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L’improvvisazione competente.

Quanta importanza hanno la scelta dei titoli dei laboratori?
C’è differenza tra attività che hanno un approccio interdisciplinare e quelle che non ce l’hanno?

Badiamo ad ogni aspetto: non fa bene accettare caramelle (= Laboratori) dagli sconosciuti (= incompetenti)!

La forma è sostanza
IMG_2438Generalmente non si dà molta importanza al nomi o ai titoli delle attività. Quello che conta sono i contenuti, ci ripetiamo. Personalmente attribuisco sempre tantissima importanza ai nomi: ai nomi dei bambini, ai nomi dei progetti, ai nomi dei laboratori. Sono identificativi. Sono parte integrante del lavoro, non una cosa secondaria su cui possiamo sorvolare.
I titoli sono simbolici, evocativi, funzionali. Lasciano intravedere il percorso fatto, il proprio punto di vista e il fine cui si tende. Il nome, come il titolo di un libro, rappresenta il un elemento in base al quale decidere di scegliere o meno di partecipare ad un incontro.
SAMSUNGL’arte ai bambini si passa meglio se siamo un gruppo di persone che lavorano per un unico obiettivo rimanendo però fedeli alle proprie caratteristiche professionali. Non uniformare i saperi, ma differenziare gli orientamenti per mostrare i punti di vista da cui è possibile osservare un’opera d’arte, conoscere un artista, analizzare un movimento, scoprire una tecnica!
Sono convinta che il buon giorno si veda dal mattino. Sono convinta è possibile avere il sentore di quello che possiamo o non possiamo aspettarci da un laboratorio. Dipende da tante cose, prima durante e dopo lo svolgimento!
Al di là dello slogan pubblicitario, al di là del luogo in cui viene fatto, esistono piccoli
indicatori per una sommaria valutazione dell’attività proposta. Per esempio da come viene:
1- Descritta
2- Pubblicizzata
3- Organizzata
4- Vissuta
5- Percepita
6- Ricordata

Fondamentale è l’apporto dell’operatore che veicola il messaggio. Un laboratorio può prendere anche una strada diversa da quella progettata e rimanere, qualitativamente, di alto livello. Mentre può svolgersi per filo e per segno rispetto a come lo si era immaginato e rimanere di basso profilo.

Improvvisare con sapienza
IMG_2627L’improvvisazione che raccoglie uno stimolo spontaneo, emerso durante un incontro con i bambini, è l’improvvisazione figlia della competenza. Quella che ti fa eseguire rapidi ragionamenti, che ti fa cogliere al balzo una frase, una parola e un commento che si trasforma in nuovo collegamento ad altre logiche!
Che si traduce in una nuova informazione lanciata nel contesto che attiva
nuove interconnessioni. Un sasso lanciato nello stagno, come diceva Rodari.

L’improvvisazione dovuta al disagio di non riuscire a gestire una domanda, un imprevisto o un inconveniente dà la misura dell’intera attività. Non perché non si possano commettere sbagli : attenzione! Ma perché anche l’errore svela e racconta quello che non si vede del metodo di lavoro, dell’approccio adottato, della preparazione posseduta.
SAMSUNGL’attenzione al dettaglio, poi, è l’ago della bilancia. Verso i partecipanti, ma anche verso chi li accompagna. Verso il tema scelto per il laboratorio, ma anche gli argomenti correlati. Verso l’attività manuale, ma anche i supporti informatici o video. L’esperienza indoor o outdoor. Non deve essere selezionato tutto insieme, ma va opportunamente, progettato il nostro intervento partendo dagli obiettivi generali e dal target di riferimento. Molti credono che si possa improvvisare con i bambini. Ed è vero! Solo se si è competenti però. Altrimenti si rischia grosso, in termini di immagine, di educazione o di gradimento. Come in tutti gli altri campi.
Leontina Sorrentino

Non chiamiamoli Lavoretti, ma opere.

Quanto contano le parole quando relazioniamo con i bambini? Siamo sempre a nostro agio nel dare un giudizio alle opere creative dei nostri figli? Cosa fare di tutte i lavori che ci portano a casa?
Le parole hanno un loro peso specifico. Il tono con cui vengono dette, e le espressioni del viso che le accompagnano, anche. Una dei miei obiettivi personali e professionali è diffondere e affermare il diritto di ciascun bambino alla propria creatività, dunque alla propria individualità. Una delle mie più grandi preoccupazioni è fare attenzione a come si dicono le cose ai bambini.
Soprattutto in un ambiente in cui i piccoli sono chiamati a esprimersi creativamente-cosa che richiede le condizioni e il tempo ideali- magari in un ambiente nuovo e in poco tempo.
Ci deve essere coerenza tra atteggiamento-gesti-parole. Sia di chi invita (operatore) i bambini ad eseguire un’esperienza, sia di chi accoglie (genitore o adulto accompagnatore) l’esperienza fatta. Tante volte non importa neanche chiedere “che cosa è?” piuttosto domandare di ‘raccontare’ l’opera.

