L’importanza della figura paterna nello sviluppo del bambino

“Alcuni risvegli sono più turbolenti di altri. Mamma, tirami fuori da questa culla! Le lenzuola sono scomode e sanno di detersivo! Sono stanco di dormire e sono un po’ nervosetto! Mamma, ti prego, accoglimi tra le tue braccia, le più morbide che esistano, e fatti annusare e toccare dalle mie manine… Ora che sono appoggiato al tuo petto sento il tuo respiro, che calma il mio pianto, ma resta un’inconsolabile bisogno, a cui nemmeno io so dare una spiegazione.

Mamma, che disperazione! Nemmeno le tue carezze, i colpetti sulla schiena e le tue ninne bastano a tranquillizzarmi. Mamma, percepisco l’affetto e il calore che mi trasmetti, e anche le fatiche e gli sforzi che fai per calmarmi… Lo sento dal tuo cuore, che aumenta ogni minuto, di battito in battito… Ma tutto questo non è sufficiente per consolare il disagio che sto provando, che non è dato dal sonno né dalla fame né da un dolore fisico… ma dalla noia! Sento una voce familiare che dice:” Tesoro, sarai stanca, provo io a calmarlo!”.


All’improvviso mi sento catapultato in un vortice, per cui perdo il contatto della mamma, sono sospeso per aria e il fastidio aumenta! Mamma, dove sei finita?! In poco tempo, però, succede qualcosa che capovolge la situazione. Spunta all’improvviso una faccia barbuta e sorridente, che mi vien voglia di toccare, come quella della mamma. La sua voce è così calma, come il suo respiro e questo mi infonde tranquillità. I riccioli della sua barba sono così soffici da prendere tra le mie ditine, e il suo corpo è così caldo e spazioso, tanto da sentirmi avvolto e protetto da esso. La calma dopo la tempesta…

il gioco delle facce e dei versi! Lui mi sorride e spalanca la bocca e anche a me viene spontaneo imitarlo! Inizia uno scambio di espressioni buffe e di versetti. Io lo chiamo e lui mi risponde. E’ proprio divertente! Finalmente qualcosa, che mi allontana sempre di più da quel disagio, che pian piano si cancella dalla mia memoria… E, allora, cosa potremmo offrire in cambio a questo bel faccione, per ricordarlo, come colui che è arrivato, dove la mamma non è riuscita, che mi ha calmato attraverso il gioco e l’affetto? Diamogli un nome! Sarà, al pari della mamma, una figura, che spero che mi starà vicina per tutto il resto della mia vita. Eccolo! :”Pa..Papà!”.

Attraverso la storia di questo bambino, che dice per la prima volta la parola “papà” , vi ho raccontato come la figura paterna entra a far parte pian piano della vita dei piccoli, prima come figura di supporto a quella materna, attenuando le sue fatiche, ma che, poi, viene riconosciuta anche dal figlio, in quanto significativa e unica per la sua crescita. Se la psicologia in passato ha riconosciuto principalmente l’importanza della figura materna, negli ultimi decenni si sta riscoprendo anche il valore del padre, che con le sue funzioni normative, ma anche protettive, svolge un ruolo fondamentale per i figli. Infatti la presenza di un terzo, nella relazione duale, pone le basi per lo sviluppo delle relazioni sociali di quel bambino.

Come avrete potuto leggere nei miei articoli precedenti, nei primi mesi il bambino e la mamma sono uniti in un legame fusionale, in cui lo stato emotivo di ciascuno è interdipendente da quello dell’altro. Il corpo del neonato si adagia tra le curve della madre in modo armonico e da lei viene sostenuto e avvolto, come se fosse ancora dentro la pancia. Il pianto del bambino viene consolato di volta in volta tramite la sintonizzazione con la figura materna, la quale impara pian piano a interpretare i bisogni del figlio. Tuttavia, nonostante si sia strutturato un legame così speciale e profondo tra i due, ci sono dei momenti, in cui la frustrazione del bambino può non essere adeguatamente contenuta dalla sua mamma, che magari non riuscendo a consolarlo può provare dei sofferti sensi di colpa e non sentirsi una madre abbastanza brava a riconoscere i bisogni del figlio. In realtà sono queste le occasioni, in cui il bambino ha la possibilità di sperimentare e di trovare delle modalità per auto consolarsi e in cui può rinforzare il suo senso di sé, riconoscendosi pian piano come “soggetto distinto e agente”, desideroso di esplorare ciò, che sta intorno a sé, tra cui anche il padre. Quest’ultimo, se inizialmente non veniva quasi percepito dal bambino, troppo intento a instaurare un legame simbiotico con la sua mamma, fin da quando il piccolo è nella pancia, esercita delle funzioni specifiche di protezione e supporto.

Durante i primi mesi di vita, infatti, il papà ha il compito di proteggere la coppia mamma-bambino, inserendosi pian piano tra di loro e diventando una figura fondamentale per il piccolo. Nel corso della crescita, poi, favorendo un graduale distacco dalla figura materna, aiuterà il bambino a rivolgere la sua attenzione verso il mondo esterno e a sviluppare le principali competenze sociali. E’ quindi importante che fin dalla nascita il padre non si metta da parte, lasciandosi escludere, ma continui a essere presente a fianco della madre, sostenendola in questo passaggio dalla coppia al trio familiare.

Un articolo della dott.ssa Giulia Spina, psicologa dell’età evolutiva di Brescia.