineranno l’andamento generale.
La scelta dei materiali è un nodo cruciale. Mi sono spesso trovata a gestire progetti con ambiziosi contenuti, ma con materiali inadeguati. Per esempio se decidiamo di trattare l’utilizzo della foglia d’oro nell’arte medievale non possiamo proporre nel workshop la carta alluminio al posto dell’oro. Se non abbiamo i fondi per acquistare la foglia d’oro occorre modificare anche l’assetto del laboratorio. Senza cambiare necessariamente i contenuti è possibile pensare ad un taglio più utile e funzionale. Ricordiamoci che la fase manipolativa va a sostanziare la teoria, se manca la coerenza formale viene meno anche il potere evocativo sostanziale.
Secondo la mia esperienza il supporto su cui lavorano maggiormente bambini e bambine è la carta. A scuola, nelle biblioteche, nelle ludoteche, nei musei, a casa. Le risme di carta bianca o colorata sono materiale comodo, economico, di facile reperibilità e versatile. I colori più utilizzati sono invece i pennarelli e le tempere. Molto spesso mi viene detto che è per questione di costi. Non credo questo sia né l’unico motivo, né quello principale.

Una sensazione per ogni materiale
I laboratori e le declinazioni che possiamo farne sono infiniti: a parità di obiettivi con materiali differenti andiamo a stimolare sensazioni cognitive, fisiche d emotive molto diverse. Possiamo avviare un dialogo, un confronto, uno scambio con sfumature specifiche. Possiamo immaginarlo e sperimentarlo. Vi racconto un normale laboratorio di pittura. Per il quale, seguendo le esigenze particolari del gruppo di ragazzi e ragazze con cui ho lavorato, ho attivato delle modifiche: al posto di pennelli c’erano spatole, al posto di tele c’era del compensato e al posto dei soli acrilici c’era gesso, che abbiamo colorato con gli acrilici. I partecipanti si sono approcciati con grande curiosità mista a un po’ di diffidenza. Poi una volta recepita la tecnica (preparare lo stucco, colorarlo, spalmarlo son la spatola) hanno lavorato a lungo con un coinvolgimento fisico notevole. Abbiamo anche commentatole differenza tra questa e altri tipi di esperienze pittoriche. È solo un esempio di come il materiale scelto per la parte manipolativa di un incontro, può aiutarci ad attivare delle riflessioni a tutto campo. Questo è solo uno dei possibili esempi che possono essere alla portata di tutti i contesti, tutte le tasche, tutti ambienti.
A seconda di quali obiettivi selezioniamo e di come li proponiamo durante i laboratori stimoleremo i piccoli partecipanti ad attivare canali personali e relazionali ulteriori. Attardiamoci a scegliere i materiali, riflettiamoci e proviamo nuove strade, azzardiamo nuove contaminazioni.

Lavorare in arte con i bambini

Come organizzare una laboratorio di arte con bambini e bambine in età prescolare? Quali gli obiettivi da porsi? E in che modo organizzare spazi e tempi? Vi racconto un progetto d’arte realizzato in Toscana in una scuola d’Infanzia.

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Occasione di esserci
Esplorare ed esprimersi attraverso attività manipolative e processi sensoriali fa parte di una modalità comunicativa tipica dell’età prescolare. Documentare, leggere e rendere visibili i percorsi realizzati in classe è uno dei compiti degli adulti che lavorano con i più piccoli. Vi propongo quest’esperienza come occasione per una riflessione sul fare arte. Una proposta non per far diventare i bambini tutti degli artisti, ma per calarli in una dimensione creativa fatta di obiettivi da raggiungere, ricerca, scelte, esperimenti, attese, risultati. Il laboratorio si chiama Dis-fare ed è stato realizzato con finalità di creare un opera da esporre alla X Biennale d’Arte del Bambino di Treviso nel maggio 2016. Accettare di partecipare all’esposizione nazionale ha significato mettersi in gioco sotto molti punti di vista. La sfida è stata accettata dalle maestre, che
hanno guidato un gruppo di alunni, in età prescolare, su un tema specifico e tutt’altro che immediato. È stata vissuta da bambini e bambine con la curiosità e l’entusiasmo che li contraddistingue, nonostante sia stato richiesto loro anche impegno e concentrazione. Il lavoro è durato circa un mese con appuntamenti a cadenza settimanale. Sono state proposte tecniche nuove da sperimentare gradualmente. Non abbiamo indirizzato o forzato gli elaborati, ma concesso tempo per conoscere i meccanismi di creazione e appropriarsene. Quanto abbiamo lavorato sull’opera finale i bambini e le bambine avevano già familiarità con la tecnica utilizzata e si sono quasi autogestiti e concentrati sull’elemento formale scegliendo con più consapevolezza forme, posizioni, colori.
A piccoli passi
Il lavoro di approfondimento manipolativo- espressivo è stato proposto e condotto con l’intera classe mista, ovvero formata da bambini dai 3 ai 5 anni.
Prima dell’opera finale c’è stato un percorso di esplorazione della tecnica proposta (de-collage semplificato) presentando i singoli strumenti interessati.
A passi successivi abbiamo familiarizzato con il foglio, poi il nastro adesivo di carta viene scollato dopo essere stato completamente coperto dal colore. Il nastro adesivo è stato utilizzato come se fosse un lapis per realizzare forme e figure. Nei lavori individuali c’è chi ha realizzato con il nastro adesivo dei disegni figurativi, chi si è divertito semplicemente a sovrapporre in maniera apparentemente casuale linee rette.
Il mondo
Il tema della Biennale Dis-Fare lo abbiamo declinato sul concetto della sottrazione: eliminando una parte del materiale il lavoro non viene distrutto, ma muta il messaggio significante mantenendo integra la dignità materica. È nata ‘Il Mondo’ : dipinto tempera su 5 micro-tele assemblate.
L’opera finale è stata realizzata del gruppo dei 5 anni, comprendente 9 bambini. Insieme abbiamo scelto i supporti, la tecnica e la disposizione delle piccole tele, non utilizzate singolarmente, ma come un’unica superficie complessiva, organizzata in moduli con sequenza rigida. Una volta organizzato lo spazio d’azione i bambini hanno lavorato liberamente senza alcuna indicazione, se non un supporto metodologico. Hanno scelto da sé come incollare il nastro, stendere il colore, quali tinte usare, come interagire tra loro e anche quando fermarsi. Poi intorno all’opera finita abbiamo avuto modo di elaborare considerazioni, commenti ed è stato trovato il titolo.
Obiettivi e finalità
Associazione spaziale, Profondità grafica, procedimento per sottrazione, esplorazione cromatica con diverse tecniche , sperimentazione materica sono state le aree di interesse che abbiamo indagato. Un lavoro corposo, ma gradito.
Sul piano cognitivo attraverso utilizzo di diversi linguaggi, divisione di un processo in fasi. ricostruzioni di fasi per creare un lavoro complesso.
Sul piano creativo attraverso esplorazione dei materiali, gestualità personale ed espressione di sé, combinazioni di tecniche grafico-pittoriche.
Sul piano relazionale attraverso lavoro di gruppo: collaborazione e confronto, identificazione e consapevolezza dell’apporto personale, condivisione e presentazione del proprio lavoro agli altri.
Abbiamo approfondito diversi aspetti, la perspicacia di tutti i bambini hanno attivato un dibattito interessante, durante tutte le fasi. Alla domanda se tutti fossero soddisfatti dell’opera la risposta, dopo un po’ di meditativo silenzio, è stata : “Si. Bello!”. Con questo giudizio, era pronta per essere esposta!

Libri sull’Arte per l’estate.

Cosa leggere per approfondire le tematiche della didattica dell’Arte ? Tante tipologie di libri: da quelli che parlano di laboratori a quelli di storia dell’arte a quelli che indirizzano ad una metodologia.
La rubrica Il Libro del mese è uno spazio in cui racconto i libri che mi sono stati utili per i miei progetti. Per ogni testo recensito preparo schede brevi.
Per ognuna riporto una citazione, riferimenti editoriali, la circostanza in cui l’ho letto oppure quello che mi ha affascinato, infine il motivo, evidenziato per punti, per cui sarebbe opportuno leggerli. Non tutti i libri sono ‘strettamente’ di Didattica dell’Arte. Convinta che per fare un buon lavoro siano necessari tanti strumenti differenti. Vi propongo una selezione di testi, così da averli sotto mano durante le vacanze, confrontarli con le vostre scelte, riguardali per utilizzarli come spunti o come tasselli di ulteriori approfondimenti.

 

I percorsi che partono dai libri sono infiniti ed è questo il bello! Anche informazioni apparentemente distanti possono creare degli anelli preziosi che poi si connettono al momento giusto. Allora la Magia dei Libri si compie.

I colori della Musica. A cura di Franco Buzzi e Marco Navoni. Luni Editrice, 2004
Certo, unire colore e suono, occhio e orecchio può sembrare un ossimoro, un contrasto dialettico insanabile. In realtà nella stessa storia della musica si è tentato talora di ricreare a livello sonoro sensazioni visive, e persino olfattive, e, viceversa, la scienza ha cercato di trascrivere visivamente suoni musicali.” G. Ravasi.
È il catalogo di una particolare mostra realizzata a Milano nel 2004. Mi sono imbattuta in questo libro per caso, cercando altro. E mi è tornato molto utile: per approfondire il tema della Musica in pittura, e per scoprire retroscena
dell’allestimento di una Mostra tanto settoriale.

Arte. Un libro tridimensionale per scoprire l’arte divertendoti. Ron Van Der Meer, Frank Whitford. Franco Cosimo Panini, Nuova edizione 2012
Il mondo è pieno di movimenti incessanti. Il vento fa fremere le foglie sugli alberi, piega l‟erba e fa danzare i fiori. Gli autobus e le automobili vanno e vengono. (…) Come evocare il movimento avendo a che fare con immagini immobili?” V.D.M.-F.W.
Il libro ha quasi 20 anni, ma continua a piacere e ad essere ristampato! Accattivante per i bambini (non troppo piccoli) e interessante per chi si occupa di didattica. Ricco di giochi e linguette che si sollevano, ha l’impostazione di una pagina web piena di link.

Il Duomo di Milano. Collana piccoli costruttori di Cattedrali, Il Duomo di Milano, Piccola casa Editrice
Al sorgere dell‟anno Mille, su questa terra si cominciano a costruire Chiese. Si sarebbe detto che il mondo si scuotesse dal passato e si rivestisse dovunque di un bianco mantello di Cattedrali” Rodolfo di Cluny. È un progetto editoriale nato per essere guida per i più piccoli. Immagini, disegni e curiosità accompagnano i lettori alla scoperta di miti, leggende, storie, legate alla costruzione dell’imponente Cattedrale Lombarda.

LaBORAtorio. Alla scoperta del vento di Tieste. A cura si Rino Lombardi.
Illustrazioni di Daniele Righi Ricco. 2010. Editoriale la Scienza Il vento è invisibile, impalpabile, incredibile! Quante cose si possono associare al vento? Dal mito al meteo, dalle foglie alle vele, dalle girandole ai mulini…Vengono subito in mente esempi solidi e concreti, ma anche tante immagini, poesie, metafore, pensieri…Il vento è un soffio vitale nelle nostre giornate. Il vento è l‟aria che gioca.” R. Lombardi
La lettura e lo studio, piacevolissimo, del testo ha preceduto la mia visita al Museo della Bora di Trieste. E’ un libro che ha come argomento il vento trattato sotto aspetto scientifico, sociale, artistico e non solo. Pieno di spunti e di ritmo.

Venere e il Drago, Il Libro dell’Arte. Amyel Garnaoui, Gallucci Editore, n.e. 2014
Le rose che cadono dal cielo sembrano uscite fuori dal cappello di un prestigiatore. Un antico scrittore greco, Anacreonte, racconta che Venere, uscendo dal mare grondante d‟acqua, fece cadere a terra una goccia dalla quale sbocciò per incanto la prima rosa.” A. Garnaoui
È un libro recente di cui ho apprezzato la veste editoriale e il taglio tematico. Con l’analisi di solo 8 dipinti di un circoscritto periodo storico, perno di approfondimenti curiosi di diverso genere.

Henrì è Matisse e io…chi sono?, E. Montanari, Fondazione Ferrara Arte, 2014
Si Henri, anche a me piace quel rosso nei capelli del tuo amico Andrè. Si anche del viola, del blu e verde nell‟ombra del suo viso e si, anche su quello di Madame Matisse. Se le assomiglia? Beh, esprime il suo sentire.” E. Montanari
È un progetto venuto fuori dalla Mostra dedicata a Matisse organizzata a Ferrara. Interessante capire la genesi e le scelte dell’autrice, oltre che scoprire il percorso proposto.

Arte d’Oriente Arte d’Occidente. Per una storia delle immagini nell’era della globalità. F. Caroli, Electa, 2006
“Oggi i destini delle Cività, con velocità e progressione vertiginose, si stanno avvicinando, intersecando, incrociando, „meticciando‟. Ciò avviene in grazia di quel nodo di eventi antropologici che definiamo globalizzazione‟. Ma non è che il dialogo della civiltà sia cominciato ieri, appunto con l‟inizio della globalizzazione. Esso dura da secoli. Anzi da millenni..” F. Caroli
Il libro di Cairoli ci aiuta a contestualizzare scoperte e scelte culturali e a evidenziare confronti sorprendenti e utili.

Da Cosa Nasce Cosa, B. Munari, Editori La Terza, edizione del 2006
“Il problema quindi è: si può comunicare visivamente e tattilmente, solo con i mezzi editoriali di produzione di un libro? Ovvero il libro come oggetto, indipendentemente dalle opere stampate, può
comunicare qualcosa? E che cosa?.” B. Munari
Questo libro è uno dei miei testi preferiti di Munari. E’ un manuale di best practice della progettazione, non solo tecnica. Racconta un metodo, propone sperimentazioni, azzarda conclusioni.

La creatività a più voci, Annamaria Testa , Editori GFL Laterza, 2005
“Non contiene una teoria della creatività, né un metodo o esercizi per diventare più creativi.Propone un percorso che procede per analogie, suggestioni e intuizioni strutturate per permettere a chi legge, se lo desidera, di farsi un‟idea articolata di cosa si può intendere per creatività .” A. Testa
È un libro che amo molto. Annamaria Testa ci offre una bella raccolta di saggi sulla creatività che fanno ben respirare la mente. Professionisti di ogni settore esprimono la propria idea e raccontano la propria esperienza. per farci capire
che la cultura non è a comportamenti stagni.