Il peso dei termini
Tutto quello che realizzano i bambini non chiamiamolo LAVORETTO. Più che un vezzeggiativo (piccolo lavoro) ha il sapore di uno svilire un’azione importante solo perché a farla è stata un bambino o una bambina! Perché non chiamarlo Opera, Lavoro o a seconda di quello che realizzano: disegno, scultura, dipinto…? Si usa lavoretto per indicare un lavoro eseguito da bambini, con i soliti materiali e con resa di poco conto. Vi ho fatto in una riga la summa della definizione che negli anni ho sentito dare al lavoro dei bambini. Sarei lieta di essere smentita.

Che quello che abbia realizzato il bambino/a sia più o meno comprensibile (in termini figurativi) non è una mia priorità. A seconda delle età esiste una competenza tecnica, una sfera di ricerca e un livello di espressività che non vanno (o non dovrebbero) essere messi in paragone con il mondo degli adulti. A loro non interessano le stesse cose che interessano noi! Non fanno (per fortuna aggiungerei) la stessa lettura che facciamo noi. Questo va compreso e accettato.

Ho sentito tanti adulti chiedere spiegazioni e poi commentare con sarcasmo bonario la risposta. Oppure si sostituiscono a loro nel disegno dopo una richiesta d’aiuto che suona così: “Papà io non lo so disegnare bene come te!- Mamma fallo tu che lo fai meglio!” E’ un atteggiamento inutile e deleterio. Che sia carta incollata o tratti fitti di matita, o una scultura di creta va incoraggiata l’azione creativa, non giudicata la realizzazione. Oltre il prodotto finale, è importante, anzi fondamentale, il percorso che ciascuno fa e il processo che lo
porta ad una certa esecuzione.
Se, dopo un laboratorio, mi figlio mi mostra il proprio disegno dicendo ‘l’ho fatto per te’, io lo elogio, lo ringrazio e poi lo dimentico sul tavolo del laboratorio è una contraddizione stridente. Gli do un valore a parole, che però viene smentito dal mio comportamento. E sono sicura che dal discorso emerga chiara che non parlo di una disattenzione(che può capitare a tutti!) ma di un atteggiamento continuativo.

Ma quanti disegni! Cosa ne faccio?
Sono una mamma anch’io e so le quantità di lavori che i bambini producono – soprattutto disegni, ma anche pasta di sale, raccolta elementi naturali…- a scuola, nei laboratori, dagli amici, da soli. Certo non si può conservare ogni cosa! Cosa fare allora con la quantità di ‘opere fanciulle’ che siamo chiamati a gestire? Io le tratto come delle collezioni d’arte. In scala casalinga ci troviamo davanti ad un piccolo museo. Guardiamo insieme a loro le cose realizzate.
Commentiamole, raccontiamole, tocchiamole. Poi selezioniamone alcune e facciamole diventare un quadro. E lo appendiamo in sale, in camera, lungo il corridoio. Riserviamo loro uno spazio espositivo accanto ai quadri degli adulti!
Il valore che può assumere un disegno isolato, incorniciato è sorprendente. Il senso estetico, la consapevolezza di un miglioramento grafico o tecnico i bambini lo percepiscono e lo coltivano. Sono perfettamente in grado di avere una propria idea di bellezza, proviamo a confrontarla con la nostra, rimarremo stupiti. Qualunque cosa si decida di farne condividiamola con i bambini.
Degli altri disegno possiamo realizzare degli album da sfogliare. Far ruotare le opere incorniciate, regalarle come biglietti di auguri, creare delle piccole buste porta oggetti, rivestire con i pezzetti scatole, decorare album di foto, farne carta da macerare per tentare la cartapesta. Le opere valorizzate anche attraverso il riciclo. Che vuol dire dare nuova vita ad una cosa che dovrebbe finire nella pattumiera. Un ciclo di vita che aiuta a evolversi.

Amare l’Arte? Come andare in Bicicletta. A cura di Leontina Sorrentino

Come possiamo sensibilizzare i nostri bambini all’arte? Come scegliere un’attività laboratoriale? Cosa dobbiamo valutare in un contesto educativo?

