Le malattie esantematiche

Cosa sono?
Le malattie esantematiche sono malattie infettive. Si manifestano con la comparsa di un esantema, cioè un’eruzione cutanea che è variabile: puntiformi o papulose che si presentano prima in sedi specifiche e poi si diffondono su tutto il corpo. La malattia è infettiva e spesso smette di essrelo proprio con la comparda comparsa dell’eruzione cutanea.

Quali sono?

  • il morbillo

  • la parotite

  • la pertosse

  • la rosolia

  • la scarlattina

  • la quarta malattia (Scarlattina abortiva)

  • la quinta malattia (Megaloeritema)

  • la sesta malattia (Esantema critico

  • la Malattia mano-piede-bocca

  • la Mononucleosi infettiva

VARICELLA e HERPES ZOSTER

VARICELLA (ZOSTER)

La causa di questa malattia infettiva è l’herpes virus varicella zoster (VZV).

Questo virus agisce in due modi:

• il primo tramite l’infezione primaria (la varicella),

• il secondo con la riattivazione del VZV (l’herpes zoster – comunemente chiamato fuoco di Sant’Antonio).

La varicella è molto contagiosa e colpisce prevalentemente in età pediatrica. Trattandosi di un Herpesvirus umano, la varicella può trasmettersi soltanto da uomo a uomo e si manifesta in epidemie periodiche ogni quattro anni circa.

Ha un’incubazione che va dai 7 ai 21 giorni e si presenta con lesioni cutanee (che partono da macchioline e diventano vescichette)e solitamente sono accompagnate da febbre. Le vesciche, partendo dal viso e dal tronco, si diffondono su tutto il corpo provocando un notevole prurito; sono piene di liquido altamente contagioso e possono essere presenti su tutto il corpo: sul cuoio capelluto, sulle mucose e sui genitali.

L’ultima fase dell’eruzione cutanea vede la trasformazione delle vescicole in croste che perdono la carica infettiva e cadono dopo una o due settimane.

La varicella si diffonde per via aerea tramite le secrezioni di naso e gola (tramite uno starnuto o un colpo di tosse) oppure tramite il contatto diretto con le lesioni cutanee provocate dalla malattia. La contagiosità inizia circa 24-48 ore prima della comparsa dell’esantema e può permanere fino al momento in cui non compaiono le tipiche croste.

I problemi maggiori si hanno negli adolescenti che, se contagiati, presentano eruzioni molto intense.

Tra le complicanze che si possono presentare ci sono:
• Problemi respiratori, anche la polmonite (più frequente negli adulti, raramente nei bambini);
• sovrapposizioni batteriche a causa di Staphylococcus aureus o Streptococcus pyogenes;
• infezioni del sistema nervoso.
• Nella donna in gravidanza può causare problemi (dopo la rosolia è la malattia che più frequentemente può dare problemi al bambino).

L’herpes zoster è dovuto alla riattivazione endogena dell’herpes virus che rimane latente nell’organismo dopo l’infezione primaria di varicella. In pratica, il virus della varicella non viene eliminato dall’organismo ma rimane generalmente latente per tutto il corso della vita nelle cellule dei gangli delle radici nervose spinali; nel 10-20% dei soggetti il virus si risveglia, generalmente dopo i cinquanta anni di età e provoca l’herpes zoster.
Quando il virus si riattiva in soggetti sani, con una risposta immunitaria sufficientemente buona, l’attacco viene neutralizzato e i sintomi sono generalmente blandi e senza conseguenze. In soggetti con difese immunitarie scarse il virus è in grado di moltiplicarsi, diffondersi e dare luogo alla tipica sintomatologia.
I soggetti che non si sono mai ammalati di varicella sono immuni dall’herpes zoster.
Nell’herpes zoster l’eruzione cutanea è associata al dolore che in alcuni casi può essere molto intenso e può succedere che una volta scomparse le croste il dolore non cessi, si può avere è la cosiddetta nevralgia post-erpetica: il dolore può perdurare per lunghi periodi di tempo, mesi o addirittura anni.
Altre complicanze da herpes zoster possono essere:
• il prurito cronico nella zona interessata;
• la sovrinfezione batterica delle vescicole;
• problemi a livello di sistema nervoso centrale (sono rare).

Contagio
Il fuoco di Sant’Antonio compare quando un fattore scatenante sconosciuto fa attivare il virus nascosto all’interno dell’organismo. Diversamente dalla varicella difficilmente si può “passare” a qualcun altro. Una persona affetta dal fuoco di Sant’Antonio potrebbe però contagiare un’altra persona, per esempio un bambino che non ha mai avuto la varicella e che non sia stato vaccinato (in Italia non è obbligatorio): quest’ultimo sarà, però, colpito dalla varicella e non dal fuoco di Sant’Antonio. Affinché avvenga il contagio è necessario venire a contatto direttamente con la persona ammalata.

La congiuntivite nei bambini.

L’ “occhio rosso”, spesso identificato con la congiuntivite, è un campanello d’allarme: un’infiammazione di origine infettiva o traumatica.

Come si manifesta?

Da considerare nella valutazione della congiuntivite una serie di fattori:
– la monolateralità (se è colpito un solo occhio) o la bilateralità (se sono colpiti entrambi);
– la presenza di lacrimazione;
– la presenza di fotofobia (fastidio alla luce);
– la presenza di secrezione;
– la presenza di dolore;
– la presenza di chemosi congiuntivale (gonfiore della congiuntiva, cioè della membrana che riveste l’occhio, dovuto alla raccolta di liquido infiammatorio).

A volte piccole lesioni o abrasioni della congiuntiva si manifestano con rossore. È molto indicativa la sua monolateralità; raramente è associata secrezione. Nella maggior parte dei casi è sempre presente fastidio alla luce (fotofobia), soprattutto se la lesione si estende alla cornea. Fondamentale è la consulenza oculistica che deve determinare la profondità della lesione stessa: lesioni superficiali spesso si rimarginano con la semplice chiusura della palpebra mentre quelle più profonde meritano una maggiore attenzione (vanno valutate da parte di un oculista e trattate con la terapia appropriata).

