Tornare ai bimbi e ai loro sogni
Non serve “insegnare” ai bimbi come sognare, loro non hanno bisogno di questo.
I bimbi hanno semplicemente bisogno di adulti che non smettano di sognare con loro.
C’è stato un tempo in cui una scatola poteva diventare una nave, un lenzuolo era un castello, un semplice bastone assumeva poteri magici e si trasformava in bacchetta magica e sì, in quel tempo, anche gli animali potevano parlare.
Il mondo non andava costruito, bastava semplicemente immaginarlo.
Poi la Vita, la crescita, il diventare grandi… e abbiamo imparato che le scatole sono scatole, i bastoni sono bastoni e gli animali, per quanto ci piacerebbe, non parlano, o meglio, non come pensavamo da bambini.
Abbiamo imparato a distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è, a riconoscere ciò che è possibile e ciò che non lo è.
Ci siamo lasciati convincere che diventare grandi significhi essere estremamente concreti, ragionevoli, realistici e forse, senza accorgercene, abbiamo iniziato a chiedere ai bambini di fare lo stesso.
“Che cosa vuoi fare da grande?”
È una domanda che facciamo spesso.
“Il veterinario.”
“La ballerina.”
“Il pompiere.”
“L’astronauta.”
Sorridiamo nell’ascoltare le loro risposte, ma l’invito che voglio proporvi è di provare, ogni tanto, a cambiare domanda sostituendo la canonica “Che cosa vuoi fare da grande?” con “Che cosa sogni?”
Sembra una differenza piccola, una sfumatura, ma non lo è. Se la prima domanda guarda al futuro, infatti, la seconda apre uno spazio nel quale non è necessario sapere, decidere, scegliere ma nel quale si può semplicemente immaginare.
Il sogno è uno spazio, oserei dire sacro. Per un bambino la fantasia non è qualcosa che si aggiunge alla realtà, è uno dei modi (il più speciale) attraverso cui la realtà viene scoperta.
Nel gioco, attraverso il sogno, i bambini possono diventare animali, astronauti, principi e principesse, esploratori, ma soprattutto possono inventare un mondo e poi abitarlo.
Nel gioco un pupazzo o una bambola possono prendere vita e parlare, una sedia può diventare un’automobile, il pavimento può diventare lava incandescente e il divano una montagna che ci salva da quel calore…
Certo, la nostra mente adulta sa bene che tutto questo non è reale, ma il punto non è questo, non è in quella realtà che non esiste, il focus è ciò che accade in quel “facciamo finta che…”, in quello spazio sacro e magico in cui il bambino ha la possibilità di sperimentare nuove possibilità, di esplorare emozioni, di costruire storie, di dare forma alle paure e di sperimentare relazioni.
Insomma, in quello spazio i bimbi possono immaginare di essere chi sentono di essere e soprattutto scoprono che il mondo può anche essere altro.
E’ inevitabile che crescendo arrivino i limiti, nel processo evolutivo impariamo che non tutto è possibile e questa frustrazione e fatica è parte della vita.
Diventando grandi interiorizziamo confini, regole, conseguenze dei nostri comportamenti, ma non dobbiamo avere troppa fretta di portare i bambini fuori dal territorio del sogno.
C’è una differenza tra insegnare ai bimbi a stare nella realtà e insegnare loro a non immaginare altro: un bambino che sogna di volare non ci sta raccontando necessariamente di volere realmente le ali, forse, in qualche modo sogna la libertà.
Quello che vuole diventare un supereroe forse non desidera davvero salvare il mondo, ma vorrebbe semplicemente sentirsi più forte, così come quello che sogna una casa sull’albero magari non vuole vivere sugli alberi ma sta chiedendo un luogo tutto suo, sicuro.
Allora, nello spazio del sogno, invece di approfondire chiedendo “ma perché vuoi fare proprio questo?” potremmo esplorare aprendo alle possibilità, con una domanda molto più semplice: “Come sarebbe, se potessi davvero?”
Seguiteli i bimbi, almeno per un po’. Osate viaggiare in quel mondo fantastico dei sogni e della fantasia e forse ci ricorderemo di essere adulti che vivono ancora con quel bimbo dentro di sé che ogni tanto chiede di essere visto, ascoltato, accolto.
