Che tipo di progetto possiamo realizzare per ragazzi e ragazze DSA? Quali gli accorgimenti, quali le differenze per essere inclusivi? 

 

Vi racconto la mia esperienza in merito attraverso due progetti nati dalla collaborazione con l’Associazione Beautiful Mind nata per supportare famiglie e bambini DSA. Oggi partiamo con #ilmioriflessourbano, un progetto realizzato durante il periodo estivo nella Settimana dell’Arte.

#ilmioriflessourbano

Il progetto è stato rivolto a tutti i bambini e bambine della scuola primaria e a ragazzi e ragazze della secondaria di primo grado, non esclusivamente DSA. Per garantire un’esperienza appagante, non discriminante anzi ricca di scambi dialettici proficui, utili al raggiungimento degli obiettivi.   Particolare attenzione è stata riservata ai partecipanti, lavorando con focus specifico sulle diverse fasce d’età  anche se presenti contemporaneamente agli incontri. Ciascun partecipante ha visto rispettata la propria tipicità con tempi e con modi individuali.

Patendo da giochi interattivi e coinvolgenti abbiamo parlato di alcuni artisti e alcuni movimenti selezionati. Poi con le curiosità scoperte abbiamo realizzato la seconda parte dell’incontro che è sempre stata  pratico-manipolativa.

Dunque invitata da Progetto Associazione Beautiful Mind a progettare e gestire la Settimana dell’Arte durante un Campo estivo organizzato ho proposto come argomento centrale la scoperta del territorio.

 

Il Tema e il contesto

#ilmioriflessourbano è voluta essere una riflessione sulla percezione sensoriale del quotidiano. Osservare luoghi conosciuti e familiari in maniera rinnovata. Quello che ci colpisce e quello che non vediamo. Quello che raccontiamo e quello che celiamo. Conoscere attraverso cornici e filtri dedicando maggior tempo ai gesti ripetitivi, riconoscere cambiando angolazione lavorando in gruppo o singolarmente. E durante le nostre conversazioni lanciare le suggestioni speculative e manipolative. Il gruppo partecipante era variegato, formato da bambini e bambine, ragazzi e ragazze con età, provenienza e attitudini diversificate.

Metodologia

Il presupposto da cui sono partita teneva conto che lavoravo con un gruppo eterogeneo con differenti età (dai 6 agli 11 anni) e capacità di apprendimento (con e senza certificazioni Bes/DSA) , per cui  da subito si è palesata la necessità di trovare una comunicazione funzionale a tutti, inclusiva per strumenti e approccio.  La giornata era suddivisa in momenti differenti , dopo l’accoglienza un lavoro introduttivo al tema del giorno, poi escursione, rientro, laboratorio, attività libere di vario genere. Ogni momento formativo non era concluso in se stessa ma collegata alla precedente e alla successiva, per un’indagine con un triplice livello di approfondimento: attivazione di competenze, acquisizione di contenuti, esposizione di opinioni personali. Ogni giorno prevedeva un incontro modulato con attività bipolari dialogo/uscita, suggestione/progettazione,   manipolazione/distacco, con ritmi alternati in ordine sparso a seconda delle sollecitazioni contingenti. Le escursioni hanno interessato sempre lo stesso tragitto e venivano fatte a piedi, partendo dalla sede e arrivando ad un piccolo parco pubblico, dal quale si rientrava dopo circa 1,30 per elaborare gli stimoli raccolti. Le attività proposte hanno avuto carattere di coinvolgimento progressivo. Per i laboratori c’era un medesimo orario di inizio per tutti, ma il termine non era mai lo stesso, nel totale rispetto dei tempi di ciascuno.

 

1° incontro: esponiamo i dettagli

Abbiamo identificato il percorso dell’escursione ci ha portato al parco. Durante l’uscita abbiamo raccolto in sacchetti di carta di elementi naturali della forma e della quantità desiderati. In sede abbiamo svuotato il nostro sacchetto disponendolo su un foglio bianco. Interessante vedere il contenuto dei vari sacchetti in sequenza. L’assortimento della raccolta e la maniera in cui sono stati disposti gli elementi presentano una grande varietà di forma  contenuto.

2° incontro: scopriamo gli scorci

Nel medesimo percorso d’escursione abbiamo posto l’attenzione sui dettagli del paesaggio, inquadrando delle cornici, scorci dei palazzi intorno al parco.  Abbiamo lavorato sull’inquadratura selezionando dal paesaggio circostante, riproducendo su acetati trasparenti lo skyline quello che maggiormente ci interessava. Poi rientrando in sede abbiamo lavorato sullo sfondo, sperimentando che a parità di disegno l’impatto generale della composizione muta al mutare dello sfondo.