Le congiuntiviti purulente sono quasi sempre bilaterali:

– l’occhio è fortemente iperemico, con i vasi sanguigni della congiuntiva che sono più evidenti;

– la congiuntiva è gonfia;

– il bambino riferisce di vedere meno o si strofina l’occhio come se volesse pulirlo;

– il deficit visivo è legato alla secrezione densa;

– trattandosi di forme infettive, è prudente evitare il contatto con altri bambini;

– raramente si può associare febbre e raramente lasciano lesioni sull’occhio.

La terapia iniziale può essere prescritta dal Pediatra, anche se è sempre meglio consultare l’Oculista.

Le congiuntiviti virali rappresentano le forme più pericolose e contagiose e generalmente sono seguite da stati influenzali. Da una sintomatologia molto blanda costituita da un leggero fastidio, in breve tempo si passa ad una sintomatologia molto dolorosa:
– gonfiore delle palpebre e della congiuntiva;
– lacrimazione densa molto abbondante e forte fastidio alla luce;
– un gonfiore vicino all’orecchio (linfonodo satellite).

Successivamente, si associa alterazione della visione causata dalla infiltrazione del virus negli strati della cornea. Anche a distanza di anni l’oculista che visita un paziente colpito da congiuntivite virale può ritrovare gli esiti dell’infezione con la presenza di piccole opacità corneali: sono le forme più contagiose di congiuntiviti e generalmente il contagio avviene nel periodo di incubazione privo di una sintomatologia chiara. È bene ricorrere subito ad un oculista che potrà prescrivere la terapia più idonea ed è prudente isolare il paziente per evitare ulteriori contagi.

Le congiuntiviti allergiche o papillari rappresentano le forme più “tranquille” dal punto di vista medico ma sono sicuramente le più fastidiose per la sintomatologia e le più difficili da trattare. La reazione da contatto della congiuntiva, con l’agente che determina l’allergia, ne altera la struttura e l’aspetto della congiuntiva stessa. Si formano delle papille (microscopiche rilevatezze della congiuntiva) che irritano la congiuntiva e la cornea tramite liberazione di istamina. Il paziente ha una continua sensazione di corpo estraneo con necessità di strofinarsi per il prurito. Tale movimento causa fastidio alla luce (fotofobia) e spesso si possono sovrapporre congiuntiviti purulente. Nelle congiuntiviti allergiche la terapia deve essere protratta per lungo tempo ed è costituita da colliri antistaminici. L’uso di colliri cortisonici è da limitare nel tempo (5-6 giorni al massimo) e solo dopo consulto con l’Oculista. Il fatto di essere scatenate da intolleranze da contatto non significa che il paziente affetto debba essere un soggetto allergico, soprattutto se l’età del paziente è inferiore a 3 anni. Non lasciano lesioni sull’occhio e non sono contagiose.

A cosa fare attenzione?

L’occhio rosso può essere anche espressione di patologie più gravi. È sempre consigliato quindi, in presenza di questi sintomi, ricorrere al parere di un medico.

www.ospedalebambinogesu.it [Dott. Antonino Romanzo]

Cefalea nei bambini: prima causa di assenza a scuola.

“Ha un profondo impatto sui risultati scolastici, secondo alcune ricerche è la prima causa di assenza da scuola, con circa 7-8 giorni persi all’anno e interferisce anche con le attività quotidiane, eppure la cefalea nei bambini è poco considerata, anche dai genitori: il 36% di essi infatti non sa che il figlio ne soffre”, afferma Pasquale Parisi, Responsabile del Centro Cefalee Pediatriche della Cattedra di Pediatria di “Sapienza” – Università di Roma, presso l’Ospedale Sant’Andrea di Roma.

La cefalea è un disturbo comune in età pediatrica ed è causa anche di frequenti accessi al Pronto Soccorso. Circa il 49% della popolazione pediatrica manifesta almeno un episodio di cefalea, il 4,2% ne soffre per più di 10 giorni al mese. La fascia più colpita è quella dai 12 anni in su. “Il disturbo è cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi 30 anni anche a causa del netto cambiamento nello stile di vita dei nostri ragazzi”, aggiunge il professor Parisi. “Oltre alla predisposizione genetica disturbi del sonno, scarsità di ore destinate al riposo, ma anche l’uso eccessivo di videogiochi, tv, tablet e smartphone possono essere in parte responsabili dell’aumento dei casi. A questi si aggiungono fattori emotivi, ansia e stress. L’emicrania vede una netta prevalenza genetica, mentre nella cefalea ‘tensiva’ l’aspetto psico-emotivo è dominante”.

“Tutto ciò rende urgente implementare la ricerca di settore e di conseguenza rivedere le Linee guida per la diagnosi e la terapia della cefalea in età pediatrica, secondo criteri di Evidence Based Medicine”, prosegue ancora Parisi. A confermare questa necessità è uno studio di prossima pubblicazione presentato per la prima volta al Congresso Italiano di Pediatria che ha coinvolto 11 centri italiani afferenti alla Società Italiana di Neurologia Pediatrica. Nello studio è stato utilizzato AGREE II, uno strumento epidemiologico standardizzato che valuta l’adeguatezza delle Linee guida, pertanto “per la prima volta possiamo sostenere su base scientifica la necessità di questa revisione. Occorre inoltre rafforzare la ricerca pubblica e indipendente pervalutare l’efficacia dei farmaci nella popolazione pediatrica, ancora poco studiata”.

“Prima di fare una diagnosi chiediamo al bambino o ai genitori di compilare un ‘diario del mal di testa’ per circa 3 mesi. Spesso infatti la cefalea si manifesta in maniera occasionale, in corrispondenza di una infezione delle vie aeree superiori o di un episodio banale febbrile. Se si tratta di eventi episodici utilizziamo una terapia di ‘attacco’, ma se la cefalea si presenta per almeno 4-5 giorni al mese con compromissione della vita quotidiana usiamo un approccio preventivo, una profilassi, per evitare che il disturbo “cronicizzi” prosegue Parisi. È opportuno rivolgersi a un centro specialistico quando c’è familiarità, specialmente di forme aggressive e cronicizzate nei genitori, quando il disturbo è frequente ed impatta negativamente sugli aspetti scolastici e “ludici” del bambino-adolescente”.