 

 

 

 

Laboratori con pennarelli

Quali colori sono più abituati ad usare i bambini?
Possono i pennarelli sostituire qualunque tipo di tecnica?
Una valutazione costruttiva per un variegato utilizzo dei pennarelli.

Lo stereotipo dei pennarelli
Il ‘pennarello’ in sé, come ogni strumento ha potenziale, valore o difficoltà intrinsechi. Purtroppo se ne fa un l’uso poco creativo e molto generico. lo si propone talmente tanto e ovunque (a scuola, al Museo, a casa, in ludoteca, in viaggio, in spiaggia, al ristorante…) che il suo uso è diventato eccessivo, smodato, quasi esclusivo. I bambini e le bambine senza i pennarelli si sentono persi, tanto da bloccarsi e sentirsi smarriti. Ho visto bambini con un disagio tale davanti all’assenza dei pennarelli da scomodare le lacrime! Ho sentito bambini dire: ‘Senza non so disegnare!’. Ho osservato bambini, anche di 3 anni, cercare i pennarelli come un faro nella notte. Francamente mi sembra uno squilibrio eccessivo, ma soprattutto inspiegabile.
Occorre selezionare materiali, tipologie di colori e tecniche a seconda del tipo di percorso che si intende realizzare. Tra questi possiamo utilizzare i pennarelli, ma lo sforzo deve essere di proporli in una veste altra, rispetto al ruolo di contorno o di riempitivo di spazi delimitati. Lo stereotipo diffuso e radicato è un foglio bianco (A4) e il barattolo di pennarelli a punta maxi.SAMSUNG

Una cosa non vale l’altra
Il pennarello dovrebbe essere una possibile scelta tra il molteplice. Non l’unico modo con cui riesco ad esprimermi. Occorre porre molta attenzione a quello che trasmettiamo in maniera consapevole o meno. Perché non è vero che una cosa vale l’altra. Non è vero che indipendentemente da quello che utilizzo avrò lo stesso risultato. Non è vero che ha più valore il disegno preciso (con contorni in nero e colorato dentro), che imita la realtà, rispetto ad un opera che investiga il materiale o che gioca con le forme.

I pro e i contro dei pennarelli
Mi sono spesso chiesta il perché di tanta fortuna del pennarello, rispetto ad altre tecniche che stimo più congeniali ai bambini. Ovvero più intuitive e maneggevoli. Mi sono risposta che i pennarelli sono comodi, sporcano poco, hanno bisogno di nessun tipo di preparazione prima, né di sistemazione dopo l’utilizzo. Forse anche motivazioni commerciali. Oppure perché il pennarello si richiude con il tappo e viene messo via con rapidità e poca fatica. Si trasporta facilmente. A differenza del lavoro che c’è dietro ai colori da usare con i pennelli, come tempere, che necessitano di maggior tempo e attenzione.
SAMSUNGTuttavia lo stesso tipo di comodità-se così possiamo chiamarla- lo riscontro , per esempio, anche per cere e carboncini o per le matite colorate.
Usare in maniera esclusiva i pennarelli annichilisce capacità e competenze che vengono sviluppate attraverso altre strade. Si disimpara l’attesa accrescendo l’idea errata che tutto abbia un tempo uguale e breve. Incrementa l’omologazione di tecniche e soggetti da disegnare. Cristallizza un certo tipo di manualità, fino a disabituarsi a fare altri tipi di movimento. Cosa che produce insicurezza e rifiuto davanti a proposte diverse. E se non si corrono rischi e non si commettono errori si alimenta la paura di sbagliare.

SAMSUNGsono proprio da buttare?
Ovviamente no! E’ errato farne il centro dell’universo come escluderli totalmente dalle sperimentazioni. Proviamo a stravolgiamone l’uso: bagniamo il foglio per create sfumature o forme diverse da quelle che abbiamo creato;
facciamo un disegno a tecniche miste abbinandoli ad altri tipi di pratiche; utilizziamo tutte le punte disponibili sul mercato (non solo quelle grosse!!) per riconoscere e differenziare i tratti e lavorare- per esempio, sulle trame.
Utilizziamolo su supporti che non siano carta, ma per esempio pietre e notiamo il cambiamento di tono quando il colore si assorbe. Oppure mettiamone la punta in acqua e vediamo colorarsi il liquido e utilizziamolo, così, disciolto. In qualunque maniera lo adoperiamo quello che conta è che sia una scelta. Durante i miei laboratori, investo molto tempo ed energie a raccontare anche altro. Ad invitare i bambini e le bambine a fare scelte personali, autonome rispetto alla ‘regola generale’. Lasciare i materiali a disposizione perché la creazione è libera se libero mi sento di scegliere: il
supporto e sue dimensioni, la tecnica, il soggetto, il tempo di realizzazione e, quando è possibile, anche il momento in cui creare. Purtroppo non sempre ho a disposizione un tempo tale per accompagnare i bambini in una lenta riflessione
su se stessi. Ma non perdo occasione per mostrare che i pennarelli sono una possibilità. Tra tante

 

Il nostro ruolo nelle scelte culturali.

In che modo la didattica dell’arte per bambini può aiutare la tutela e la valorizzazione del nostro Patrimonio Culturale? Cosa possiamo chiedere alle istituzioni? E cosa possiamo fare noi?

DSC_0950La didattica narrativa
Il Museo, con le sue evoluzioni di significato, da luogo di raccolta o espositivo a centro di propagazione culturale o di amplificazione delle esperienze territoriali, è un’istituzione destinata a forti cambiamenti per sopravvivere. E la didattica è uno degli elementi utili per questo scopo! Ecco perché non è corretto considerarla solo un “servizio aggiuntivo”. Impostare una buona didattica vuol dire raccontare questa evoluzione ed entrare in contatto con i cittadini. Vuol dire camminare insieme per far conoscere la nostra cultura, perché è diritto e dovere di ciascuno di noi occuparsene. Può allora tornarci utile una didattica narrativa, ovvero una strategia di comunicazione e di mediazione culturale che racconti la nostra storia in maniera rigorosa dal punto di vista scientifico, ma allo stesso tempo chiara ed empatica. Che collabora con i cittadini, ascoltando le loro considerazioni, anche attivando un canale di riscontro e comunicazione nuovo (per esempio l’utilizzo dei social network).
Ma quanti di noi scelgono di visitare un Museo o partecipare ad attività culturali e quanti continuano a non sentirsi a proprio agio (nonostante i tentativi di inserire attività sempre più attraenti)?

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Dalla teoria alla pratica
Occorre cooperare. Dobbiamo pretendere professionalità da chi si occupa di diffondere la cultura, ma dobbiamo anche dare il nostro contributo. Come? Partecipando a quello che viene proposto. Esserci dentro, valutare le attività, lasciarsi guidare, ma anche dare la propria opinione. Bisogna riportare al centro del dibattito la relazione, il sentire personale, il vivere l’esperienza con piacere, entrare in comunicazione con il territorio. Conoscere le esigenze dell’utenza per attivare una relazione mirata, funzionale e “ben voluta”. Le finalità educative vengono seguite solo se sono condivise. La conoscenza delle aspettative permette di selezionare gli strumenti più adatti e di predisporre gli obiettivi più idonei ( accoglienza, inclusione sociale, divulgazione scientifica o artistica, identità sociale). Lo studio delle singole realtà particolari consente di prevenire insuccessi di pubblico e di anticipare bisogni personali e collettivi per fidelizzare utenti, in un’azione riconosciuta da tutte le componenti coinvolte.
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I bambini ci sorprendono
I bambini e le bambine sono interlocutori preferenziali per i tipi di esperienze. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che sono un pubblico molto più esigente e attento di quanto immaginiamo. Se raccontiamo bene, tutto quello che diciamo potrà essere accolto da ciascun bambino e rappresentare un’informazione cardine attorno cui far crescere la consapevolezza del nostro Patrimonio storicoartistico.
Una bella responsabilità dunque! Allora pensiamoci valutiamo bene il nostro lavoro. Al giorno d’oggi quasi non esiste associazione, biblioteca, museo, privato che non proponga una qualche attività didattica per bambini legata all’arte. Sono tutte proposte degne di nota? I concetti che a mio parere fanno la differenza nella progettazione di attività o percorsi didattici per bambini di arte sono:
1-approccio ludico e innovativo,
2-interdisciplinarità,
3- attenzione all’età a cui i rivolgo,
4-coerenza tra l’obiettivo e quello che propongo.
Vanno affrontati in contemporanea, perché rappresentano tutte facce della stessa medaglia. Poi esistono tanti modi per declinare queste caratteristiche. Tanti quanti sono i soggetti che propongono le attività. Quello che deve rimanere invariato per tutti è l’attenzione che mettiamo nel progettare e il rispetto che dobbiamo ai piccoli utenti.

Arte al parco.

arte e didattica per bambiniTante volte mi sono chiesta che cosa voglio trasmettere ai bambini e alle bambine che partecipano ai miei incontri sull’Arte. Ogni laboratorio, ogni visita interattiva, ogni attività ludica o manuale ha obiettivi, temi, target, caratteristiche e finalità differenti, certo! Ma qual è il mio interesse primario?
Il mio fine ultimo? Non è quello di far portare a casa un “lavoretto” lindo finito, né
quello di far imparare una grande quantità di date o di far passare informazioni storico-artistiche. No. Non solo.

Quello della didattica è un lavoro di mediazione e ancora di più, per quanto mi riguarda, di relazione. Io mi preoccupo di avviare una consapevolezza. Non in maniera assoluta, ma relativa all’esperienza vissuta. L’esserci nel momento dell’azione: fare non perché è un compito, ma perché è un tempo di scoperta personale. Ascoltare chi ci conduce in una sperimentazione, ma anche sentire se stessi in relazione ad essa.
Osservare per conoscere quello che ci circonda, ma anche familiarizzare e riconoscere le nostre sensazioni in merito a ciò che ci circonda. Con la manipolazione di colori, tecniche, materiali, con la scansione del tempo, con l’occupazione fisica e mentale dello spazio.
Evocare memorie, conoscere storie, ma proiettarsi nell’oggi e nel futuro per raccogliere possibili chiavi di lettura.laboratoti arte per bambini

A un incontro sull’arte come al parco
Nessuna esperienza è a tenuta stagna. Le condizioni al contorno, quelle che stimolano livelli non solo cognitivi, ma anche socio-emotivo-relazionali, sono importanti quanto la tecnica, l’artista, l’opera di cui sto parlando. Così non bisogna uscire da un laboratorio avendo lavorato solo su un prodotto o con l’obiettivo di imparare solo nomi e date!

Un bambino che va al parco vive sta all’aria aperta e gioca. Ma non fa solo quello. Andare al parco è un’esperienza totale: perché corre, si diverte, raccoglie, scivola, cade, ma socializza anche. 10357185_958143784216539_3727011933697627212_nImpara i propri limiti, affronta lo scontro, legge le dinamiche di gruppo e valuta le proprie reazioni in base agli eventi. Se portiamo un bambino al parco gli concediamo di “sfogarsi”, gli lasciamo la giusta libertà per provarsi.
Se lo portiamo ad un laboratorio volgiamo che FACCIA e che quando esca SAPPIA. Ma non sempre ci
preoccupiamo in quale ambiente è chiamato a fare e imparare. Se il clima circostante è piacevole e stimolante, qualunque nozione si apprende meglio e si ricorda più a lungo.
Il piacere dei bambini deve essere sempre il medium nel quale immergiamo qualunque esperienza. E’ nostro compito offrire opportunità di crescita legate all’Arte e al nostro Patrimonio. Il compito della didattica dell’Arte è attivare connessioni. Connessioni tra contesti, epoche, civiltà. Tra espressioni di approvazione, dissenso, dubbi. Tra affermazioni di posizione, competenze, desideri. I bambini e le bambine come parte attiva e funzionale all’apprendimento, non come sacchi vuoti da riempire con noci di conoscenza.
11008468_974175309280053_5516525228579227071_nAllora occorre rendere l’esperienza con l’Arte un pò più Globale. Coscienti che quello che andiamo a seminare, non sono piante di date e nomi, ma un’affezione che crescerà in proporzione al nutrimento che gli daremo. Perché parlare intorno all’arte non sia attività superflua, ma necessaria come stare all’aria aperta! Che ci si senta appagati come quando torniamo dal parco sporchi, stanchi e contrariati!
Perché volevamo rimanerci ancora, invece “è tardi!” E ci hanno portato via!

Che cosa sono le #ConversazioniDAB?

Con un singolo esperimento realizzato il 20 dicembre del 2014, è partito il mio progetto ConversazioniDAB.
Uno dei miei obiettivi professionali è quello di creare dibattito intorno all’Arte e alle opportunità formative che è in grado di offrire a Bambini e bambine, a ragazzi e ragazze. Perché educarsi al patrimonio, alla bellezza, all’espressione di sé, alla tolleranza, all’identità Culturale e al rispetto delle Culture è un imperativo morale. E presenta implicazioni che vanno (ben) al di là delle momentanee attività proposte dal singolo soggetto o delle campagne finalizzate dallo specifico Museo.

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Una ricerca continua
Le ConversazioniDAB sono incontri lunghi una giornata, articolati in programmi per proporre una scansione organica del tempo e circoscrivere temi da trattare. Ma, spesso e volentieri, l’ordine degli argomenti si modifica grazie ai partecipanti, rendendo ogni giornata irripetibile.
Le Conversazioni sono la mia opinione su come rendere accattivanti, funzionali ed efficaci le attività che hanno come soggetto/oggetto arte e bambini/bambini e arte. Ripropongo il metodo che utilizzo anche con i bambini e le bambine, proponendo cambi di ritmo con alternanza di teoria, gioco, attività manuali.
Le conversazioniDAB sono la condivisione di un percorso personale frutto di esperimenti, viaggi, scoperte, sfide, sollecitazioni, ripensamenti. Un cammino, che dura quasi 15 anni, svolto con rigore e curiosità, sistematizzato nel tempo.
Le conversazioniDAB sono un tavolo di incontro, attorno a cui sedersi per dibattere sull’universo Arte: le opportunità di crescita, le strategie, le funzioni, i ruoli, le esperinze. Con una comunicazione non piramidale, ma circolare e in piccoli gruppi
Il mio progetto nasce compatto e pensato come unitario. Tuttavia i tre incontri sono autonomi, ovvero i primi non sono propedeutici per quelli successivi. A parità di approccio e metodologia, hanno ciascuno un tema specifico e circoscritto, modalità comunicative ed opportunità operative differenti.