Tutto si può imparare. Ogni cosa si può conoscere, studiare, approfondire. I bambini crescendo acquisiscono abilità e competenze proporzionate all’età, alle opportunità, alle predisposizioni. Prima imparano a gattonare, poi a stare in piedi, a tenere l’equilibrio finché non iniziano a correre, saltare e fare mille acrobazie. Ciascuno scopre e coltiva interessi, passioni, talenti. Alcune di queste attività (come quelle fisiche) vengono coltivate e incrementate con la crescita. Mentre le attività didattiche e manipolative spesso si associano all’infanzia. L’idea di ritagliare, colorare, osservare, ‘stare’ non è utile solo quando si hanno meno di 6 anni. Né devono essere sostitutive dallo sport o dal cinema quando i bambini da infanti si fanno ragazzi. Posso coesistere come funzionali ad un completamento formativo utile e divertente anche da grandi. Ad ogni età è possibile avvicinarsi all’universo dell’arte e lasciarsi affascinare da sempre nuove e sorprendenti scoperte. Prima si comincia, meglio si lavora. Non per plasmare tanti potenziali artisti, quanto per sensibilizzare la persona alla storia, al gusto, ad una identità che da secoli ci appartiene. Ci si può avvicinare all’arte in tanti modi e a diversi livelli. Non per forza dobbiamo essere travolti dalla passione, quantomeno per familiarizzare con i codici, accettare la diversità di visioni e la pluralità di messaggi, per conoscere e per emozionarsi.
Imparare ad amare l’arte è come imparare ad andare in bicicletta!
Cosa occorre per imparare ad andare in bicicletta? Voglia di giocare, desiderio di conquista, esercizio per stare in equilibrio, perseveranza quando si cade. I genitori sono stati affianco ai propri figli sorreggendoli, incitandoli e consolando i fallimenti. Quanti adulti hanno insegnato ad un bambino ad andare in bicicletta pur non essendo campione di ciclismo!
Lo stesso principio vale per l’arte! Non occorre essere dei critici o degli storici dell’arte per insegnare ad amare l’arte. Occorre desiderio di conoscenza, esercizi di osservazione, perseveranza (se si rimane delusi da quello a cui partecipiamo) e la stessa voglia di giocare! La curiosità quando ci si approccia, continuità durante la crescita e esperienze multiple garantiscono la stimolazione di una sfera che collega continuamente l’individuo con il suo esterno, con un ritorno sotto forma di stimoli, associazioni, emozioni e conoscenza.

Uno degli esercizi che meglio giovano alla confidenza che possiamo creare con il mondo dell’arte è la FREQUENTAZIONE. A musei, siti, biblioteche, laboratori, eventi associazioni, escursioni, visite guidate…tutto quanto concerne il mondo culturale. Non solo laboratori tematici, ma anche passeggiate all’aria aperta (organizzate e non), piuttosto che la lettura di libri per bambini su artisti e storie di collezioni, o semplicemente andare alla ricerca su internet., insieme ai bambini, di informazioni su sculture, artisti e quant’altro Perché tutto ciò che non conosciamo non sia un limite che ci allontana da un settore, ma il pretesto per aprire nuove porte.

Un laboratorio è fatto bene se…
Sono convinta che il buon giorno si veda dal mattino. Sono convinta è possibile avere il sentore di quello che possiamo o non possiamo aspettarci da un laboratorio o da un attività per bambini relativa all’arte. Dipende da tante cose, prima durante e dopo lo svolgimento! Al di là dello slogan pubblicitario, al di là del luogo in cui viene fatto, esistono piccoli indicatori per una sommaria (prima) e precisa (dopo) valutazione dell’attività proposta. Per esempio da come viene:
– Descritta ( Quali parole sono messe in evidenza e se sono personalizzate o sembra di averla già letta e già sentita molte altre volte)
– Pubblicizzata (Quali canali vengono utilizzati e se funzione il passaparola ci garantiamo una testimonianza diretta)
– Organizzata (Qual è la struttura dell’intervento, i materiali, la gestione degli spazi, se e come favoriscono la partecipazione)
– Vissuta (Quale reazione del bambino ai diversi stimoli, dipende dal carattere, se si riesce ad attivare un livello di empatia rilassata e produttiva)
– Percepita (Quale clima si viene a creare, indice di attenzione a dettagli che sembrano invisibili, però si avvertono)
– Ricordata (Quale sensazione ed esperienza si porta dietro un bambino, o il suo accompagnatore, se lascia una scia e un desiderio di tornare).
Fondamentale è l’apporto dell’operatore che veicola il messaggio. Un laboratorio può prendere anche una strada diversa da quella progettata e rimanere, qualitativamente, di alto livello. Mentre può svolgersi per filo e per segno rispetto a come lo si era immaginato e rimanere di basso profilo.
Nel contesto educativo metto sempre al primo posto la relazione diretta che si costruisce con il bambino: se questo agisce, interagisce, e sorride, vorrà dire che la sua attenzione è catturata. Se, invece, si annoia i motivi possono essere diversi. Ma difficilmente è colpa dell’Arte!