La cefalea può essere ‘primaria’ se dalle indagini strumentali ad hoc non si sia individuata una causa organica del dolore, o secondaria se conseguente a cause come malattie, infezioni, traumi. Queste ultime ammontano a circa il 40-50% dei casi, ma quelle veramente pericolose sono intorno all’1-3% e vanno sottoposte al vaglio del centri specialistici. Esiste infine, anche se molto rara, la cefalea “insidiosa”, apparentemente benigna ma che nasconde patologie che possono minacciare la vita del piccolo paziente. “È molto difficile riconoscerla”, spiega Raffaele Falsaperla, Direttore UOC di Pediatria e PS Pediatrico Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico Vittorio Emanuele Catania, “perché è apparentemente innocua, in quanto si manifesta in bambini affetti da cefalea cronica che non presentano segni neurologici tali da destare allarme e che normalmente vengono classificati in Pronto Soccorso come codici bianchi o verdi. L’esame del fondo oculare può essere uno strumento utile per scovarla”.

Cefalea: i consigli della SIP per genitori e adolescenti

Evitare quanto più possibile i fattori scatenanti la cefalea, quali dormire poco, avere stili di vita scorretti (fumo, alcol), essere eccessivamente esposti agli stimoli visivi (computer, smartphone ecc.).
Prestare attenzione ai segnali di esordio precoce atipico, come torcicollo, dolori addominali. Se intercettati precocemente si può fare la diagnosi di cefalea e quindi migliorare la qualità della vita del bambino.
In caso di attacco acuto somministrare tempestivamente la terapia prescritta dal pediatra perché se si aspetta troppo il farmaco rischia di essere inefficace.
Quando ci sono segnali come cambio di umore o se il bambino cammina male, vede male e parla male rivolgersi a un centro specialistico.
Pensare a una profilassi quando gli episodi sono numerosi e inficiano qualità vita del paziente e della famiglia.

Dal sito: www.sip.it (dottor Raffaele Falsaperla, Direttore del Pronto Soccorso Pediatrico e della Unità di Pediatria del Policlinico Vittorio Emanuele di Catania

Adenovirus e bambini

Gli ADENOVIRUS colpiscono più spesso i bambini e possono causare piccole epidemie negli asili e nelle scuole. Ecco come affrontarli.

Questi virus colpiscono più di frequente i neonati e i bambini piccoli, causando casi multipli di infezioni respiratorie e diarrea negli asili e nelle scuole.

Se ne conoscono una cinquantina di tipi che sono infettivi per l’uomo. Oltre alle vie respiratorie e all’intestino possono infettare gli occhi e le vie urinarie.

In genere le infezioni da adenovirus sono più frequenti verso la fine dell’inverno, in primavera e agli inizi dell’estate. Tuttavia, in alcuni casi si verificano anche in altri periodi dell’anno.

È bene sapere però che congiuntivite e febbre faringo-congiuntivale tendono a colpire i ragazzi più grandi per lo più in estate.

Gli adenovirus sono altamente contagiosi: si diffondono da persona a persona attraverso le secrezioni respiratorie, per via oro-fecale oppure per trasmissione indiretta toccando superfici contaminate di mobili e altri oggetti.
Sintomi diversi a seconda dell’infezione

I sintomi delle infezioni da adenovirus cambiano a seconda della sede. Se il germe infetta per esempio le alte vie respiratorie, la sede più comune nei bambini, il malessere si presenta con sintomi molto simili all’influenza:

  • mal di gola
  • rinite
  • tosse
  • ingrossamento dei linfonodi

In alcuni soggetti può manifestasi anche una tosse secca che ricorda la pertosse. Quando il virus si “ferma” alle alte vie respiratorie si parla di infezioni di lieve e media entità che richiedono soltanto una terapia sintomatica.

Se l’adenovirus colpisce il tratto respiratorio inferiore può causare bronchiolite e polmonite virale che può essere pericolosa nei neonati.

Quando il virus infetta stomaco e intestino, in questi casi si parla di gastroenterite virale, i sintomi sono:

  • diarrea
  • vomito
  • cefalea
  • febbre
  • crampi addominali

Un’infezione delle vie urinarie può causare:

  • minzione frequente
  • bruciore
  • dolore
  • sangue nelle urine

Quando sono gli occhi a essere colpiti, possono insorgere:

  • congiuntivite o cheratocongiuntivite
  • occhi rossi
  • intolleranza alla luce
  • lacrimazione
  • dolore

Infine, la febbre faringocongiuntivale, che causa spesso piccole epidemie tra i bambini in età scolare, si verifica quando si infettano contemporaneamente occhi e tratto respiratorio.

Cure e terapie

Queste forme assomigliano molto alle infezioni batteriche, che di norma si trattano con antibiotici. Peccato però che questi farmaci siano totalmente inefficaci sugli adenovirus.

Per identificare la causa dell’infezione in modo da poter avviare un corretto trattamento il medico può, in alcuni casi, prescrivere l’analisi su campioni di secrezioni respiratorie e congiuntivali, feci, sangue o urine.

A parte i casi di vomito e diarrea nei neonati, di solito le infezioni da adenovirus non richiedono l’ospedalizzazione.

Nella maggior parte dei casi l’infezione si risolve da sola. Essenziale il riposo: il bambino deve poter dormire tranquillamente.

E poi è utile umidificare l’aria con un vaporizzatore per alleviare la congestione e, se il bambino ha meno di 6 mesi, liberare il nasino con una pompetta.

Nei bambini piccoli non bisogna usare farmaci contro raffreddore e tosse senza il controllo del medico. È possibile somministrare paracetamolo per ridurre la febbre, ma è sempre meglio chiedere al medico le dosi più opportune.

Se il bambino ha diarrea o vomito, aumentare l’assunzione di liquidi e chiedere al medico una soluzione reidratante orale per prevenire la disidratazione.

Per alleviare la congiuntivite occorre fare impacchi caldi. Unguenti o gocce oculari devono essere date al piccolo soltanto se prescritte dal medico.

Prevenzione (quasi) impossibile.

Non esiste un modo per prevenire le infezioni adenovirali nei bambini.

Per diminuire il rischio di trasmissione è fondamentale insistere affinché i bambini si lavino spesso le mani, facendo attenzione a mantenere le superfici e i giocattoli ben puliti.