I programmi
ConversazioniDAB #1 Metodo Scelta Contesto, con un lavoro inside e outside per riflettere su quanto sia importante la nostra preparazione perché la didattica risulti appagante e funzionale, con gli strumenti DAB di vari progetti. Riflessioni su di sé in relazione al contesto.
ConversazioniDAB #2 Libri Selezione Percorsi, con un lavoro individuale si analisi dei testi che possono essere di ispirazioni a lavori sul campo, con giochi d’arte come il ‘Caviardage della didattica’ e la creazione di carte della didattica. Riflessioni su di sé in relazione alle proprie peculiarità stilistiche.
ConversazioniDAB #3 Progetti Condivisione Adattamento, con possibilità di discutere progetti personali, di progettare percorsi con attività collettive, gioco da tavolo che determina i confini entro cui essere creativi. Riflessioni su di sé in relazione ad un gruppo di lavoro.
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Il Nome non è uno slogan
Non ho scelto a caso il nome ConversazioniDAB. Gli incontri non sono una proiezione asettica di enunciati sulla didattica dell’Arte. Piuttosto sono basati sulla relazione e sull’interazione. Le ho chiamate Conversazioni perché il dialogo e lo scambio rappresentano gli elementi costitutivi, fondativi di tutto il percorso. Ai partecipanti è affidato un ruolo attivo e DSC_2138interattivo. A parità di contenuto e di programma l’andamento degli incontri è influenzato dal gruppo che partecipa. Le priorità, gli approfondimenti, le digressioni, sono determinati dagli interessi condivisi che emergono mano mano. Arricchimento amplificato dunque, perché alla mia voce si associa quella di ciascun partecipante che con racconti, dubbi, considerazioni personali permette di dare spessore alimentando un dibattito appassionato e concreto. Occorre portarsi dietro la voglia di mettersi in gioco, di sperimentare, di condividere, di ascoltare.

 

Leontina Sorrentino www.didatticaartebambini.it


Visitare i Piccoli Musei con i bambini…

Quanti Musei visitiamo in un anno? Quante volte lo facciamo con i nostri bambini? I Piccoli Musei
Italiani sono davvero nella ‘preistoria’ della comunicazione?

Sono sempre stata convinta che i bambini vadano portati ovunque!
Rispettando i loro tempi, le età, i contesti. Portati al parchi di divertimento, ai giardini pubblici, al mare, in montagna, al cinema, al teatro, in palestra, in biblioteche, dagli amici..e anche al museo. Zaino in spalla, carta alla mano, curiosità nella testa!
Patire per un’esplorazione di qualunque tipo essa sia può solo arricchire!
Grandi e piccoli. Ogni luogo ha le sue regole! Per evitare stress inutili e amplificare la soddisfazione di tutti, occorre considerare delle esigenze di ciascun bambino, gli interessi, il livello di attenzione, la durata e la fattibilità dell’esperienza. Anche andare in un posto che non piace può essere frutto di dialogo costruttivo e veicolo di informazioni.
DSC_0820Ci sono dei luoghi che si prestano più di altri ad attirare l’attenzione de bambini per loro stessa natura e altri, con meno appeal, in cui il grande lavoro di mediazione di operatori colma un apparente vuoto. Esiste la tecnologia che incuriosisce ma anche la voce di un racconto che rapisce. Esistono le nostre reazioni e la relazione che si crea quando parliamo con i nostri bambini e bambine.

Da circa un anno ho iniziato un progetto – #DABinVisita- che coinvolge tutta la mia famiglia e che mi porterà su e giù per l’Italia a visitare, rivisitare e scoprire i Musei Italiani, attraverso lo sguardo speciale dei bambini. L’obiettivo non è quello di stilare una classifica, ma di conoscere il nostro stato dell’arte per raccontare le iniziative, gli sforzi, le storie di chi lavora per mediare e raccontare la nostra identità, storia e arte anche ai più piccoli!
E’ un’occasione per vivere un’esperienza familiare che ha come obiettivo, medium e legante il nostro Patrimonio Culturale!

Miti e realtà
Insieme ai miei bambini ho visitato tanti Piccoli Musei, siamo stati nelle Marche, in Toscana, in Lombardia, in Campania. Ma tanti ancora mi aspettano: musei civici, statali o privati. Se è vero che le risorse non sono proporzionate alla quantità di Musei disseminati sul territorio Nazionale, è anche vero che molti vanno avanti grazie alla passione di singole persone o gruppi che, insistendo su un territorio, tengono viva storia, tradizioni e arte locali. Ognuno di questi Musei compone un pezzetto di mosaico che rende vivo e pulsante il Patrimonio Italiano. In un circuito culturale interessante e unico.
Il personale è sempre competente (anche se a volte volontario) e grandi passi si stanno facendo nella comunicazione.

Ho visto con mano:
– L’importanza di usare canali strategici come social network e ricerca, di molti eventi sono venuta a conoscenza tramite Twitter.
– Utilizzo funzionale della tecnologia (da solo un totem a Musei completamente interattivi). Tecnologia che arriva bene se dietro c’è una storia da raccontare, e che non sempre è necessaria, talvolta basta la suggestione di un voce.
– L’utilizzo del mezzo televisivo per fare didattica, per chiudere un progetto magari iniziato a scuola che racconta un percorso, accanto a strumenti tradizionali e sempre incisivi come un semplice libro letto o sfogliato.
– Lo sforzo di voler essere incisivi e puntare sulla divulgazione capillare, per arrivare in maniera diretta al pubblico autoctono e giovane per stimolare dialogo e curiosità.

Partecipare per crescere
Non tutto quello che ho visto mi è piaciuto. Non è tutto ‘rose e fiori’! Ma generalizzare non è mai un bene: né per chi denigra né per chi esalta. In ogni luogo ho potuto confrontarmi, scambiando opinioni, capendo che una mia perplessità è già rilevata, e il museo, con il personale, stanno cercando di dare risposta. Senza la partecipazione collettiva, non aumenta la conoscenza, la diffusione, ma neanche la qualità dell’offerta.
Se anche voi avete un Museo sotto casa, è tempo di mostrarlo ai nostri bambini e alle nostre bambine!

Leontina!

A ciascuno il suo. A cura di Leontina Sorrentino.

Quanto è importante il sistema di comunicazione che utilizziamo con i bambini? A chi attribuire la responsabilità per un lavoro poco appagante? Possiamo pensare di cambiare un trend culturale che non ci appartiene?

arte bambiniPortando i miei bambini in giro per laboratori ed assistendo ad molte attività, per passione e per mestiere, mi sono trovata di fronte molte tipologie di eventi. Facendo uno sforzo di sintesi e collegando esperienze personali – lontane nello spazio e nel tempo- metto insieme le cose che non mi hanno convinto: parlare senza che l’altro sia connesso, comunicare con linguaggi retrò, mettersi poco in discussione, pensare che il momento per crescere (o imparare) sia sempre il prossimo, credere di fare il proprio dovere anche senza badare ai risultati.
Mi sono chiesta tante volte perché continuiamo a perpetrare abitudini e rafforzare prassi anche se queste, evidentemente non soddisfano, non accattivano e non funzionano. Probabilmente non è solo una problema di “condizioni esterne”, credo che sia questione di atteggiamento sociale, e in quanto tale, personale. Analizzando Nei vari gruppi in cui ho lavoro ho notato che investivamo una grande quantità di tempo a focalizzare risorse ed energie su meccanismi che andrebbero cambiati, sottraendone all’effettivo tentativo di cambiarli. È forse sbagliato evidenziare errori o denunciare disfunzioni strutturali? Certo che no. Accanto a questa dovremmo forse attivare una strategia parallela.
Gli anelli della catena
DSC_0684ella fantastica storia di Peter Pan l’intuizione più grande è stata quella di associare il volo ad un pensiero felice. Se nutro un atteggiamento negativo sarò meno disposta a pormi in ascolto e a attuare micro cambiamenti perché reputati INUTILI, quasi a giustificare la stasi culturale. Ma se ci concentriamo su piccole azioni pratiche e quotidiane ossigeniamo un tessuto sistemico che, insieme a persone inarrivabili e meccanismi inaccessibili, è composto anche da ciascuno di noi.
Quante volte mi sono trovata a fare laboratori o a proporre progetti che poi ho dovuto “ridimensionare” per mancanza di fondi. La sfida è sempre stata quella di lasciare inalterato un ottimo lavoro facendo fronte alle inevitabili contingenze. Che novità, qualcuno penserà. È quello che fanno gli operatori Innanzitutto pensare che tutto l’inconciliabile, l’inattaccabile, l’invulnerabile…un po’ dipende anche da noi! Da come ci comportiamo, da quello che facciamo a quello che evitiamo di fare, da quello che diciamo a quello che omettiamo, da quello in cui crediamo a quello che avversiamo.
Imparare dai più piccoli
I bambini ci insegnano a ragionare sul momento che si vive. Non esiste il prima e il dopo, non mentre si agisce, solo il qui e ora. Ma, ovvio, ci si comporta portandosi dietro il proprio vissuto e sedimentando quel momento esclusivo da spendere nel futuro.
DSC_0743Non ci sono polverine o formule magiche, ma è un lento camminare e un calmo costruire. Condividere un obiettivo, lavorare per gradi, adeguare le risorse, ottimizzare i tempi. I percorsi alternativi, meno battuti, sono sempre più ardui al principio. Eppure svelano scorci inaspettati e panoramiche inconsuete. Non per cavalcare teorie o politiche del possibilismo, ma per fermarsi a riflettere sul reale apporto e sul peso specifico che ogni singola azione ha sul totale. Di noi come tasselli vivi. Si originano combinazioni infinite in continua evoluzione se si muta posizione, direzione, dimensione, colore ad un piccolo modulo! Metafora del contributo individuale scomodando l’illustre Escher.

Nessuna conoscenza senza rispetto.

Quando si deve cominciare a coltivare la creatività dei bambini? Come un adulto può incidere nella fase esplorativa? Qual è l’elemento più importante in una relazione educativa?

IMG_5394Sempre più si abbassa l’età di riferimento dei bambini cui veicolare contenuti culturali. Molti progetti di lettura, museali, relazionali interessano la fascia di età 0-3 anni. C’è chi ci è convinto sostenitore, c’è chi storce il naso non credendo che i bambini possano essere ricettori già in fase neonatale o addirittura fetale. Ci sono
cose che indubbiamente vanno costruite nel tempo e cominciare il prima possibile ci può dare un vantaggio emotivo di grande valore.

IMG_5415Ho una cara amica Arteapeuta, che mi racconta del suo lavoro e dei nostri scambi l’immagine calda e rivelatrice, che senza dubbio mi ha colpito di più è stata quella di intendere il grembo materno come prima ‘ludoteca’.
Questa suggestione mi ha portato a fare alcune riflessioni, legate alla mia esperienza e filtrate dalle mie convinzioni.
Il concetto forte e incontrastato è: la naturale propensione ad esplorare dei bambini!

Dedicarsi con dedizione
Il grembo come luogo perfetto dove cominciamo ed esistere e a crescere.
L’importanza che va data a gesti, per quanto piccoli; a toni di voce, per quanto flebili; a relazioni con le persone, per quanto lontane; a movimenti nello spazio, per quanto irreale. La necessità di considerazione! Sempre. Fin dal primo istante di vita. Troppo spesso vedo situazioni ‘dedicate’ ai bambini in cui non viene rispettata la loro creatività. Ovvero: troppo spesso siamo più concentrati sull’informazione che vogliamo trasmettere e non sui soggetti con cui stiamo parlando. Soggetti intesi come bambini, bambini intesi come individui. La conoscenza -come esperienza- non si radica, non si sedimenta nella persona se la relazione educativa non è fondata sul
rispetto! Le poche piccole regole a cui io mi attengo quando lavoro, che sembrano uscite da biglietti dei cioccolatini tanto immediate e semplici, come guardare negli occhi il bambino con cui sto parlando, non sono inutili vezzi, né superflui messaggi.
La intenzione prima deve essere entrare in contatto con il bambino, non preoccuparsi di finire in tempo quello che si è progettato.

Il ruolo determinante dell’adulto
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Gli obiettivi di un laboratorio didattico possono essere molteplici, possono riguardare un artista, o un metodo o un tema trasversale. In ogni caso, perché l’esperienza sia il più possibile formativa, occorre lasciare attivi canali di espressione non convenzionali. Strutturare un percorso che guidi le finalità stabilite, ma nello stesso tempo non lasciare inascoltate le possibili evoluzioni o le deviazioni che, inevitabili, emergono quando si fanno incontri collettivi sull’arte. I condizionamenti che operiamo sui bambini, anche in buonissima fede, sono tantissimi. Dovuti al nostro
carattere, alle convenzioni sociali, ai contesti che ricreiamo, alle predisposizioni dei bambini, all’utilizzo di metodologie. Siamo dei MEDIATORI e per quanto sia lo sforzo di oggettivizzare le informazioni, agiamo attraverso filtri personali. Per esempio, se durante un’attività ho previsto l’uso del pennello per spalmare la tempera su delle tele e i bambini arrivano a sostituire l’uso dello strumento dato con le proprie mani non interrompo il gioco appena nato, ma lascio sperimentare il nuovo percorso spontaneo.
Perché lo stimo importante per:
1- la soddisfazione momentanea del bambino, che trova più divertente spalmarsi di colore che usare il pennello;
2- la capacità di seguire un pensiero divergente, per la necessità di lasciar fluire un impulso esplorativo,
3- l’iniezione di autostima e di crescita che deriva da un’azione personale,
4- Consolidare l’idea che sbagliare è un modo di procedere, non un motivo per
fermarsi.

Sopra ogni cosa il gioco. Come metafora e come strumento, ludico e serio, di
indagine per scoprire se stessi e il mondo circostante. Necessario a bambini e
bambine, fin dalla più tenera età.

L’improvvisazione competente.

Quanta importanza hanno la scelta dei titoli dei laboratori?
C’è differenza tra attività che hanno un approccio interdisciplinare e quelle che non ce l’hanno?

Badiamo ad ogni aspetto: non fa bene accettare caramelle (= Laboratori) dagli sconosciuti (= incompetenti)!