Non tutti i sogni devono diventare realtà e forse noi adulti ce lo siamo dimenticati quando abbiamo iniziato a confondere il sogno con l’obiettivo dandogli una destinazione, una scadenza, un risultato.
Dobbiamo ricordare invece che un sogno non sempre chiede di essere realizzato, a volte chiede semplicemente di essere ascoltato e accolto.
Il sogno può cambiare, può scomparire, può addirittura trasformarsi in qualcosa di completamente diverso e può anche non realizzarsi mai pur essendo stato importante.
Mentre sogniamo qualcosa, spesso scopriamo qualcosa di noi, non necessariamente il traguardo che raggiungeremo, a volte ci racconta semplicemente verso cosa desideriamo guardare.
Abbiamo ancora tanto da imparare dai bambini
I bambini vivono naturalmente nel territorio dell’“e se…”.
E se le nuvole fossero navi?
E se la luna ci seguisse davvero?
E se potessi volare?
E se gli animali potessero raccontarci quello che pensano?
E se domani partissimo per un posto mai visto?
Poi crescono e imparano a rispondere troncando la domanda prima ancora di averla ascoltata con una frase che chiude: “Non è possibile”, “Non è reale”…
Tornare ai bambini significa anche concederci, ogni tanto, di non avere subito una risposta e permettersi di restare un po’ dentro quel loro “e se…”.
Perché forse è proprio lì che nasce qualcosa di prezioso: la possibilità, la capacità di immaginare ciò che ancora non esiste.
“Che cosa sogni?”
Chiedetelo ai vostri bimbi questa sera, mentre siete in macchina o appena prima di addormentarsi, ma anche durante una passeggiata o un’attività condivisa.
Non limitatevi a questo, concedetevi di andare oltre con un compito ancora più difficile: ascoltare senza correggere, senza trasformare quel sogno in un progetto, senza spiegare che cosa è possibile e cosa no, senza cercare immediatamente una soluzione.
Lasciate semplicemente esistere quel Sogno… Lasciatelo fluttuare nell’aria.
Quella domanda, in fondo, non serve soltanto a conoscere il sogno di un bambino, ma gli racconta qualcosa di molto più profondo: “Il tuo mondo interiore mi interessa”, “Quello che immagini ha un posto anche qui”, “Non devi sapere ancora chi diventerai”
E prestate attenzione perché mentre ascoltate il sogno dei vostri bimbi accadrà qualcosa anche dentro di voi: forse ricorderete i bimbi che siete stati, quei bimbi che non avevano ancora imparato a vergognarsi della fantasia, quelli che potevano passare pomeriggi interi in un mondo inventato, quelli che non avevano bisogno di conoscere il traguardo a priori…
Tornare ad essere bimbi
Tornare ad essere bambini non significa diventare di nuovo bambini, significa piuttosto ricordare qualcosa che crescendo rischiamo di perdere: la capacità di meravigliarci, di fare domande, di immaginare e di guardare una cosa piccola e riuscire a vederci
un mondo intero.
I sogni dei bambini meritano spazio e tempo e non devono diventare tutti Realtà, ma in ognuno di quei sogni c’è una parte del bambino che sta imparando a conoscere…
Certo che i bimbi un giorno cresceranno, incontreranno i limiti e scopriranno che alcune cose sono difficili, altre richiedono tempo, altre ancora forse non potranno accadere, è inevitabile.
Ma se avranno avuto accanto qualcuno disposto ad ascoltare i loro sogni, forse porteranno con sé una risorsa preziosa: la possibilità di continuare a immaginare, di non confondere il possibile con il già conosciuto e di non smettere mai di chiedersi: “E se…?”
Questo è un dono che dobbiamo ai nostri bimbi: non un mondo senza limiti ma un mondo nel quale, ogni tanto, sia ancora possibile aprire una finestra sull’impossibile.
E quando un bambino ci racconta il suo sogno, invece di riportarlo subito con i piedi per terra, possiamo sederci accanto a lui, guardare nella stessa direzione e invitare semplicemente con un “Raccontami ancora…”
No, non abbiamo bisogno di insegnare ai bambini a sognare, loro sono maestri in questo, noi adulti abbiamo bisogno invece di non smettere di ascoltarli mentre lo fanno.
Dott. Simone Migliorati Pedagogista del Portale dei bambini
Dott. Simone Migliorati Pedagogista e Formatore Relazioni, Consapevolezza e Cura