[www.saperesalute.it]

La Discalculia: spunti dopo la diagnosi

Oggi vorrei fare un approfondimento sulla discalculia, un disturbo dell’apprendimento meno comune della dislessia, ma che spesso va di pari passo con altre difficoltà di apprendimento. Si tratta di una relazione che avevo scritto per un corso di pedagogia speciale, è dunque forse un po’ troppo dettagliata; l’ho qui però ridotta e semplificata. Era un peccato non inserirla, visto il problema così poco conosciuto.
Nel testo si affronta il momento che interessa gli insegnanti, più che i genitori, ovvero ciò che arriva dopo la diagnosi (o meglio la relazione educativa) fornita dagli specialisti. Anche i genitori però sono coinvolti in tutto questo, perché sono loro che a casa seguiranno i bambini nei compiti.

La presa in carico dopo la diagnosi
1. Quale percorso dopo la diagnosi?
Se le diagnosi di dislessia, disortografia e disgrafia possono essere emesse già alla fine della 2ª classe di scuola primaria, la diagnosi di discalculia deve attendere la fine della 3ª classe; spetta comunque all’insegnante il compito di interessarsi alle difficoltà in aritmetica dei suoi allievi, affinché esse non vengano trascurate in assenza di una vera e propria diagnosi.
Occupiamoci ora del percorso che devono affrontare bambino, insegnanti e famiglia, nei momenti successivi alla diagnosi di discalculia, in altre parole la presa in carico del bambino da parte dei vari attori coinvolti nella sua crescita. Citando Stella, la presa in carico è di vario genere: innanzitutto
una presa in carico riabilitativa, intervento condotto da uno specialista della riabilitazione (ad esempio il neuropsicologo); poi, una presa in carico rieducativa che coinvolge educatori, insegnanti e familiari in un progetto di respiro più ampio per tutto l’arco della scolarizzazione. È qui che si
colloca l’intervento dell’insegnante di classe o di sostegno (in caso di comorbilità con altri disturbi), intervento che ovviamente deve coinvolgere tutto il team dei decenti e i genitori.

2. Il PDP (Piano Didattico Personalizzato)
L’intervento di cui si parlava ha come primo obiettivo la stesura del PDP (Piano Didattico Personalizzato), che si distingue dal PEI (Piano Educativo Individualizzato, previsto nei casi di disabilità), per un orientamento prevalentemente didattico, in relazione alle difficoltà del bambino: la discalculia è, infatti, un disturbo nella sfera dell’apprendimento.
Il PDP rappresenta la realizzazione dell’alleanza tra gli attori: il bambino, i genitori, gli insegnanti e gli specialisti; sarebbe buona cosa che tutti partecipassero alla sua stesura, ognuno con le proprie competenze. È la legge 170/2010 che prevede questo strumento e traccia tempi e modi per garantire
un adeguato supporto agli allievi con DSA. Esistono molti modelli di PDP, qualsiasi modello si scelga, esso deve contenere: “i dati relativi all’alunno, la descrizione del funzionamento delle abilità strumentali e del processo di apprendimento e, per ogni materia, come l’insegnante intende procedere: obiettivi, strategie e metodologie didattiche, strumenti compensativi, misure dispensative, modalità di verifica e criteri di valutazione” (Stella G., Grandi L., Come leggere la dislessia e i DSA, Giunti scuola, 2011, pp. 64).

2.1. Una didattica individualizzata e personalizzata
Come si legge chiaramente nelle Linee Guida del Ministero, è necessario parlare di didattica individualizzata e personalizzata (prevista dalla legge 170/2010) senza utilizzare questi due termini come sinonimi. Come trasferire questo nella pratica didattica? Questi due aggettivi sono garanti di una didattica inclusiva: la personalizzazione ci ricorda che per tutti (non solo per i bambini speciali) è necessario calibrare l’offerta didattica sulla base dei bisogni educativi dei singoli, mentre l’individualizzazione assicura al bambino con un DSA il diritto al potenziamento al fine di migliorare determinate abilità o acquisire specifiche competenze.
Ciò che aiuta la didattica a essere individualizzata e personalizzata per un bambino con un disturbo dell’apprendimento è la presenza di misure dispensative e strumenti compensativi, che la legge 170/2010 elenca in una check-list affinché gli insegnanti non se ne dimentichino. Secondo un approccio orientato ai processi (come quello proposto da Lucangeli D., La discalculia e le difficoltà in aritmetica, Giunti scuola, 2012), però, i termini compensativo e dispensativo vengono meno: infatti, uno strumento può dispensare da un’azione, ma compensarne un’altra; se, dunque, accettiamo un’idea di plasticità cognitiva, dobbiamo ricordare che questi strumenti vanno sì garantiti agli allievi in difficoltà, ma è necessario anche, contestualmente, andare a potenziare il più possibile, anche se in tempi e modi differenti, tutti i processi implicati.

2.2. Misure dispensative
Una parte del PDP fa riferimento alla scelta di misure dispensative che vengono garantite all’alunno; queste misure devono essere scelte in base al bambino che si ha di fronte, perché non tutte sono necessarie a tutti i bambini con discalculia. Facendo una generalizzazione, però, si possono elencare quelle misure di cui un bambino con discalculia potrebbe avere bisogno: il bambino potrebbe essere esonerato dal calcolo a mente o dallo studio mnemonico delle tabelline, potrebbe necessitare di tempi più lunghi per le prove scritte e per lo studio a casa. Le Linee Guida propongono un aumento del 30% del tempo richiesto.

2.3. Strumenti compensativi
Gli strumenti compensativi sono presidii che facilitano o sostituiscono la prestazione deficitaria, si tratta di mediatori, che non annullano la difficoltà, ma facilitano il successo negli apprendimenti. Molto utili sono le tabelle: la linea dei numeri, la tavola pitagorica per le tabelline, la tabella delle
misure e delle formule geometriche e altre tabelle con conversioni delle misure o procedure e il continuo riferimento al libro di testo (strumenti non tecnologici). Strumenti a bassa tecnologia sono la calcolatrice e l’orologio parlante, mentre ad alta tecnologia il computer (che permette, ad esempio, i fogli elettronici per il calcolo e la sintesi vocale) e la LIM, per costruire insieme a tutta la classe strumenti utili a tutti; è compito degli insegnanti stabilire quando, come e se introdurre questi strumenti, in base al caso che si ha di fronte.