La forma è sostanza
IMG_2438Generalmente non si dà molta importanza al nomi o ai titoli delle attività. Quello che conta sono i contenuti, ci ripetiamo. Personalmente attribuisco sempre tantissima importanza ai nomi: ai nomi dei bambini, ai nomi dei progetti, ai nomi dei laboratori. Sono identificativi. Sono parte integrante del lavoro, non una cosa secondaria su cui possiamo sorvolare.
I titoli sono simbolici, evocativi, funzionali. Lasciano intravedere il percorso fatto, il proprio punto di vista e il fine cui si tende. Il nome, come il titolo di un libro, rappresenta il un elemento in base al quale decidere di scegliere o meno di partecipare ad un incontro.
SAMSUNGL’arte ai bambini si passa meglio se siamo un gruppo di persone che lavorano per un unico obiettivo rimanendo però fedeli alle proprie caratteristiche professionali. Non uniformare i saperi, ma differenziare gli orientamenti per mostrare i punti di vista da cui è possibile osservare un’opera d’arte, conoscere un artista, analizzare un movimento, scoprire una tecnica!
Sono convinta che il buon giorno si veda dal mattino. Sono convinta è possibile avere il sentore di quello che possiamo o non possiamo aspettarci da un laboratorio. Dipende da tante cose, prima durante e dopo lo svolgimento!
Al di là dello slogan pubblicitario, al di là del luogo in cui viene fatto, esistono piccoli
indicatori per una sommaria valutazione dell’attività proposta. Per esempio da come viene:
1- Descritta
2- Pubblicizzata
3- Organizzata
4- Vissuta
5- Percepita
6- Ricordata

Fondamentale è l’apporto dell’operatore che veicola il messaggio. Un laboratorio può prendere anche una strada diversa da quella progettata e rimanere, qualitativamente, di alto livello. Mentre può svolgersi per filo e per segno rispetto a come lo si era immaginato e rimanere di basso profilo.

Improvvisare con sapienza
IMG_2627L’improvvisazione che raccoglie uno stimolo spontaneo, emerso durante un incontro con i bambini, è l’improvvisazione figlia della competenza. Quella che ti fa eseguire rapidi ragionamenti, che ti fa cogliere al balzo una frase, una parola e un commento che si trasforma in nuovo collegamento ad altre logiche!
Che si traduce in una nuova informazione lanciata nel contesto che attiva
nuove interconnessioni. Un sasso lanciato nello stagno, come diceva Rodari.

L’improvvisazione dovuta al disagio di non riuscire a gestire una domanda, un imprevisto o un inconveniente dà la misura dell’intera attività. Non perché non si possano commettere sbagli : attenzione! Ma perché anche l’errore svela e racconta quello che non si vede del metodo di lavoro, dell’approccio adottato, della preparazione posseduta.
SAMSUNGL’attenzione al dettaglio, poi, è l’ago della bilancia. Verso i partecipanti, ma anche verso chi li accompagna. Verso il tema scelto per il laboratorio, ma anche gli argomenti correlati. Verso l’attività manuale, ma anche i supporti informatici o video. L’esperienza indoor o outdoor. Non deve essere selezionato tutto insieme, ma va opportunamente, progettato il nostro intervento partendo dagli obiettivi generali e dal target di riferimento. Molti credono che si possa improvvisare con i bambini. Ed è vero! Solo se si è competenti però. Altrimenti si rischia grosso, in termini di immagine, di educazione o di gradimento. Come in tutti gli altri campi.
Leontina Sorrentino

24 Beni Trattati Male.

Riguardo all’articolo dell’ospite del mese…
con logo3L’intervento del Prof. Piccioli sulla Valorizzazione apre argomenti e scenari tanto interessanti e attuali che meriterebbe un’analisi punto per punto di quanto, così causticamente, affrontato. In questa sede mi lascerò guidare dalla suggestione complessiva del suo articolo cercando di commentare le sollecitazioni che credo funzionali per la Valorizzazione in generale, in particolare per la didattica dell’arte e,nello specifico, rivolta ai bambini.
Le parole su cui mi soffermerò sono complessità, qualità e competitività. Termini uno di supporto all’altro, questioni consequenziali e connesse tra loro indissolubilmente.
Considerare, affrontare e potenziare una delle tre voci, in virtù delle altre due, rappresenta la formula vincente per la creazione di qualunque sistema di Valorizzazione del Patrimonio Culturale. Tuttavia…sono concetti che spaventano.
IMG_3720Per essere competitivi a livello internazionale occorre elevare i nostri standard quantitativi e qualitativi in termini di offerta, gestione e promozione. Questo presuppone un mutamento di visione che, a sua volta, determina un aumento esponenziale di complessità, che mette in crisi situazioni reali e stabilizzate –più o meno funzionanti- , ma anche competenze e ruoli consolidati. Perché tutto ciò possa compiersi è necessario riequilibrare l’intero complesso decisionale e operativo, optando per un approccio trasversale, globale, interdisciplinare, e per una pratica integrata, innovata, multimediale.
IMG_3729Attualmente esiste un grosso gap tra le istituzioni deputate alla cura del nostro patrimonio e i cittadini, tra gli enti di diffusione culturale e l’utenza, tra gli operatori e i visitatori. Quanti hanno idea di cosa voglia dire gestire un museo oppure condurre uno scavo archeologico o ancora occuparsi di un restauro? Sono molti di più quelli che sanno cosa occorre per sopravvivere su un’isola deserta o come risollevare le sorti di un ristorante. Manca un tassello di congiunzione, un ponte tra il potenziale che c’è in Italia e la sostanziale inadeguatezza politica che viene percepita a riguardo. Vanno risistemati i margini dell’indagine attraverso progetti di partecipazione e vanno rivalutati i termini sulla questione della fruizione consapevole e attiva. Allora la divulgazione, fase di un percorso articolato, capillare e impeccabile sia dal punto di vista scientifico sia creativo, diventa strumento di conoscenza reale, ma anche presupposto per una consapevolezza collettiva e adeguata alle nostre risorse culturali.
Eventi sporadici e mondani perdono la dimensione colloquiale che, a mio avviso, è fondamentale per una didattica efficace ; proponendo per bambini e ragazzi – solo a volte – belle attività, ma quasi sempre per un consumo fast & furious! E’ un atteggiamento insufficiente, dispendioso e talvolta dannoso. Necessita una pratica quotidiana in cui si diffondano concetti sulla tutela e sulla salvaguardia; in cui si discutano le evoluzioni storiche della nozione di Bene Culturale, e in cui si sperimentino (in aula, nei musei, per strada nei parchi, piazze), soprattutto per i più piccoli, sistemi di comunicazione innovativi e condivisi.
IMG_3663La didattica dell’arte deve entrare a pieno titolo ad essere una delle solenni declinazioni che afferiscono al nostro patrimonio. L’esperto del settore è l’elemento umano che interloquisce con il pubblico, l’interfaccia con l’utenza, colui che veicola obiettivi, contenuti e modalità stabiliti in altre sedi. In virtù di queste specifiche dovrebbe sedere al tavolo di concertazione e di individuazione di obiettivi e metodi al pari di architetti, restauratori, legislatori, storici, conservatori. Conoscere processi, difficoltà tecniche, finalità….aiuta ad essere competenti, preparati e credibili.
Ovvio che i problemi da superare sono grossi ed evidenti. Nessuno attribuisce alla didattica dell’arte un valore congruo alla reale importanza e nessuno ne ravvisa i risvolti potenziali. La didattica viene spesso associata ad un laboratorio che viene, di conseguenza, immaginato come un “attacco d’arte”. Questo comporta errori di valutazione che inibiscono e rallentano (per carenza di fondi, inadeguatezza di
personale e interventi non integrati) la crescita e l’espansione di questo settore che non riesce ad emanciparsi dall’etichetta grossolana di puro intrattenimento.
Eppure dosando bene cambiamento e memoria potremmo emanciparci dalle nostre remore e cominciare una politica di sensibilizzazione al nostro patrimonio, inteso anche come risorsa economica . Partendo dai bambini c’è la speranza che, in quanto futuri dirigenti, siano all’altezza delle sfide mondiali che il patrimonio italiano merita di poter accettare.

Scoprire l’arte in #contestINSOLITI.

Quale esperienza può essere utile per aprrezzare l’Arte? Esiste un luogo migliore di un altro per incontrare storie, autori, opere?

Esistono condizioni ottimali o meglio affidarsi al caso?

libreria1nForse né l’una né l’altra cosa. O meglio: probabilmente entrambe le strada andrebbero perseguite. Senza dubbio esistono dei luoghi più suggestivi di altre per avvicinare i bambin/e ragazzi/e ad un mondo insolito e poliedrico come quello degli artisti. É vero anche che ogni occasione è buona per rimandare all’Arte che accompagna l’umanità dai suoi albori e di cui non ha mai potuto farne a meno!
Partendo da questo presupposto ha molto senso mostrare o far riferimento ad un opera fuori da musei e lontana dai riflettori: Parliamo di arte in contesti inusuali. Invitiamo i bambini a leggere la storia, la scienza, la società, la geografia, l’ecologia, la letteratura, la moda…attraverso l’osservazione dei dipinti di tutti i tempi. Perché, da sempre, rappresentano lo specchio della società in cui sono stati creati! L’opera d’arte come ipertesto per indagare passato e presente! La libreria come un luogo dove incontrarsi, vivere un’esperienza interdisciplinare, creare significati e ravvivare dinamiche culturali in continuo movimento. Ecco perché il mio progetto L’arte a Portata di Libro funziona e piace a grandi e piccoli.

libreria2n

Due ambiti a contatto
Nell’era del digitale siamo sottoposti ad una quantità di immagini e di informazioni notevole. Spesso subiamo la rapidità dei consumi di messaggi e prodotti, senza essere in grado di operare verso di essi una reale selezione consapevole. Al contempo l’arte e il museo (concetti spesso sovrapposti nell’immaginario collettivo) sono avvertiti ancora come qualcosa di noioso, vecchio e statico o tutt’al più elitario. Così l’enorme patrimonio culturale italiano rappresenta una risorsa inespressa e sconosciuta ai propri cittadini, anche adulti.
Il tentativo è quello di avvicinare i due ambiti proponendo riflessioni che utilizzino strumenti, contenuti e linguaggi che appartengano a mondi così distanti. Le opere d’arte vengono esaminate quasi esclusivamente dal punto di vista formale e artistico. Tuttavia oltre alla vicenda biografiche dell’artista (e del suo prodotto) esistono una quantità di informazioni contenute nei quadri che non vengono considerate o che sono sottovalutate.

Cosa rappresenta un’opera d’arte
libreria4nUn’opera d’arte è il frutto di talento e teorie estetiche, ma anche di scoperte tecnologiche, storie personali, contesti sociali, contaminazioni, scambi, convenzioni, rapporti politici internazionali, giochi di potere o teorie filosofiche.
L’opera diventerà un ipertesto: dall’immagine rappresentata, dall’inquadratura, dai materiali utilizzati attiveremo dei link che spaziano in campi che artistici non sono, toccando argomenti che vanno al di là dello sguardo puramente iconografico.
La libreria in questa ottica rappresenta il luogo ideale entro cui attivare contaminazioni di genere. Perché la sensibilizzazione alla memoria collettiva, al fascino dei libri e alla sperimentazione personale può essere, a buon grado, annoverata tra attività educative significative.
Osservare le opere d’arte, offrire un’analisi formale, invitare alla lettura di testi e di immagini, stimolare la connessioni e collegamenti interdisciplinari, suscitare un dibattito su tradizione e innovazione, sviluppare una visione critica.
Perché le architetture cambiano forme? Perché nasce la pittura all’aria aperta? Perché nelle sculture vengono usate pietre differenti? Partendo da quesiti generici, passando attraverso l’esperienza di ciascuno dei partecipanti, in un percorso fatto di immagini che rimandano ad altre immagini, notizie che rimandano ad altre notizie, si approderà ad una visione amplificata delle opere d’arte proposte.

Cosa raccontare a bambini e bambine
L’obiettivo è quello di considerare i prodotti (artistici, tecnologici, letterari, musicali…) di una società come facce diverse di un unico procedere socio-evolutivo. Studiare settori della cultura, ognuno con peculiari regole e finalità, non come compartimenti stagni, ma come saperi che si incontrano, si conoscono, si influenzano vicendevolmente. Occorre senza dubbio programmare l’incontro con grande attenzione e adeguare lo spazio a disposizione al numero di bambini massimi che si possono accogliere, perché l’apprendimento ottimale passa anche dall’ambiente e dallo spazio che riserviamo ai bambini.

Leontina Sorrentino – www.didatticaartebambini.

Programmiamo un anno di creatività!

arte e musicaSiete usciti dal turbine dei regali di Natale? Ricominciata la scuola e ripreso il lavoro? perché non pensare a programmare esperienze sull’arte?
Con l’inizio dei un nuovo anno tante sono le attività che mettiamo in programma. Tanti i propositi, le speranze i ‘voglio fare’. Allora perché non approfittare di questi momenti per pensare anche ai nostri bambini e mettere
in pratica un po’ di ‘buone intenzioni’? Negli articoli precedenti abbiamo parlato della difficoltà che potremmo incontrare nel consentire ai nostri bambini di utilizzare spazi casalinghi per fare esperimenti creativo- manuali!
Abbiamo anche dato qualche suggerimento su come arginare i danni. Abbiamo anche sottolineato l’importanza di queste attività.
Bene alle soglie del periodo dell’anno che maggiormente è carico di attese e di desideri, perché non sorprendiamo tutti (magari noi compresi) e facciamo un regalo a tutta la famiglia?
Immaginiamo dei momenti da vivere in famiglia dedicati all’arte. Sempre in maniera divertente e fruttuosa. Ecco un elenco di attività che creano atmosfera e possono- anzi devono- essere usati per creare un clima complice e
collaborativo in grado di fare da collante per tutta la famiglia!
arte e musica 2Oltre a condividere con i loro giocattoli o andare al cinema , potreste pensare a:

– Visitare un museo o ad una mostra adatta a bambini
– Scoprire una piazza in una città nuova
– Fare una passeggiata in un bosco, raccolta di materiale naturale e rielaborazione
– Recuperare una memoria familiare: tirare fuori vecchie foto e raccontate episodi di quando eravate piccoli
– Regalare scatole di colori, che siano essi pastelli o tempere o gessetti
– Raccontare storie inventate!
Durante queste vacanze, davanti al caminetto della mia mamma, ho iniziato a raccontare loro di quando mi sedevo, insieme ai miei fratelli e ai cuginetti, con i miei nonni davanti al camino e ascoltavo storie della loro infanzia. Raccontato di giochi della tradizione povera che non esistono più. Ho fatto vedere foto in bianco e nero. Poi ho organizzato un tavolino con carta bianca e nera, carboncino e matite colorate. Senza che chiedessi nulla si sono messi a disegnare. Ma non mi hanno fatto vedere l’opera. Mi hanno detto: “mamma viene da lontano la vedrai solo a fine anno”. Ce la faranno a resistere alla tentazione di mostrare il disegno? Loro si. I dubbi sono sulla curiosità della mamma! Condivisione, intimità, gioco e arte viaggiano spesso insieme.