3° incontro: sveliamo gli spazi

Il terzo giorno abbiamo invertito l’ordine consueto delle attività e abbiamo eseguito prima la parte laboratoriale creando uno strumento di ‘esplorazione controllato’ per perlustrare l’ambiente esterno attraverso filtri colorati, per canalizzare l’osservazione e circoscrivere lo sguardo. Nell’uscita abbiamo vagliato  lo spazio-parco per scegliere un angolo di osservazione privilegiato, da indagare il giorno dopo.  Nelle workshop pomeridiano abbiamo provato ad usare pennini e china, per prendere confidenza con la tecnica, che ci sarebbe stata utile in seguirò per i dettagli su sfondo acquarellato.

4° incontro: scopriamo le atmosfere  

Nel parco, dunque,  abbiamo deciso di dedicarci ad un soggetto unico – il salice piangente- selezionato il giorno precedente perché è: diverso dagli altri alberi, è isolato, ci accoglie tutti insieme intorno alle sue radici. Ciascuno guarda attraverso il filtro blu, verde e rosso e dà un’impressione in riferimento a ogni colore. Interessanti i commenti su preferenze e motivazioni.  Un bambino, con spettro autistico, non ha voluto guardare attraverso il filtro rosso. In sede abbiamo lavorato con acquerelli e chine su sfondi e dettagli.

5° incontro: riveliamo i percorsi

In mattinata l’ultimo lavoro del progetto: una mappa! Con cui abbiamo tirato le fila del nostro percorso urbano. Abbiamo elaborato una mappa in cui ciascuno ha fatto emergere  un iter personale. La maggior parte dei partecipanti ha tenuto come riferimento la sede e ha riprodotto il percorso giornaliero, ma ponendo l’enfasi su elementi differenti. Alcuni hanno baricentrato lo stesso percorso partendo dalla propria casa. Uno mettendo al centro la porta della propria stanza. Dopo aver disegnato con matita su legno, abbiamo lavorato col collage.

 

La Mostra

Durante l’ultimo incontro  abbiamo anche lavorato sull’allestimento della Mostra #ilmioriflessourbano, che apriva nel pomeriggio del venerdì e a cui erano invitati oltre ai genitori, operatori didattici e pubblico curioso.

La conclusione della settimana dell’Arte consisteva in una esposizione delle opere da ammirare, ma anche da postazioni di workshop gestite dai bambini suddivisi singolarmente o a gruppi di due, per raccontare quello che avevano realizzato, spiegando la tecnica utilizzata e invitando i visitatori a provare praticamente.

Tutto, l’allestimento e il focus,  è stato progettato insieme ai bambini e bambine partecipanti: dalla circoscrizione dello spazio alla disposizione dei tavoli, dalla numerazione delle postazioni alla definizione dei gruppi di lavoro, dalla preparazione dei materiali alla definizione delle cose da dire durante l’esposizione dei laboratori.

 

Considerazioni

Le mie riflessioni sono di varia natura e di diverso peso, perché alla fine di un percorso il bilancio interessa inevitabilmente molti aspetti.  Ho programmato l’avvicinamento al tema in maniera progressiva, proponendo attività apparentemente lontane dall’obiettivo finale. Partendo con richieste compilative, meccaniche, tecniche per poi arrivare a quelle espressive.    Il dialogo e il confronto hanno accompagnato ogni fase. Grandi risultati quando dopo una riflessione, o anche una discussione o uno scontro l’attività proposta veniva utilizzata come veicolo di comunicazione. Minori erano le capacità dialettiche del/la bambino/a  nel portare avanti le proprie rimostranze, maggiore era la qualità espressiva del lavoro. Oltre alle normali difficoltà di gestione del gruppo, mi sono trovata ad affrontare bambini che non volevano tagliere o incollare (che poi mi hanno ringraziato per la pazienza), bambini che non accettavano il contatto fisico (che poi mi hanno abbracciata durante i saluti finali), bambini oppositivi (che mi hanno seguito). In un turn over emotivo davvero potente. Rivedendo il percorso, mio malgrado, ho senza dubbio forzato alcuni momenti, ho limitato la tipologia di materiali e circoscritto l’uso,  alcuni giorni sono stati eccessivamente proficui con attività, riflessioni, elaborazioni, altri meno.  Tutti punti di approfondimento in una nuova collaborazione con #Beautifulmind.

Il concetto di inclusione, con cui mi misuro da anni,  merita tutto il mio impegno. Va al di là di strumenti di compensazione, delle differenziazioni didattiche e della dilatazione dei tempi performativi. È un approccio educativo che rimette al centro la persona, che attiva il dialogo, che incoraggia il pensiero critico, che stimola empatia. È un sasso gettato in uno stagno, che produce onde concentriche da cui lasciarsi attraversare. L’inclusione non si fa, si vive. E io provo a lavorarci, con l’accezione appena espressa e attraverso l’arte.

a cura di Leontina Sorrentino