2.4. Una riflessione su misure/strumenti e processi implicati
Come si diceva in 2.1., strumenti compensativi e misure dispensative sono utili, ma devono essere utilizzati con un certo buon senso. È sconsigliabile, infatti, pensare che questi sussidi siano sostituitivi: è diritto del bambino con discalculia potenziare, per quanto è possibile, tutti i processi che servono all’intelligenza numerica e di conseguenza alla vita di tutti i giorni. Un esempio è la scelta di fornire la calcolatrice: essa è utile se il calcolo non è l’obiettivo, come nella risoluzione di un problema, ma non risolve momenti di vita pratica, come l’uso del denaro o confusione nel digitare i numeri sulla tastiera. Dunque, prima o parallelamente all’uso della calcolatrice, l’insegnante deve cercare di lavorare con il bambino (e la classe) su processi come la transcodifica, gli algoritmi di calcolo e le strategie metacognitive messe in atto.

3. Possibili percorsi di potenziamento
Molti allievi possono incontrare difficoltà in matematica; le riflessioni che facciamo ora, dunque, possono interessare non solo gli studenti con discalculia. Questi ultimi, però, manifestano difficoltà conclamate di cui l’insegnante deve farsi carico, nel rispetto della personalizzazione del progetto didattico di cui si parlava prima e dell’individualizzazione di cui egli ha diritto. Si presenteranno, quindi, alcuni percorsi d’intervento possibili, nella prospettiva di una didattica inclusiva; si tiene conto dell’alunno inserito nel contesto classe, ma anche delle sue personali necessità.
Per essere maggiormente chiari nella trattazione, dobbiamo seguire quelli che sono i nuclei fondanti della disciplina, in cui l’allievo con discalculia incontra notevoli difficoltà.

3.1. Il sistema del numero
Il sistema del numero è preposto alla comprensione e produzione dei numeri. Nel caso della discalculia evolutiva pura la difficoltà sta proprio nella strutturazione cognitiva della conoscenza numerica, tale per cui il bambino non è in grado di capire le quantità e le loro trasformazioni.
Questa difficoltà si manifesta su più meccanismi:
– meccanismi semantici: il bambino non comprende la quantità e dunque la numerosità, la comparazione, la seriazione e il conteggio. Per questo è utile fornire al bambino uno strumento compensativo come la linea dei numeri, fondamentale per alleggerire il compito, permettendo di orientarsi facilmente e poter accedere a tutta una serie di compiti, come contare, fare calcoli, ricordare le tabelline, ecc;
– meccanismi lessicali: il bambino non riesce a passare dal codice linguistico a quello matematico e viceversa. Non assegnare il nome corretto al numero, non saper tradurre la quantità nell’etichetta numerica è un problema che nemmeno la calcolatrice può ovviare: potrebbe venire in aiuto la sintesi vocale o la calcolatrice parlante;
– meccanismi sintattici: il bambino non comprende il valore posizionale delle cifre, come ad esempio la differenza tra le decine e le unità, questi errori mettono poi in difficoltà nel momento in cui si passa al calcolo.
Difficoltà nel sistema del numero portano a conseguenze sociali abbastanza evidenti, come la mancata padronanza dei quantificatori di tempo e spazio. Ad esempio, molti bambini con discalculia hanno enormi difficoltà con l’uso dell’orologio e prediligono quello digitale: sarebbe utile fare con tutta la classe un percorso sulla lettura dell’orologio analogico, come proposto da Stella, soffermandosi sulla rappresentazione visiva; grazie all’uso delle lancette corta e lunga e a disegni in cui inserire la corrispondenza tra numeri e minuti, l’esercizio sarebbe di giovamento per tutta la classe.
Un altro problema che il bambino può portarsi dietro anche nella vita di tutti i giorni riguarda le equivalenze, tasto dolente anche per molti bambini senza particolari difficoltà: lavorare con la classe sulle trasformazioni e fornire al bambino delle tabelle per dispensarlo dalla memorizzazione e aiutarlo a visualizzare i passaggi può essere molto utile.

3.2. Il sistema del calcolo
Anche il sistema del calcolo contiene al suo interno meccanismi che mettono in difficoltà il bambino con discalculia:
– le procedure esecutive: nell’eseguire le operazioni aritmetiche, spesso il bambino confonde i segni o non riesce a incolonnare bene e a collocare i vari elementi dell’operazione (ad esempio, i riporti). È utile, allora, utilizzare delle tabelle con indicazione delle unità, decine, centinaia, ecc;
– i fatti numerici: si tratta delle combinazioni più frequenti di numeri, come ad esempio le tabelline. Le difficoltà nella memorizzazione impediscono di imparare tabelline e proprietà delle operazioni: è necessario fornire tavole e lavorare con tutta la classe su strategie di recupero delle informazioni (ad
esempio, se non ricordo una proprietà la posso ricavare); questi ausili non sono facilitazioni, ma permettono all’allievo di concentrarsi sul compito senza dover fare uno sforzo per lui eccessivo. Anche i compagni di classe possono avere a disposizione gli stessi strumenti, affinché ne accettino l’uso da parte del compagno, anche se in un clima di inclusione spesso i compagni comprendono le necessità del bambino e non ne fanno un problema;
– il calcolo scritto: le conoscenze richieste sono quelle procedurali e coinvolgono molti aspetti dell’aritmetica, come procedimenti diversi e regole specifiche per ogni operazione. Un esempio sono le espressioni, che necessitano di diverse abilità contemporaneamente; per le espressioni, un suggerimento utile per tutti è di far svolgere un’operazione per volta concentrandosi sull’ordine di esecuzione dei passaggi (ordine delle parentesi);
– il calcolo a mente: diversi sono i processi cognitivi coinvolti, non solo la memoria di lavoro ma anche altre strategie come composizione e scomposizione, proprietà delle operazioni, arrotondamenti e altri fatti numerici. È utile che tutta la classe lavori sul calcolo a mente, processo di manipolazione cognitiva per il potenziamento dell’intelligenza numerica.