Conoscete la Biennale d’arte del Bambino?

Lo scorso maggio sono stata a Treviso per visitare la IX^ Biennale d’Arte del Bambino. Sotto un cielo terso, ho passeggiato in una città elegante accompagnata da un sole che faceva luccicare il Sile.
La Biennale d’Arte del Bambino (http://www.biennaledartedelbambino.it/) è accolta nella Ca’ Noal, residenza quattrocentesca di grande bellezza e prestigio. Uno spazio espositivo, un’idea , in metodo alfabeto segno-colore, un’associazione di volontariato e delle opere d’arte.
Questa la miscela di ingredienti per un’esperienza estetico-educativa, che ha come protagonisti i bambini, di tutto rilievo.

Come funziona la Biennale d’arte del Bambino?
Liana Bottiglieri Calvazara, insegnante e pittrice, ha messo a punto il metodo
Alfabeto segno-colore (marchio registrato) con cui attiva corsi di aggiornamento, dai nidi fino alla scuola primaria, con la finalità di ricercare e sperimentare la creatività artistica dei bambini. La biennale rappresenta la conclusione del percorsi tematici proposti e realizzati ogni 2 anni. L’esposizione alla Ca’ Noal dura 3 settimane, è con ingresso libero ed esiste la possibilità di acquisire le opere facendo una donazione, il cui ricavato sarà redistribuito per il 30% all’associazione della Biennale e per il 70% alla scuola che ha offerto l’opera.

Il tema della prossima biennale è “DisFare”.

Perché visitarla la biennale d’Arte del Bambino?
– Perché è un evento unico in Italia.
– Perché la creatività dei bambini chiede spazio,
– Perché è importante discutere di espressione ed espressività ,
– Perché è un momento di riflessione per adulti
– perché è un momento di riconoscimento dell’essere di ciascun bambino partecipante.
– Perché non è vero che per i bambini non sono momenti importanti.
– Perché è un momento per scambiarsi impressioni con chi visita la mostra, siano essi genitori, nonni o operatori di settore.
– Perché c’è sempre da imparare.

Le mie riflessioni
Le riflessioni con cui sono tornata a casa sono state tante, di vario genere!
La prima riflessione è di natura opportunistica. Se non abitiamo a Treviso, per
intraprendere un viaggio per raggiungere la Biennale dobbiamo stimare che ne valga la pena. La stima del valore di una esperienza è oggettiva e soggettiva al contempo.
Forse dovremmo semplicemente valutare il nostro percorso, la nostra ideologia e il nostro approccio e intendere se (e quanto) cogliere l’opportunità di vedere altre esperienze nel nostro stesso campo, provando a interagire creare una rete culturale.
La seconda è di natura metodologica. Dovremmo riservare a tutte le fasi del lavoro con i bambini, la stessa energia e la stessa quantità di tempo. Se considero una sommaria divisione procedurale di un progetto (1-Preparazione/introduzione; 2-Attività pratica; 3- Restituzione/esposizione) devo constatare che le energie maggiori vengono riversate nella fase centrale, mentre importanza medesima hanno sia l’introduzione all’argomento proposto, che l’esposizione di quanto realizzato!
La terza è di natura filosofica. occorre adoperarsi contro la mancanza di momenti di scambio conviviale e confronto collegiale, contro l’isolamento culturale, l’appiattimento metodologico. Occorre creare un contraddittorio funzionale e fattivo.
Incrementare un dibattito sulla reale opportunità, scambiarsi informazioni, pareri, senza avere paura qualcun’altro possa appropriarsi del nostro lavoro.
Ma questa è un’altra storia.

Leontina Sorrentino

Creare in casa.

È così pericoloso usare i colori in casa con i bambini?
Quanto è importante?
Quali sono i motivi che ci impediscono di avviare alcune sperimentazioni ‘casalinghe’?

Ecco alcune cause e i rimedi secondo me.
Sono tante le ragioni per cui abbiamo difficoltà a fare usare i colori in casa ai nostri bambini. Per colori non intendo i pennarelli, largamente diffusi, ma tempere, acquerelli, gessetti, carboncini, inchiostri o semplicemente cere, matite, pastelli a olio.

Probabilmente ci sono 3 motivi molto comuni.
DISTRAZIONE: non ci pensiamo, sottovalutiamo l’importanza del gioco con le
mani, quello che dopo ore di “pasticci” non rimane che un cumulo di materiale inutilizzabile.
TEMPO: ci spaventano lo sporco e la confusione che attività di questo genere inevitabilmente si portano dietro.
INADEGUATEZZA: ci sentiamo poco portati per le attività manuali e poco pratici nella scelta di colori o tecniche.

Perché sentirsi persi? A tutto c’è rimedio!
Sono utili e importanti tanti tipi di giochi. Quelli meccanici, quelli di ruolo, quelli mnemonici, quelli esplorativi. Ad ogni età è opportuno stimolare una serie di attività differenti che consentano l’acquisizione di competenze utili alla crescita. Per neutralizzare il fattore DISTRAZIONE pensiamo che la manipolazione è un momento fondamentale per la sviluppo del bambino.
Troppo presto nella nostra società passiamo ad attività cognitive e sempre prima si abbandonano quelle manipolative. Incollare, tagliare, strappare, disegnare, colorare, osservare e scoprire facendo sono modi diversi di imparare, elaborare e creare. Stimolare all’arte per consolidare una condizione formativa e identificativa.
Per questo fattore RICORDATE: assecondiamo gli sprazzi creativi dei bambini e lodiamo il percorso non solo il prodotto, incoraggiamo tutti gli esperimenti e elogiamo i lavori anche se non li comprendiamo fino in fondo.
Il fattore TEMPO è quello che maggiormente osteggia la sperimentazione, tra il lavoro e gli impegni quotidiani avere una casa “sotto controllo” è una priorità di qualunque famiglia! Per questioni di praticità siamo, continuamente, combattuti sempre tra il desiderio di far esprimere i nostri figli e la tentazione di fargli usare giochi altrettanti utili e insieme più funzionali alle nostre esigenze (come una bambola o una macchinina che dopo si ributtano con un gesto nella cesta). Per neutralizzare questo fattore possiamo scegliere un angolo di una scrivania o un tavolo, possiamo proteggerlo con una telo plastificato (se ne trovano anche grandi a poco prezzo nei centri del fai da te); collocare i colori in appositi contenitori in modo da non disperderli e da trovarli sempre pronti all’uso e condividere l’allestimento insieme al bambino. Il bimbo così impara a circoscrivere l’attività al solo punto protetto, a prendersi cura degli strumenti
per il proprio lavoro e a rispettare il lavoro proprio come quello altrui.
A questo proposito RICORDATE: facciamoci aiutare nella fase preparazione (a stendere il telo, spostare sedie..) perché sentirsi coinvolti è il primo passo per apprezzare qualsiasi nostra proposta.
Per neutralizzare il fattore INADEGUATEZZA basta pensare che non è necessario essere maestri d’arte e conoscere tutte le tecniche o i tipi di colore. Possiamo cominciare anche noi per gioco, entrare in una qualunque cartoleria e scegliere da soli, o insieme ai nostri bambini, piccoli e pratici pacchi di tempere o cere o acquerelli. Provare varie tipologie di colore col tempo poi scopriamo, senza bisogno di libri o corsi, le caratteristiche base e soprattutto le nostre preferenze.
A questo proposito RICORDATE: usare, almeno la prima volta, insieme ai bambini i colori scelti consentirà di scoprire cose nuove, prevenire eventuali domande o scherzare su eventuali incidenti di percorso.

Leontina Sorrentino
www.didatticaartebambini.it – leontina@didatticaartebambini.it

Ambiente e creatività.

Per stimolare la creatività un posto vale l’altro? Quanto impatta sui bambini lo spazio che in cui li invitiamo a muoversi?

Il tempo e lo spazio che ci concediamo per fare dei lavori creativi sono di importanza fondamentale. Troppo spesso chiediamo ai bambini e alla bambine delle performance o degli sforzi senza badare all’ambiente e alle condizioni che prepariamo loro. Un ‘posto vale l’altro’ ‘Basta che i bambini siano sereni’ è quello che più spesso mi sento dire, ed è vero…fino ad un certo punto! Il dinamismo spaziale (come riesco a muovermi in un ambiente) del bambino determina la sua esperienza: c’ è una stretta correlazione tra contesto e gesto creativo.
Sempre prima invitiamo i bambini a lasciare le attività manuali per quelle cerebrali. Sempre prima proponiamo un modo di lavorare statico e controllato.
E questo avviene sia in ambienti convenzionali (come la scuola) che non convenzionali (come i laboratori creativi).
Trovo che tante esperienze non siano allineate, né per contenuti, né per elaborazione, all’idea di sviluppo equilibrato della creatività. Dove per creatività non intendo la propensione a fare un disegno o di utilizzare delle tecniche. Non solo. Ma intendo la capacità di connettere informazioni e saperi per un uso espressivo del proprio sentire. Per tradurla in altri termini: sono convinta che un bambino esprima la sua creatività non solo manifestando il talento, per esempio in pittura, ma anche rispondendo nella maniera
personale ad uno stimolo esterno, per esempio superando la paura del buio ricorrendo ad un peluche. Tempo fa insieme ad una collega che si occupava di danza, ci siamo trovate a vivere una situazione felice di sperimentazione lavorando in un ambiente familiare a tanti bambini, ma vissuto in modo informale, in maniera continuativa e libera. Sono episodi rari e felici.

E’ facile realizzare un ambiente stimolante?
Detto questo ho la convinzione che non sia facile realizzare un ambiente fruttuoso e stimolante per tutti i bambini e ovunque si voglia. Esistono dei confini e delle regole precisi: alcuni possono essere superati solo con la buona volontà, per altri occorrono condizioni al contesto specifiche e spazi adatti. A 25 bambini non posso proporre una lezione dinamica se sono in un aula di 35mq. Inoltre credo che non tutti possano improvvisarsi esperti di un settore che non conoscono. Impossibile avere una scuola che possa provvedere all’educazione artistica, musicale, corporea come provvede all’educazione delle materie classiche. Concordo, è impossibile, anche se nella nuoa riforma mi è
sembrato di intravedere attenzione a questi argomenti. Perché bisognerebbe avere a disposizione il triplo del tempo, competenze diversificate e strumenti particolari. Il problema è che non ci sono spazi neanche fuori la scuola dove tutto questo possa avvenire, ma per altri motivi: il tempo, i costi, l’interesse.

Che fare allora?
Innanzitutto porsi la questione.
1- Essere consapevoli che i bambini esprimono molto meno del loro potenziale, perché non esistono contesti che li stimolino su più livelli contemporaneamente.
2- Programmare delle esperienze multiple ed interdisciplinari, contaminando settori come la danza, arti visive e musica.
3- Avviare un’inchiesta per capire le maggiori carenze in rapporto alle esigenze dei più piccoli e delineare un protocollo quantitativo e qualitativo di esperienze
creative diffuse.
Chi dovrebbe occuparsi di questo? Tutti coloro che lavorano o hanno a che fare con i bambini: insegnanti, educatori, animatori, operatori, dirigenti, genitori.
Tante attenzioni con i bambini non vengono attivate, perché non ci si immagina neanche che possa essere diverso da come si è sempre fatto. Per fortuna non è così!

Leontina Sorrentino
www.didatticaartebambini.it – leontina@didatticaartebambini.it

Ambiente e creatività.

Per stimolare la creatività un posto vale l’altro? Quanto impatta sui
bambini lo spazio che in cui li invitiamo a muoversi?
Il tempo e lo spazio che ci concediamo per fare dei lavori creativi sono di
importanza fondamentale. Troppo spesso chiediamo ai bambini e alla bambine
delle performance o degli sforzi senza badare all’ambiente e alle condizioni che
prepariamo loro. Un ‘posto vale l’altro’ ‘Basta che i bambini siano sereni’ è
quello che più spesso mi sento dire, ed è vero…fino ad un certo punto! Il
dinamismo spaziale (come riesco a muovermi in un ambiente) del bambino
determina la sua esperienza: c’ è una stretta correlazione tra contesto e gesto
creativo.
Sempre prima invitiamo i bambini a lasciare le attività manuali per quelle
cerebrali. Sempre prima proponiamo un modo di lavorare statico e controllato.
E questo avviene sia in ambienti convenzionali (come la scuola) che non
convenzionali (come i laboratori creativi).
Trovo che tante esperienze non siano allineate, né per contenuti, né per
elaborazione, all’idea di sviluppo equilibrato della creatività. Dove per
creatività non intendo la propensione a fare un disegno o di utilizzare delle
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tecniche. Non solo. Ma intendo la capacità di connettere informazioni e
saperi per un uso espressivo del proprio sentire. Per tradurla in altri termini:
sono convinta che un bambino esprima la sua creatività non solo manifestando
il talento, per esempio in pittura, ma anche rispondendo nella maniera
personale ad uno stimolo esterno, per esempio superando la paura del buio
ricorrendo ad un peluche. Tempo fa insieme ad una collega che si occupava di
danza, ci siamo trovate a vivere una situazione felice di sperimentazione
lavorando in un ambiente familiare a tanti bambini, ma vissuto in modo
informale, in maniera continuativa e libera. Sono episodi rari e felici.
E’ facile realizzare un ambiente stimolante?
Detto questo ho la convinzione che non sia facile realizzare un ambiente
fruttuoso e stimolante per tutti i bambini e ovunque si voglia. Esistono dei
confini e delle regole precisi: alcuni possono essere superati solo con la buona
volontà, per altri occorrono condizioni al contesto specifiche e spazi adatti. A
25 bambini non posso proporre una lezione dinamica se sono in un aula di
35mq. Inoltre credo che non tutti possano improvvisarsi esperti di un settore che
non conoscono. Impossibile avere una scuola che possa provvedere
all’educazione artistica, musicale, corporea come provvede all’educazione delle
materie classiche. Concordo, è impossibile, anche se nella nuoa riforma mi è
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sembrato di intravedere attenzione a questi argomenti. Perché bisognerebbe
avere a disposizione il triplo del tempo, competenze diversificate e strumenti
particolari. Il problema è che non ci sono spazi neanche fuori la scuola dove
tutto questo possa avvenire, ma per altri motivi: il tempo, i costi, l’interesse.
Che fare allora?
Innanzitutto porsi la questione.
1- Essere consapevoli che i bambini esprimono molto meno del loro potenziale,
perché non esistono contesti che li stimolino su più livelli contemporaneamente.
2- Programmare delle esperienze multiple ed interdisciplinari, contaminando
settori come la danza, arti visive e musica.
3- Avviare un’inchiesta per capire le maggiori carenze in rapporto alle esigenze
dei più piccoli e delineare un protocollo quantitativo e qualitativo di esperienze
creative diffuse.
Chi dovrebbe occuparsi di questo? Tutti coloro che lavorano o hanno a che fare
con i bambini: insegnanti, educatori, animatori, operatori, dirigenti, genitori.
Tante attenzioni con i bambini non vengono attivate, perché non ci si immagina
neanche che possa essere diverso da come si è sempre fatto. Per fortuna non è
così!
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Non chiamiamoli Lavoretti, ma opere.