3.3. I problemi
La comunità scientifica ha stabilito quasi all’unanimità la non incidenza della discalculia nella risoluzione dei problemi aritmetici, questi non vengono, infatti, inclusi nella diagnosi. Nella pratica didattica, però, si può osservare come il bambino con discalculia si trovi in difficoltà di fronte ai
problemi aritmetici: se per i bambini dislessici il problema si trova nella decodifica e nella comprensione del testo, per il bambino con discalculia risulta difficile la parte della risoluzione: la pianificazione dei passaggi e il calcolo. È utile per questi bambini poter rappresentare graficamente il problema e avere a che fare con numeri semplici, oppure poter usare la calcolatrice. Togliendo il problema del calcolo si può far sì che il bambino si concentri sul ragionamento e sulla comprensione del testo del problema, evitando di correre il rischio che il processo di problem solving messo in atto sia inficiato dalle difficoltà di calcolo.

4. La valutazione
Una riflessione su come strutturare e valutare le verifiche di matematica è necessaria. È sicuramente un aspetto su cui riflettere, in particolare riguardo alla costruzione delle prove, perché dalla loro struttura dipende la valutazione dell’allievo. Non bisogna far copiare il testo dalla lavagna, in quanto l’alunno potrebbe incorrere in errori di trascrizione, inoltre questi errori possono capitare anche nell’uso della calcolatrice: è bene verificare la conoscenza delle procedure, piuttosto che del risultato. Dati i problemi di memorizzazione, è meglio osservare i processi messi in atto anziché chiedere definizioni e formule. Come sempre, è utile l’utilizzo di tabelle compensative che dispensino dalla memorizzazione se quello non è il processo su cui si sta lavorando.

5. Una riflessione conclusiva
La normativa (legge 170/2010, le relative Linee Guida del 2011 e altre Circolari e note ministeriali) ci fornisce un quadro generale da tener presente per aumentare le nostre competenze, Una caratteristica comune, però, di questi disturbi è la complessa e ricca diversità da caso a caso, che non ci permette di generalizzare, nemmeno riguardo a strategie e strumenti, perché ogni bambino che ci troviamo di fronte è diverso dall’altro: una sfida comunque presente nella didattica “non speciale” ma che si fa ancora più difficile davanti ai disturbi dell’apprendimento.
Servono allora alcune indicazioni generali, che prendiamo da Stella: innanzitutto coinvolgere la famiglia e il bambino nei percorsi e nei progetti didattici, poi instaurare in classe un clima sereno, collaborativo e di non giudizio, affinché le “facilitazioni” eventualmente offerte al bambino non siano motivo di discussione e, sempre a questo riguardo, offrire a tutta la classe in alcuni momenti l’ausilio degli stessi strumenti compensativi se utili alla collettività.

BIBLIOGRAFIA UTILE
Cornoldi C., Zaccaria S., In classe ho un bambino che…, Giunti edizioni, 2012.
Lucangeli D., La discalculia e le difficoltà in aritmetica, Giunti scuola, 2012.
Stella G., In classe con un allievo con disordini dell’apprendimento, 2001.
Stella G., Grandi L., Come leggere la dislessia e i DSA, Giunti scuola, 2011.
Linee Guida per il diritto allo studio degli alunni e degli studenti con Disturbi Specifici di Apprendimento, 2011.

SITOGRAFIA (GUIDE PREZIOSISSIME!)
Grandi L. (a cura di), Guida alla dislessia per i genitori. Dalla scuola materna all’università. PDF scaricabile da: http://www.aiditalia.org/upload/guida_genitori.pdf.
Troiano M., Zuccaro P., Dislessia Vademecum. Disturbi Specifici di Apprendimento. PDF scaricabile da: http://www.aiditalia.org/upload/guida_genitori.pdf.
È dislessia? Piccola guida per insegnanti utile a conoscere i Disturbi Specifici di Apprendimento e costruire una rete. PDF scaricabile da: http://www.dislessiainrete.org/guida-per-insegnanti.html.

by Lorena Figini – http://pedagogiaedidattica.blogspot.it/

Bambini e paure, è una questione di olfatto.

I piccoli imparano cosa temere annusando la loro mamma

Sono le madri a trasmettere le paure ai loro figli. O, almeno, sembra essere questo ciò che potrebbe succedere nei primi giorni di vita, quando i piccoli potrebbero acquisire le esperienze materne ancora prima di fare le proprie. A suggerirlo sono i risultati di uno studio pubblicato su Pnas da Jacek Debiec e Regina Marie Sullivan, ricercatori della Scuola di Medicina della New York University e dell’Università del Michigan, che hanno scoperto che nei ratti le paure sviluppate dalla madre prima di una gravidanza vengono trasmesse ai loro cuccioli semplicemente attraverso l’olfatto. In particolare, attraverso un meccanismo che coinvolge l’amigdala – un’area del cervello fondamentale nello sviluppo delle paure e che durante la vita adulta consente di riconoscere i pericoli e pianificare opportune reazioni – già nei primi giorni di vita i piccoli “assorbono” le paure della loro mamma annusando l’odore che emette quando è impaurita.

Debiec e Sullivan sono arrivati a queste conclusioni al termine di una serie di esperimenti che ha previsto di far associare la paura di uno stimolo doloroso alla fragranza di menta a delle femmine di ratto prima che rimanessero incinte. Dopo le loro gravidanze è stata invece analizzata la capacità della fragranza di menta di indurre la paura nei loro cuccioli. Ne è emerso che ai piccoli basta aver annusato l’odore della loro mamma impaurita dalla fragranza per sviluppare a loro volta la paura nei confronti dell’odore di menta.

“La nostra ricerca – spiega Diebec – dimostra che i neonati possono imparare dall’espressione della paura da parte delle madri molto precocemente nella vita”. Rispetto ad altre forme di apprendimento tipiche dell’infanzia quella delle paure ha inoltre una peculiarità: dura nel tempo. Questa scoperta va però oltre la curiosità scientifica e potrebbe aiutare a risolvere quello che fino ad oggi è parso un vero e proprio enigma, cioè in che modo le esperienze traumatiche vissute da una donna possano influenzare profondamente i suoi figli anche quando risalgono a molto tempo prima della loro nascita. Non solo, i ricercatori sperano che il loro lavoro possa aiutare un giorno a capire perché non tutti i figli di donne che hanno subito dei traumi o affette da problemi come depressione e fobie sono destinati ad avere a che fare con gli stessi disturbi.

www.ilsole24ore.it – Silvia Soligon.

La dislessia evolutiva (D.E.)