Quanto contano le parole quando relazioniamo con i bambini? Siamo sempre a nostro agio nel dare un giudizio alle opere creative dei nostri figli? Cosa fare di tutte i lavori che ci portano a casa?
Le parole hanno un loro peso specifico. Il tono con cui vengono dette, e le espressioni del viso che le accompagnano, anche. Una dei miei obiettivi personali e professionali è diffondere e affermare il diritto di ciascun bambino alla propria creatività, dunque alla propria individualità. Una delle mie più grandi preoccupazioni è fare attenzione a come si dicono le cose ai bambini.
Soprattutto in un ambiente in cui i piccoli sono chiamati a esprimersi creativamente-cosa che richiede le condizioni e il tempo ideali- magari in un ambiente nuovo e in poco tempo.
Ci deve essere coerenza tra atteggiamento-gesti-parole. Sia di chi invita (operatore) i bambini ad eseguire un’esperienza, sia di chi accoglie (genitore o adulto accompagnatore) l’esperienza fatta. Tante volte non importa neanche chiedere “che cosa è?” piuttosto domandare di ‘raccontare’ l’opera.

Il peso dei termini
Tutto quello che realizzano i bambini non chiamiamolo LAVORETTO. Più che un vezzeggiativo (piccolo lavoro) ha il sapore di uno svilire un’azione importante solo perché a farla è stata un bambino o una bambina! Perché non chiamarlo Opera, Lavoro o a seconda di quello che realizzano: disegno, scultura, dipinto…? Si usa lavoretto per indicare un lavoro eseguito da bambini, con i soliti materiali e con resa di poco conto. Vi ho fatto in una riga la summa della definizione che negli anni ho sentito dare al lavoro dei bambini. Sarei lieta di essere smentita.

Che quello che abbia realizzato il bambino/a sia più o meno comprensibile (in termini figurativi) non è una mia priorità. A seconda delle età esiste una competenza tecnica, una sfera di ricerca e un livello di espressività che non vanno (o non dovrebbero) essere messi in paragone con il mondo degli adulti. A loro non interessano le stesse cose che interessano noi! Non fanno (per fortuna aggiungerei) la stessa lettura che facciamo noi. Questo va compreso e accettato.

Ho sentito tanti adulti chiedere spiegazioni e poi commentare con sarcasmo bonario la risposta. Oppure si sostituiscono a loro nel disegno dopo una richiesta d’aiuto che suona così: “Papà io non lo so disegnare bene come te!- Mamma fallo tu che lo fai meglio!” E’ un atteggiamento inutile e deleterio. Che sia carta incollata o tratti fitti di matita, o una scultura di creta va incoraggiata l’azione creativa, non giudicata la realizzazione. Oltre il prodotto finale, è importante, anzi fondamentale, il percorso che ciascuno fa e il processo che lo
porta ad una certa esecuzione.
Se, dopo un laboratorio, mi figlio mi mostra il proprio disegno dicendo ‘l’ho fatto per te’, io lo elogio, lo ringrazio e poi lo dimentico sul tavolo del laboratorio è una contraddizione stridente. Gli do un valore a parole, che però viene smentito dal mio comportamento. E sono sicura che dal discorso emerga chiara che non parlo di una disattenzione(che può capitare a tutti!) ma di un atteggiamento continuativo.

Ma quanti disegni! Cosa ne faccio?
Sono una mamma anch’io e so le quantità di lavori che i bambini producono – soprattutto disegni, ma anche pasta di sale, raccolta elementi naturali…- a scuola, nei laboratori, dagli amici, da soli. Certo non si può conservare ogni cosa! Cosa fare allora con la quantità di ‘opere fanciulle’ che siamo chiamati a gestire? Io le tratto come delle collezioni d’arte. In scala casalinga ci troviamo davanti ad un piccolo museo. Guardiamo insieme a loro le cose realizzate.
Commentiamole, raccontiamole, tocchiamole. Poi selezioniamone alcune e facciamole diventare un quadro. E lo appendiamo in sale, in camera, lungo il corridoio. Riserviamo loro uno spazio espositivo accanto ai quadri degli adulti!
Il valore che può assumere un disegno isolato, incorniciato è sorprendente. Il senso estetico, la consapevolezza di un miglioramento grafico o tecnico i bambini lo percepiscono e lo coltivano. Sono perfettamente in grado di avere una propria idea di bellezza, proviamo a confrontarla con la nostra, rimarremo stupiti. Qualunque cosa si decida di farne condividiamola con i bambini.
Degli altri disegno possiamo realizzare degli album da sfogliare. Far ruotare le opere incorniciate, regalarle come biglietti di auguri, creare delle piccole buste porta oggetti, rivestire con i pezzetti scatole, decorare album di foto, farne carta da macerare per tentare la cartapesta. Le opere valorizzate anche attraverso il riciclo. Che vuol dire dare nuova vita ad una cosa che dovrebbe finire nella pattumiera. Un ciclo di vita che aiuta a evolversi.

Il Museo che Ama i Bambini. A cura di Leontina Sorrentino

 

Tutti i musei sono adatti ai bambini e alle bambine? Occorre preparare i bambini prima di una visita?

Sono sempre di più i musei che si interrogano sulla possibilità di essere Kids Friendly, ovvero luoghi pensati per la fruizione e con proposte adatte anche ai più piccoli. Si moltiplicano attività e iniziative, si comincia a fare rete e a ottimizzare la comunicazione. Alcuni Musei hanno esperienza più che decennale, con attività che si ripresentano, radicati nel territorio e con grande successo di pubblico, a cadenza annuale. Altri, senza tradizione didattica, si
affacciano in maniera magari impacciata, tipica della ricerca fatta seguendo le tendenze generali, ma non ancora collaudata, procedendo per tentativi e adeguando il proprio personale ai vari eventi e alla risposta che ricevono dai
visitatori. Aprirsi ad un target specifico per trasmettere conoscenza e cultura, abituare alla frequentazione ed evolvere insieme nel sistema comunicativo deve essere un obiettivo comune. Dobbiamo pretendere il diritto all’arte e alla
cultura anche per i nostri figli, in primo luogo da Musei, istituti culturali, siti, associazioni. Ma anche noi, singoli cittadini, dobbiamo fare la nostra parte. In che modo?

Il ruolo di ciascuno di noi
Partecipando a quanto viene organizzato, in maniera costante, entusiasta. Consapevoli che tutto è perfettibile, ma anche che è nostra responsabilità far capire che trasmettere arte ai bambini è un’esigenza sentita. Con carenza di pubblico e di interesse collettivo anche gli operatori, i direttori e chi si occupa dei servizi di didattica, faranno fatica a far passare l’idea che è un bisogno inatteso che va colmato. E sempre meno fondi verranno stabiliti per il settore della Didattica! Poi sarà vero che non rimarremo sempre soddisfatti del singolo laboratorio, o della visita o dell’organizzazione trovata. Tuttavia il crescente sforzo da parte dei Musei, la preoccupazione di assicurare offerte per bambini e famiglie è il segno di un cambiamento.
Questo cambiamento va visto e supportato attraverso la partecipazione. Portare i nostri bambini e le nostre bambine al museo in occasioni dedicate a loro o a tutta la famiglia serve a:

1- Dare un segnale forte e far emergere un’esigenza educativo-morale necessaria ad una sana crescita.
2- Creare un legame con il proprio territorio, per scoprirlo ed imparare a prendersene cura.
3- Allargare le proprie conoscenze e socializzare in contesti diversi dai soliti.
4- Dare indicazioni per migliorare proposte ed offerte in un dialogo continuo.
5- Incrementare il senso di appartenenza, riscoprire culture e radici.

Come preparare le/i bambine/i ad una visita al museo
Continuo a leggere tantissimi suggerimenti a riguardo e sono tutti (o quasi) approcci condivisibili. In effetti esistono infiniti modi di preparare una visita (per vedere collezioni o siti, fare laboratori,seguire incontri, ecc..). Quello che
suggerisco sempre io è di personalizzare il più possibile le ‘ricette’ che ci vengono date. Dico sempre che ogni metodo è valido…come il suo contrario.
Ciascuno approccio deve essere adeguato all’età e alle caratteristiche personali del bambino, alla modalità comunicativa familiare, al periodo scelto, al contesto in cui ci rechiamo e via andare. Il più piccolo dettaglio influenza l’impatto
generale. Quello che non può mancare è:

1- Dose di reale curiosità: se io genitore fingo entusiasmo i bimbi se ne accorgono. Dunque se voglio coinvolgere devo essere coinvolto a mia volta.
2- Correttezza di fondo: non rispondere a domande di cui non conosciamo la risposta! Fare un percorso di scoperta insieme è preferibile piuttosto che essere approssimativi per non sembrare impreparati.
3- Parlare dell’esperienza: io non faccio differenza, ne parlo sia prima che dopo. Caricarli positivamente all’incontro (con qualche curiosità buttata qui e là e qualche interrogativo cui poi dare risposta), ma raccontarci anche le sensazioni vissute dopo la visita, rifare il percorso per consolidare informazioni.

Ciascuna famiglia dovrebbe sperimentare un proprio processo, tenendo presente che anche questo è un modo di relazionare, crescere e stare insieme.
Vi segnalo:
Ogni lunedì dalla 10 alle 20 i musei, partecipanti all’iniziativa, si danno appuntamento sul web per condividere le loro proposte didattiche, scambiarsi esperienze e rispondere a domande. Se avete anche voi un account Twitter seguendo l’hashtag #MuseumSchool potete leggere gli scambi e intervenire quando volete.

Leontina Sorrentino
www.didatticaartebambini.it – leontina@didatticaartebambini.it

Permette una domanda? A cura di Leontina Sorrentino.

Vi propongo le domande e le affermazioni che, più frequentemente, mi vengono rivolte. Un modo per approfondire degli argomenti e sfatare qualche mito.

MA CHE LAVORO FAI?

Da quando mi sono inserita in questo settore ho sempre fatto fatica a spiegare il mio lavoro. Per due motivi, di stampo teorico e sociale, concatenati tra loro. Il primo è che non è ancora chiara la differenza tra didattica e altro (es: animazione, intrattenimento, laboratori).

‘Far divertire’ un bambino per la didattica è uno strumento, per altri tipi di proposte è una finalità. In didattica attraverso il gioco si veicolano informazioni che poi vanno, con altri strumenti, consolidate e sedimentate. Il secondo è che non viene data all’arte la giusta importanza nel campo educativo, che secondo, me merita. L’attenzione per le attività creative e manipolative diminuisce con l’aumentare dell’età. Mi piace definirmi un ‘divulgatrice’ dell’arte e lo faccio in vari modi: lavoro con bambini, ma anche con adulti, formo e mi formo continuamente, cerco collaborazioni e contaminazioni di genere, scelgo dei temi che approfondisco e ‘traduco’ per ogni fascia d’età.

Come?

Attraverso laboratori tematici, incontri formativi, progettazioni specifiche, sperimentazione e ricerca personali.

DAVVERO LO HANNO FATTO BAMBINI COSì PICCOLI?
Non smetterò mai di ripetere che un mio imperativo, teorico e morale, è quello di non mettere mai mano ai lavori dei bambini. Non sono mai intervenuta sistemando una linea, cambiando un colore o proponendo una disposizione diversa sulle opere eseguite! Quello che loro realizzano è frutto di un
immaginario personale che non mi è dato di conoscere o interpretare, né tanto meno rappresenta uno dei miei obiettivi. Quello che mi interessa è puntare lo sguardo su quanto di umano, quotidiano e sociale ci sia nell’Arte.

Negli ultimi 2 anni ho approfondito la tematica dell’arte presentata alle bambine e ai bambini in età prescolare. E’ un grande lavoro di “mediazione culturale”. Non tanto con i bambini, che accettano con grande slancio e curiosità le attività e i giochi proposti. Quanto verso quegli adulti che devono accogliere un certo tipo di approccio dandogli il giusto peso e proponendolo con continuità, integrandolo ad altri progetti. Si può coltivare una formazione estetico-educativo di grande rilievo cominciando dall’infanzia e lasciando libera l’espressione personale e l’elaborazione degli stimoli lanciati.

BELLO! MA COSTA TROPPO, NON CI SONO I FONDI.
Quante volte mi sono sentita dire questa frase! Difficoltà a pagare un certo tipo di lavoro e ad utilizzare un supporti che non siano carta e colori che non siano pennarelli. Sorvolo sulla questione tariffaria e sulla generalizzata svalutazione economica che si fa delle attività rivolte ai bambini. Per i materiali,
fondamentali nell’arte, molto spesso invece è più una questione di impostazione del lavoro: a parità di costi, si possano scegliere materiali diversi. Una stessa opera con due tipi di materiali ha resa formale e impatto emotivo sostanzialmente differenti! E’ importante far sperimentare materiali preziosi (es: foglia d’oro, rame, inchiostri…) o strumenti insoliti (es: spatole, punteruoli, ), tuttavia, è possibile attivare delle riflessioni formali e delle suggestioni artistiche anche utilizzando materiali economici e di uso comune (Es: giornali, cere, pennelli, plastiche…). E’ il quando guardare, il come manipolare, il dove
porre l’attenzione che trasforma un tempo trascorso con i bambini in un’esperienza sull’arte. La carenza di fondi (o presunta tale) non giustifica la bassa qualità dell’offerta didattica sull’arte per bambini.