È una difficoltà selettiva nella lettura che coinvolge la rapidità e la correttezza con cui si legge. Ridurre il disagio è possibile, ma è indispensabile intervenire precocemente.

La Dislessia Evolutiva (D.E.) è una difficoltà selettiva nella lettura, in presenza di
– capacità cognitive adeguate;
– adeguate opportunità sociali e relazionali;
e in assenza di
– deficit sensoriali e neurologici;
– disturbi psicologici primari.
Nella D.E. le difficoltà del bambino interferiscono nella vita quotidiana e nel proseguimento degli studi, e persistono nonostante un’istruzione scolastica normale.
In Italia colpisce circa il 4% dei bambini in età scolare.
Spesso le difficoltà di lettura si associano a
– difficoltà nella scrittura (disortografia);
– difficoltà nell’aritmetica;
anche se non necessariamente con la stessa intensità, perché queste tre abilità (lettura, scrittura e aritmetica) presentano delle basi comuni. Si parla, infatti, di sindrome dislessica.
vedi anche Disturbi specifici dell’apprendimento
A volte, nella storia di bambini con D.E. troviamo, in età prescolare, ritardo o disturbo specifico di linguaggio: infatti il bambino può avere anche risolto, nel linguaggio parlato, le difficoltà, ma si trova poi a doverle riaffrontare, ad un livello più alto, quando inizia a leggere e a scrivere.
Dalla definizione di D.E. sono esclusi tutti quei bambini che hanno un disturbo di apprendimento come effetto secondario di una causa principale (scarsa stimolazione socio-culturale, problemi neurologici, sensoriali della vista e/o dell’udito, ritardo di sviluppo, difficoltà cognitive).
Il disturbo di apprendimento di questi ultimi è, infatti, meno selettivo e più globale, riguarda le abilità cognitive in misura più generale e viene chiamato Disturbo aspecifico dell’apprendimento.

COME SI MANIFESTA?
Le difficoltà del bambino possono essere notate quando inizia a leggere e scrivere: nei casi più complessi in prima elementare, o, a volte, sin dall’ultimo anno di scuola materna (se si svolgono gli esercizi di pre-lettura e pre-scrittura). Nei casi più lievi, cominciano a notarsi dalla terza elementare, quando la lettura e la scrittura dovrebbero diventare automatiche e non lo sono.
È possibile riconoscere dei possibili segni quando il bambino
– legge in modo poco fluente;
– legge commettendo errori;
– a volte sembra non ricordare o non comprendere quello che legge;
– spesso commette errori anche quando scrive;
– scrive in modo poco comprensibile;
– spesso ha difficoltà in aritmetica;
– si distrae facilmente.

QUALI DIFFICOLTA’ DI LETTURA?
Nella D.E. ciò che è disturbato della lettura è la “decodifica”, cioè la rapidità e la correttezza con cui si legge.
La rapidità di lettura viene più comunemente valutata con un parametro statistico: nella D.E. essa è significativamente inferiore (2 o più “deviazioni standard”) a quella media dei soggetti della stessa età e livello di scolarizzazione.
Riguardo la correttezza di lettura ci sono degli errori “tipici”:
– errori di tipo visivo, che consistono nello scambio di lettere che hanno tratti visivi simili o speculari (“e” con ” a”, “r” con “e”, “m” con “n”, “b” con “d”, “p” con “q”);
– errori di tipo fonologico, riguardanti lo scambio di lettere che hanno la stessa “radice” (“f” con “v”, “c” con “g”);
– errori di “anticipazione”, cioè una parola letta al posto di un’altra, a cui si accomuna o per lettere iniziali o per significato (es, Algeri con allegri, chissà con chiese, sono stato con sono andato).
Questo accade perché nella D.E. possono essere disturbate una o entrambe le strategie con le quali possiamo leggere:
– la strategia lessicale, con la quale noi guardiamo la parola e la riconosciamo, quindi la diciamo scegliendola tra tutte le parole che conosciamo;
– la strategia fonologica, con la quale c’è un riconoscimento visivo delle singole lettere e un relativo accoppiamento con il fonema corrispondente. Le lettere poi vengono fuse insieme e si ha la parola.
Quest’ultima strategia si usa, nella lingua italiana, quando si impara a leggere, o si legge una lingua straniera, o si legge senza capire. Generalmente i bambini di lingua italiana già alla fine della prima elementare iniziano ad adottare una strategia lessicale di lettura.
La comprensione del testo nella D.E. è variabile, può anche essere buona o sufficiente, dipende molto dalla qualità della decodifica.

CAUSE DEL DISTURBO
Sulle cause della D.E. si è molto discusso in questi ultimi anni: inizialmente sono state fatte ipotesi di deficit percettivo-sensoriali; per lungo tempo poi si è pensato che le origini potessero essere di natura psico-affettiva (approccio sbagliato di genitori o insegnanti, problemi emotivi o relazionali, o di struttura della personalità del bambino).
Le ricerche più recenti sull’argomento confermano l’ipotesi di un’origine costituzionale della D.E.: una base genetica e biologica dà la predisposizione al disturbo, anche se ancora non ne sono stati precisati i meccanismi esatti.
Su di essa contribuisce in modo significativo l’ambiente (inteso anche come ambiente socio-culturale dei genitori), nell’amplificare o contenere il disturbo.
A favore di questa ipotesi ci sono diverse evidenze:
– la tendenza della D.E. alla familiarità, cioè ad essere presente in più membri di una stessa famiglia, anche se con intensità diversa;
– il fatto che nelle coppie di gemelli omozigoti (provenienti, cioè, da uno stesso ovulo, quindi con lo stesso corredo genetico) è molto frequente che entrambi i bambini presentino D.E. o che non la presentino, rispetto alle coppie di gemelli dizigoti (provenienti da due ovuli diversi);
– la tendenza della D.E. a persistere nel tempo, modificandosi, attenuandosi in alcune componenti: di dislessia, cioè, non si guarisce, anche se si può migliorare molto. In particolare, il processo di lettura non diventa mai automatico.
A volte può coesistere la presenza di difficoltà di attenzione e di D.E.
Di solito i bambini dislessici hanno difficoltà a mantenere a lungo l’attenzione a scuola, anzi spesso sono proprio queste difficoltà attentive che vengono rilevate dagli insegnanti.
Bisogna distinguere, nella clinica, se esse sono primarie (un disturbo dell’attenzione è, co-presente, insieme, al disturbo specifico di apprendimento) o se sono secondarie alle difficoltà di apprendimento: in questi casi, il bambino può raggiungere una soglia massima di affaticamento proprio per sovraccarico di risorse attentive e quindi si sottrae all’impegno per lui insostenibile.