PERO’! NON PENSAVO FOSSE COSì INTERESSANTE!
Già! Molte persone, anche in amministrazioni e istituzioni culturali, non avendo ben chiaro cosa si fa con la Didattica dell’Arte, quando si trova a contatto si meraviglia! Mi viene detto ogni volta che concludo un ciclo di incontri di Conversazioni sull’Arte. Oppure quando, in sintesi dopo un laboratorio, racconto ai genitori il presupposto e il percorso che ha portato al lavoro finale dei propri figli. Questa affermazione mi gratifica da un lato e mi rende perplessa dall’altro. Ancora non si percepisce la reale misura dell’importanza e del potenziale della didattica nel campo dell’arte.

Leontina Sorrentino

 

La didattica in vacanza. A cura di leontina Sorrentino

E’ possibile vivere l’arte come un’avventura? La stagione estiva consente di trascorrere più tempo fuori casa magari insieme ai propri figli. E allora divertiamoci ad giocare con i bambini!
L’entusiasmo creativo dei bambini e delle bambine non si esaurisce quando finisce l’anno scolastico. Non resta a casa quando si parte per il mare (o la montagna o il lago). Non si chiude nello zaino quando si esce per un’escursione o semplicemente per andare a giocare al parco!
Insomma come la curiosità, la voglia di conoscenza è sempre vigile! Allora non mortifichiamo questa spinta e assumiamo un atteggiamento di fiducia verso la creatività dei bambini sempre e in ogni luogo! Facciamoli giocare con l’arte ovunque essi siano.
Come si fa?
Dando valore a piccoli gesti e incoraggiando giochi spontanei. Ecco un vademecum di azioni, apparentemente privi di utilità, ma in realtà cariche di importanza.
1- FARE: lascia una traccia. Se siamo sulla sabbia con le mani o un bastoncino possiamo lasciare un segno (o su un manto di foglie), variando il tratto per vedere come muta la forma, la profondità, lo spessore.
2- RACCOGLIERE: collezionare oggetti. Legnetti, foglie, conchiglie, sassolini…tutto quello che di norma i bambini trovano durante le passeggiate, può essere oggetto di sfoggio della propria fantasia. Si possono catalogare, mettere in file, dividere in gruppi, esporre, essere mattoni di nuove creazioni.
3- OSSERVARE: Sfogliare libri. Anche non di arte! Comprare un paio di fumetti adatti all’età del bambino e metterli a confronto può essere un ottimo per allenare lo sguardo a cogliere le differenze su disegni, trame personaggi.
4- RICERCARE: immaginare alternative. Un gioco molto divertente per i bambini e molto utile è quello di cambiare una realtà data. Il classico gioco dell’assurdo, il facciamo che / guardare fuori dai finestrini della propria auto quando si viaggia o fuori dalla propria finestra di casa.
5-INVENTARE: raccontare storie. Non ho ancora incontrato un solo bambino a cui non piaccia ascoltare una bella storia! Allora inventiamole insieme! Poniamo un tema e un pezzetto ciascuno aggiungiamo particolari, personaggi e
avventure!
6- CONOSCERE: visitiamo un museo. Un sito archeologico, una mostra. Partecipiamo con loro ad un evento tradizionale…insomma facciamo con bambini (anche piccoli) quello che pensiamo possa piacerli al raggiungimento
della maggiore età!Non importa tanto che noi sappiamo esattamente quello che andiamo a vedere. Quello che conta è lo spirito di scoperta che deve accompagnare l’avventura.

Parlare di Arte senza ‘sporcarsi le mani’.
Senza colori, carte, crete, pennarelli o tele è possibile parlare di arte raccogliendo spunti e stimoli che provengono dal mondo esterno da cui i bambini sono attratti e trasformarli in riflessioni che fanno crescere senza annoiare.
Parlare di Arte senza essere ‘professori’ Scoprire storie, aneddoti, conoscere artisti, vedere opere è un’esperienza che possiamo vivere in serenità anche senza esser egli storici dell’arte! Da neofiti come loro! Non smetterò mai di dire che non può parlare di arte solo chi ha la laurea in materia o un diploma in accademia! Il che non vuol dire che dobbiamo lanciarci in critiche o in affermazioni su cui non abbiamo cognizione. Piuttosto che ciascuno deve riconoscersi il diritto di dire la propria sull’arte con le competenze e con le informazioni che possiede. Anche solo esprimendo delle sensazioni in merito. Ad un’opera che si guarda insieme e cercare -insieme- ai propri bambini delle risposte che non si conoscono. E’ un modo altro di vivere una relazione e un approccio funzionale e sereno al mondo che ci circonda, di cui l’arte fa parte!
Dunque anche in vacanza, con il sole, con la pioggia, da soli o in compagnia, è possibile occupare del tempo avvicinandosi, piccoli e grandi insieme, all’arte in maniera positiva e divertente.
Quello che conta, per quanto mi riguarda, non è tanto forzare i bambini a fare un’attività o costringerli ad ascoltare, quando non ne hanno voglia. Quanto lanciasi in un’esperienza condivisa. In cui guardarsi in giro con occhio ‘bambino’ vuol dire anche dedicarsi l’uno all’altro.

Opportunità non tutorial. A cura di Leontina Sorrentino.

I ‘lavoretti’ guidati quanto hanno a che fare con un la didattica dell’arte? Che ruolo ha l’operatore della didattica dell’arte? Quali sono le cose da non dire ai bambini quando esercitano la propria creatività?

La reale sperimentazione presuppone la flessibilità. E’ fornire strumenti, spazi e tempo per scoprire, provare, sbagliare, fare, disfare, rifare. L’attività di pasticciare’ come momento di crescita, mettere le mani (nella materia, nei colori, negli strumenti) e lasciarle vagare: non tanto alla ricerca del significato, ma alla scoperta di sensazioni. Tutto il nostro evolvere avviene in relazione allo spazio che ci accoglie e agli stimoli che ci arrivano. Se un bambino sperimenta mai dirgli di finire il lavoro (finire in base a cosa? All’idea di un valore per il prodotto e non per il percorso?). Dobbiamo portare massimo rispetto per l’opera realizzata, non ha senso modificarla- secondo criteri nostri- per renderla più leggibile-in relazione ad obiettivi nostri.

Cosa facciamo se il bambino ci propone cambiamenti? Li seguiamo.

Pur avendo un percorso fortemente strutturato e organizzato, occorre raccogliere le esortazioni scagliate dai bambini e virare le proprie attività, conformandole ai nuovi scenari stravolgere il programma. Anche se il risultato finale è altro rispetto all’idea iniziale.

Un esempio recente mi è capitato durante un laboratorio sul colore, in cui utilizzavo acqua e carta velina sovrapposta. Un bambino, molto piccolo ha mutato le mie indicazioni e ha cominciato ad immergere carta velina direttamente nelle ciotole d’acqua e a strizzarla sul tavolo ricoperto di tela di plastica con grinze. Il laboratorio si è trasformato in un esperimento di stampa: fogli passati sopra il colore sciolto per imprimere tinte e forme.
Al bambino interessa meno che all’adulto la dimensione finita, coerente e cristallizzata. Il bambino, come un vero artista, ricerca durante la creazione, prova cambia stravolge, talvolta distrugge. E’ interessante osservare la parabola
un bambino mentre vive un momento creativo. Nel mio percorso ho riscontrato questo percorso.

1-L’attenzione alla tecnica (o oggetto) che gli viene sottoposto;

2-l’ascolto delfunzionamento;

3-l’eventuale difficoltà o riluttanza a seguire i suggerimenti;

4-l’abbandonarsi alla curiosità;

5-la sicurezza;

6- l’allontanamento dal dettato iniziale;

7- l’esplorazione libera con il cambiamento di direzione;

8-la conclusione arbitraria, ovvero quando ha esaurito la propria curiosità.

Qual è il nostro compito allora?
Creare le condizioni perché questa ricerca possa esistere. Iniziare e continuare nel tempo. Concedere spazi al lavoro individuale intervenire solo per rispondere a domande, per supportare le difficoltà, per risolvere dubbi pratici. Mai
sostituirsi al tratto del bambino. La sperimentazione è figlia della curiosità. I tragitti dell’adulto arrivano a conclusioni diverse, spesso agli antipodi rispetto a quelle che vengono fatte durante l’infanzia o l’adolescenza. Se si lascia spazio per ovviamente. Ho imparato a diventare il più possibile supporto. A tenermi in ombra e osservare, perché i risultati sono di gran lunga più creativi, eterogenei e liberi da condizionamenti.Questo non vuol dire lasciarsi andare alla confusione. La complessità va gestita in coerenza con le finalità programmate. Non attraverso l’omologazione di metodi e contesti. È più facile realizzare un tutorial che essere in grado di sostanziare opportunità concrete e differenziare il nostro apporto a seconda delle richieste implicite dei piccoli utenti.
Non è mio interesse che si portino a casa prodotti incelofanati, senza sbavature, simili ad un esempio. Non faccio vedere mai il prototipo di un opera o la realizzazione di un ‘lavoretto’ (termine terribile per indicare i lavori dei bambini, generalizzato e sminuente). Il lavoro ‘seriale’ è importante perché sviluppa competenze, ma non sono quelle di cui mi preoccupo di far emergere durante i miei laboratori. Attività manuale non è necessariamente didattica dell’arte.
Occorre essere consapevoli che sono due cose differenti. Per me è fondamentale che emerga la personalità di ciascuno. Non metto mai mano al lavoro dei bambini, neanche per raddrizzare una linea. Perché non è la perfezione formale (per esempio assomigliare a disegni dei grandi) quanto un’espressione personale. Che non è mai uguale a se stessa. Può mutare nel tempo, con le condizioni e con i materiali, con l’umore, con il gruppo in cui si lavora.
Giocare con l’arte serve a farsi un’opinione. Anche da piccoli. Perché è un errore di valutazione credere che ci siano opinioni che vanno formate solo da una certa età in poi.

Leontina Sorrentino

Decaloghi della didattica #3 A cura di Leontina Sorrentino.

Quali vantaggi personali possono derivare dalla conoscenza dell’arte?
In cosa può giovarci raccontare storie di opere e di movimenti?

Ai nostri figli arrivano sensazioni che non abbiamo mai provato?

Durante le mie Conversazioni sull’arte, momenti in cui racconto agli adulti possibili strade per parlare di arte ai bambini, invito sempre a sperimentare in prima persona quello che andremo poi a proporre. Per tanti motivi, ma il principale è che esiste sempre un gap tra il pensiero e l’azione. E che per far scoprire attraverso l’“esperienza” occorre sporcarsi le mani. L’arte, in tutte le sue declinazioni e forme, contiene tutte le opportunità utili per la crescita culturale, personale e civile di ciascuno. Occorre affidarcisi e lasciarsi andare.
10 buoni motivi per imparare ad amare l’arte:
1- DIVERTIRSI AD IMMAGINARE
Non ci riflettiamo abbastanza, ma sempre meno ci concediamo del tempo da dedicare alla cura della nostra immaginazione. Quei voli della mente considerati sempre inutili o, peggio, deleteri. Proiettare se stessi in una dimensione altra, futuribile, emancipa dall’ancoraggio a terra considerato, erroneamente, meno problematico del volo.

2- SCOPRIRE POSSIBILI PROIEZIONI DELLA REALTA’.
Lo sguardo dell’artista non è altro che una possibile interpretazione de
lla realtà. I dati degli eventi sono filtrati dalla sensibilità soggettiva influenzata dal contingente che passa, inesorabilmente, attraverso un preciso momento storico. Osservare criticamente questo caleidoscopio di punti di vista serve a farsi un idea del totale.

3- NUTRIRE UN PENSIERO AUTONOMO.
Conoscere direttamente le cose aiuta a formarsi una propria opinione, anche guidate o vincolate da quelle altri. Mettendo in relazione causa ed effetti, eventi e reazioni, conoscenze e luoghi comuni. Credo più ad un testo, un manifesto, un pensiero dell’artista che non all’analisi di un critico. Meno ci arrivano filtrate le informazioni più possibilità abbiamo di non uniformarci a cose che, magari, neanche condividiamo.

4- ACCRESCERE L’AUTOSTIMA
Il confronto, diretto o indiretto, con le vicende che ci circoncidano, ci spinge a riconoscere la nostra posizione e a credere che le nostre idee abbiamo lo stesso valore di quelle degli altri. Portare avanti la ricerca ed esprimere la propria personalità aumenta l’autostima, in maniera proporzionale alla libertà che concediamo a noi stessi di sbagliare.

5- AMMIRARE LE DIVERSITA’
L’arte si esprime in forme infinite. Attraverso difficoltà, medium, volti, determinazioni sconosciute. E’ espressione di culture, tradizioni, sensibilità provenienti da ogni dove. Avere la possibilità di conoscere ciò che è differente da noi, ci aiuta a collocare e gestire timori, paure, ansie. Un po’ come dire che non si può apprezzare ciò che si ignora.

6- ARRICCHIRE IL PROPRIO BAGAGLIO CULTURALE
Accogliere l’altro fortifica la propria posizione anche socialmente. La propensione all’intercultura è figlia della tolleranza. La flessibilità deriva dalla interrelazione. La crescita si nutre di contaminazioni. La creatività è una voce della complessità. Quella che non spaventa, ma alimenta determinazione, competenze e felicità.

7- LEGGERE I CAMBIAMENTI
L’informazione acquisisce un ruolo considerevole se la si contestualizza. E’ il mettere in relazione le nostre conoscenze che le accresce, le chiarisce e le spinge a superare imiti per familiarizzare con probabili orizzonti. Arrivare al nocciolo dell’attualità (passata o presente) facendo comparazioni tra le opere: un po’ come confrontare diverse testate giornalistiche o andare dritti alla fonte.

8- CREDERE NELLE PROPRIE POTENZIALITA’
Talvolta scoprire storie lontane che ci sembrano romanzi e capire come, invece, abbiano dato inizio a vicende rivoluzionare, consente una nuda riflessione.
Svelare i miti in cui è avvolta l’Arte offre una visione ‘umana’ del talento, del successo e del destino. Insinuare il dubbio che investire sui propri talenti possa valerne la pena e dare frutti oltre lo sperato.

9- VIVERE COSCIENTEMENTE
Il fatto che un opera ci sconvolga, ci piaccia, ci indigni, ci rapisca, ci irriti, ci stimoli in qualche modo, è una buona anticamera per risvegliare sensi, rivedere pregiudizi, cambiare opinione. Guardare attentamente e reagire responsabilmente in merito agli input esterni e alle proprie ideologie.

10- SCOPRIRSI STUPITI
Oltre a tutti i messaggi che è in grado di veicolare l’Arte, ce n’è uno che cerco sempre di esaltare: è il senso della meraviglia. L’arte mi stupisce sempre! Che sia un reperto della preistoria o un’opera video può contenere in sé elementi sintetici, tecnici, sensoriali, ironici notevoli. Coglierli migliora la vita.


Anche questi 10 motivi, come quelli degli articoli precedenti, sono degli spuntidi riflessione. A leggerli in maniera trasversale sembra che una vada in coppia con gli altri. Li trovo indissolubilmente collegati, quasi fossero 10 spicchi di un’unica sfera. Possono incontrare il vostro favore o meno. Possono essere nell’ordine che gli assegnereste anche voi, o essere completamente ribaltati.
Come un artista propongo una mia lettura della realtà, che investe l’arte di un valore globale e fondamentale.
Per la vita di ciascuno!

 

Decaloghi della didattica #2 A cura di Leontina Sorrentino.

A cosa serve l’Arte nella vita? Perché dovremmo spendere energie per insegnare ad apprezzare l’universo Arte con ‘annessi e connessi’? Ecco 10 buoni motivi per insegnare ad amare l’arte!

A lungo mi sono interrogata sull’opportunità o meno di dedicarsi ad un’attività che ha come fulcro un’idea che sembra vana e pretestuosa. Insegnare l’arte a chi serve? Concentrarsi su periodi, metodi, regole, scoperte quanto serve? Conoscere le vicende degli artisti, le filosofie dei movimenti, le interazioni sociali a cosa serve? A più di quanto uno possa immaginare! A ben guardare, l’interazione dell’arte con la nostra esistenza, è molto più concreta di quello che possa apparire. Si prende consapevolezza del proprio potenziale gradatamente. Fa bene alla qualità della vita e alle relazioni interpersonali fino a poter diventare un lavoro! A volte credo che il nostro Patrimonio culturale ci spaventi a tal punto, da non sapere come gestire la nostra tradizione, la nostra identità, le nostre eredità. Se vi sembro troppo filosofica, provate a leggere i motivi concreti che stimo legati all’insegnamento dell’arte. Sono solo alcuni, ciascuno ne potrebbe trovare ancora, tanti…almeno altri 10!

1-RIFLETTERE SUL PASSATO COGLIERE MECCANISMI GLOBALI.
Le opere d’arte ci offrono un aspetto variegato o multiforme della storia. Ci introducono ad un’analisi precisa e profonda, a volte molto emotiva a volte molto cinica.

2-INVESTIRE SUI PROPRI TALENTI.
Conoscere linguaggi diversi da quelli convenzionali porta a realizzare associazioni inconsuete, a sperimentare e a investire tempo ed energie su se stessi. Riconoscersi il diritto e trovare il coraggio di dare la propria ‘narrazione degli eventi’.

3- CONOSCERE E APPREZZARE I PATRIMONI DI OGNI CULTURA .
Le meraviglie del mondo sono infinite e sorprendenti. Ammirare e prendere coscienza dei Patrimoni degli altri Stati, grandi o piccoli che siano, ci invita alla tolleranza, all’apertura, alla condivisione. Alla gestione del contrasto.

4- SCOPRIRE EVOLUZIONI TECNICHE E STORIE DI UOMINI.
Le evoluzioni artistiche sono indissolubilmente legate alle evoluzioni scientifiche della società di riferimento! Le opere sono frutto di uomini, dei loro sforzi professionali e delle proprie storie personali.

5- COLTIVARE IMMAGINAZIONE E PERSEVERANZA.
Entrare in contatto con i generi artistici, di tutti i tempi, aiuta a stimolare la propria creatività e insegna che per arrivare ai risultati eccellenti occorrono esercizi, tentativi e dedizione.

6- IMPARARE A FARSI DOMANDE.
La molteplicità dei modi di vedere la realtà ci porta, inesorabilmente, a confrontarci con le nostre idee. Interrogarsi sui motivi di una scelta, anche non nostra, avvia contaminazioni che portano a nuove evoluzioni.

7- RELATIVIZZARE I MONENTI STORICI.
Gli artisti, assecondando mode, teorie e tendenze politiche o sociali, oppure avversandole, partecipano agli avvenimenti culturali contribuendo a formare l’opinione pubblica. L’arte investe la storia di una luce altra, che contribuisce a dare una visione complessiva.

8- UN MODO PER RIFLETTERE SU SE STESSI.
Riflettere sulle versioni degli artisti ci insegna anche qualcosa sulle nostre sensazioni, più o meno evidenti. Anche interrogarsi su quello che ci piace e quello che ci infastidisce vedere, serve a tarare le opinioni personali e ad alimentare sani dubbi intellettuali.

9- ATTIVARE LINK SOCIALI E CULTURALI.
Condividere, ascoltare, guardare modi differenti di interpretazione e di azione consente un’apertura culturale in grado, poi, di ben disporre verso nuove comunità. Entrare in contatto con visioni culturali differenti si può tradurre in relazioni personali con altre collettività, il tutto per un maggiore progresso sociale.

10- GIRARE IL MONDO IN UN BATTER DI CIGLIA.
L’arte ha questa caratteristica inconfondibile: è globale e locale nel medesimo tempo! È quello che racconta un artista, ovvero il mondo atavico che si porta dentro, anche frutto di condizioni e tradizioni del pezzo di mondo da cui arriva e che vuole rappresentare.

Nel prossimo articolo vi racconto i miei 10 buoni motivi per imparare ad amare l’arte.

Decaloghi della didattica. A cura di Leontina Sorrentino.

Decaloghi della didattica #1
Un laboratorio d’arte per bambini è sempre una bella esperienza? Quali sono gli errori più comuni che si commettono? Come influiscono sui bambini?

Quando si svolgono attività con i bambini occorre avere ben chiari gli obiettivi: ci stiamo occupando di loro (proponendo progetti adeguati e stimolanti) o stiamo lavorando per noi (preoccupandoci di far vedere quanto siamo bravi)? La differenza è abissale: si vede, si sente, si tocca. Ecco, secondo me, l’elenco delle azioni meno lodevoli, eppure diffuse, che limitano la relazione educativa.

Decalogo della cattiva prassi:
1- MORTIFICARE LA CREATIVITA’ dei bambini e delle bambine. Ovvero imporre la nostra visione (adulta e parziale) perché crediamo che sia la più corretta. Esperienza non è espressione!
2- UNIFORMARE I METODI, ovvero utilizzare sempre lo stesso modo di mediazione; fossilizzarsi su alcune tecniche per comodità, potenziare solo alcune attività a discapito di altre. Omologazione non è pluralità.
3- IGNORARE LE SOLLECITAZIONI spontanee che i bambini regalano durante un laboratorio. Con la convinzione che sia più opportuno terminare un lavoro che non soddisfare improvvise curiosità. Eludere risposte non elimina domande.
4- RELEGARE LA MANUALITA’ a puro passatempo. Ovvero non riconoscere alle attività pratiche significati e valenze che vanno ben al di là del farli ‘pasticciare’. Le mani sono veicolo di conoscenza!
5- ALZARE LA VOCE PER FARSI ASCOLTARE. Ovvero incentrare il rapporto su una direttrice verticale up- down. Ascoltare perché devo e non perché voglio. La fiducia che creiamo con i bambini è frutto di conquista, non di diritto! L’attenzione non va imposta!
6- SOTTOSTIMARE L’INTELLIGENZA dei bambini. Ovvero dichiarare a parole grandi valori pedagogici, ma di fatto comportarsi senza preoccuparsi di farla emergere. L’autostima come cura di sé!
7- GIUDICARE GLI ERRORI. Ovvero emettere valutazioni negative qualunque sbaglio, senza soffermarsi sul processo che lo ha prodotto, rafforzando l’idea che ‘meno errori fai più sei bravo’! Sbagliando si impara!
8- ASSECONDARE LE PAURE. Ovvero sostituirsi al bambino in qualunque fase critica incontri (sia pratica che cognitiva) incidendo sull’insicurezza, che cresce, nel non saper fare qualcosa. Spronare all’autonomia!
9- METTERE FRETTA. Ovvero proporre un lavoro inadeguato al tempo stabilito e poi riversare sui bambini la responsabilità di non concludere. Anche l’incompiuto ha valore!
10- MOSTRARE SOLO UN LATO DELLE COSE. La parzialità è importante per soffermarsi sui dettagli, ma la visione d’insieme ci chiarisce percorso e idee. Le letture a più livelli stimolano il pensiero!
Tutte facce di uno stesso approccio
Se penso a questo decalogo penso a 10 cose concatenate tra loro. Come radici intrecciate di un albero. A ragionare a fondo vedremo che questi enunciati non viaggiano mai da soli.
Mortifica la creatività chi sottostima l’intelligenza uniformando i metodi…
Alza la voce chi mette fretta e giudica gli errori fomentando paure… Deride la manualità che ha una visione parziale e non raccoglie gli spunti che emergono dagli interventi dei bambini…così andando possono essere fatti infiniti diversi abbinamenti.
Sono tutti indizi di un dichiarato atteggiamento negativo, con orientamento limitante e spesso controproducente.
Mutare l’approccio, proporre uno stesso concetto sotto una luce positiva piuttosto che evidenziare solo gli aspetti normativi, porta a cambiamenti di resa notevoli. Come note di uno spartito, a secondo dell’ordine e degli accordi viene fuori una musica diversa.

Educare all’arte: un lento agire. A cura di Leontina Sorrentino.

Perché la lentezza non è più un valore? È possibile interessare dei bambini per più di 1 ora parlando d’arte? Cosa ci guadagniamo a soffermarci sui particolari?

In un sistema sempre più frenetico e in una società in cui persone, mezzi e immagini sono votate alla “velocità” è facile farsi prendere la mano. Ovvero aumentare il passo senza neanche rendersene conto.
Il tempo di laboratori didattici (nei musei, nelle scuole, negli eventi) viene sempre più ridotto. Si consolida la pratica di mediare informazioni complesse in una sola ora di lavoro con i bambini. Considero un errore pretendere di esaurire un argomento sull’arte – di qualunque natura esso sia- in un tempo così esiguo. Un laboratorio non è solo un momento di trasmissione di informazioni, ma un luogo di incontro e di scambio, in cui valorizzare anche la sfera relazionale.

Chi va piano resta indietro?
Esistono dei momenti, delle fasi, delle attività in cui non arrivare per primi al traguardo non è sinonimo di sconfitta! Raccogliamo suggestioni differenti a seconda della velocità a cui viaggiamo. Maggiormente ci soffermiamo su un’opera d’arte, più elementi singoli cogliamo, più interconnessioni siamo in grado di attivare!
A volte mi è stato contestato quest’approccio ‘statico’, in cui invito i bambini a soffermarsi anche i più piccoli particolari attraverso semplici osservazioni. Perché i tempi di attenzione dei bambini sono ridotti e se non arrivano in fretta al punto rischiamo di perderli. Il che può essere vero. Ma è anche vero che, se mi occupo di didattica, ho il compito di proporre visioni alternative al quotidiano. L’imperativo di offrire pluralità di sguardi su un mondo che è come ci appare, ma anche il suo contrario. Dobbiamo smettere di trasmettere un messaggio forviante: la lentezza non è necessariamente ritardo.

È una questione di attenzione
I bambini e le bambine di oggi sono, senza dubbio, proiettati ad un dinamismo maggiore rispetto alle generazioni passate. Ma questo non esclude che una buona pratica dell’osservazione, dell’ascolto, della valutazione e della sedimentazione dell’informazione non sia utile anche a questa generazione.
I bambini si annoiano quando non provano interesse. Se riusciamo a scandire il tempo del nostro laboratorio dando ritmi, differenziati a seconda delle attività e delle competenze che chiediamo loro di mettere in campo, eviteremo il problema della caduta di attenzione dopo i fatidici 30/40 minuti.

Vedere a lungo per capire a fondo
Senza allargare il discorso e allargarmi ad altri ambiti educativi, resto nel mio campo: la didattica dell’arte. È stato dimostrato che mediamente, per esempio durante una visita museale, le opere vengono guardate per pochi secondi. Per contrastare queste tendenze se attivano altre. Lo #SlowArtDay, per esempio, nasce come evento internazionale che invita invece a soffermarsi su un opera almeno 10 minuti. Quello che si vede soffermando lo sguardo per più tempo è differente da quello che si vede sorvolando l’immagine. Gli artisti operano, cercano, indagano materia, sensazioni, contenuti. Invitare a ‘sostare’ davanti ad un’opera è il promo passo per conoscerla. La prima mediazione culturale appartiene solo allo sguardo che si vi posa. Poi arriva il resto: le parole, le storie, le teorie.
Arte è sguardo d’insieme, ma anche dettaglio. Badare alle minuzie è una scelta che si porta dietro degli effetti. La visione d’insieme è indispensabile per collocare i particolari; per seguire il progetto; per visualizzare l’idea. Analizzare i pezzi del puzzle è un sistema per scoprire i codici che sottendono il tutto; per capire le possibili declinazioni; per afferrare sensi più o meno reconditi.

Opere come frattali
Per arrivare a cogliere i diversi livelli di lettura di un’opera, prima di una preparazione storica artistica occorre tempo per indagare. Esplorare le forme che ci regala l’artista; cogliere le sensazioni che ci suscita; comprendere rimandi culturali;
Un’opera non è mai un blocco monolitico. Ma un caleidoscopio di realtà che coesistono in un’unità formale. La possiamo ammirare nel suo intero o provare a scomporla in sottoinsiemi, che a loro volta ci rimandano ad altri significati e forme che a loro volta ci suggeriscono nuovi link, verosimili e parziali, dunque personali. Uno degli scopi della conoscenza dell’arte è questo: accogliere visioni non nostre per evolvere in possibili direzioni.