LA DIAGNOSI
Una volta esclusi fattori eziologici organici (neurologici o sensoriali), la diagnosi della D.E. (e di un Disturbo di Apprendimento in senso lato), deve essere sia neuropsicologica che globale.
La difficoltà del bambino deve essere cioè analizzata nelle sue componenti per capire le aree di difficoltà, e, soprattutto, le strategie che usa, quelle che non usa e quelle che potrebbe usare.
La diagnosi neuropsicologica deve riguardare quindi tutte le aree di “funzionamento” del bambino:
– le sue capacità cognitive;
– le abilità visuo-motorie, prassiche e spaziali;
– la memoria;
– il linguaggio;
– l’apprendimento in senso stretto (lettura, scrittura e aritmetica);
– l’attenzione;
e deve essere effettuata con tests standardizzati.
A questo proposito l’Associazione Italiana Dislessia (A.I.D.) ha messo a punto un protocollo diagnostico di base per la valutazione dei Disturbi di Apprendimento della Lettura, Scrittura, Calcolo (vedi il sito web www.dislessia.it).
È inoltre importante considerare, da un punto di vista psicologico più generale, la personalità del bambino e come egli vive la sua difficoltà.
È quindi essenziale un collegamento tra lo psicologo e il neuropsichiatra che fanno la diagnosi, il terapista e gli insegnanti.
È opportuno che si costituisca una rete intorno al bambino e che ci sia un approccio omogeneo: da questo dipende in gran parte l’esito favorevole degli interventi.

COSA FARE IN PRESENZA DI D.E.
In presenza di una D.E. (soprattutto se il bambino è nel primo ciclo di scuola elementare) si consiglia una terapia di linguaggio o una terapia neuropsicologica.
È molto importante la precocità dell’intervento: quanto più esso è precoce, tanto più si può intervenire sulla difficoltà del bambino, cercando sia di ridurla, sia di stimolare strategie cognitive per “aggirare l’ostacolo”, prevenendone anche le pesanti conseguenze sul piano psicologico.
È altrettanto importante che l’ambiente familiare e scolastico vada incontro alle difficoltà del bambino che non si possono modificare, aiutandolo nella ricerca delle strategie di compenso e nella costruzione di un’immagine di sé non fallimentare.
È poi indispensabile un adattamento della didattica alle difficoltà di apprendimento del bambino, con l’adozione di strategie compensative o dispensative del compito (lettura silenziosa, uso di un lettore, libri “parlanti”, uso del registratore, uso del computer per la scrittura, ecc…).
Secondo un neurologo inglese, Critchley, il futuro di un bambino con D.E. è tanto migliore:
– quanto migliori sono le sue capacità cognitive;
– quanto più precoce è l’intervento;
-quanto più il bambino e il suo disturbo vengono compresi dall’ambiente (evitando aspettative eccessive o colpevolizzazioni o rassegnazione);
– quanto più adeguato è l’atteggiamento didattico;
– infine quanto maggiore è l’equilibrio psichico del bambino stesso.
Sono elementi sfavorenti, invece, il bilinguismo, i frequenti cambiamenti di classe (e di insegnante), un numero elevato di assenze da scuola, atteggiamenti iperprotettivi sul bambino che possono non permettergli di affrontare le sue difficoltà.

QUALE DISAGIO PER IL BAMBINO
Il bambino con D.E. ha quasi sempre un disagio psicologico conseguente al vissuto delle proprie difficoltà di apprendimento.
Egli, infatti, è il primo a percepire la propria difficoltà vivendola; generalmente tuttavia non sa darsi spiegazioni e tutto ciò ha ripercussioni negative sulla sua autostima e in genere sulla formazione della sua personalità.
Questo disagio può tradursi in disturbi di comportamento (fa il buffone o disturba in classe), rifiuto della scuola, inibizione, chiusura in se stesso, atteggiamenti di disinteresse da tutto ciò che può richiedere impegno, depressione o altri tratti psicopatologici.
Ancora oggi, in un bambino con D.E. spesso vengono notate proprio le difficoltà psicologiche prima delle sue difficoltà di apprendimento.
È molto importante che l’ambiente in cui un bambino con D.E. vive (la famiglia, la scuola) non neghi o fraintenda la sua difficoltà, ma lo aiuti ad affrontare la realtà: i bambini devono sentirsi capiti ed aiutati, concretamente, a casa e a scuola.

www.ospedalebambinogesu.it – Dott.ssa Luigia Milani – Neuropsichiatria infantile.

L’attività fisica nel bambino: dall’età prescolare ai 12 anni.

Nel nostro paese la pratica dell’attività fisica in età evolutiva è molto diffusa perché aiuta il bambino a:

– crescere in modo armonico;

– facilitare la vita di relazione con i coetanei, anche favorendo il confronto e la competizione.

Nei primi anni di vita (età pre-scolare) è consigliabile, quando possibile, la pratica del nuoto che dispone il bambino a muoversi nell’acqua con facilità (acquaticità) e senza timore. Imparare a nuotare è inoltre quasi un dovere sociale in Italia, paese proiettato nel Mediterraneo e contornato in massima parte dal mare.

La prima fase dell’età scolare deve prevedere un’attività fisica aspecifica: il bambino non deve essere indirizzato verso una sola disciplina, ma deve praticare discipline diverse di suo gradimento, sempre con uno spirito di gioco e non di competizione.

Dai 10-12 anni si può iniziare a parlare di attività fisica competitiva, ponendo più attenzione ad una singola disciplina. Nel nostro paese la pratica del calcio è molto diffusa nei soggetti di sesso maschile. Come tutte le discipline, esso consente al bambino uno sviluppo psico-fisico buono, quando si effettua la preparazione fisica generale e non solo la semplice pratica del gioco. Le ragazze rivolgono le loro preferenze alla pallavolo, pallacanestro, nuoto e danza, tutti sport che permettono un ottimo sviluppo.

www.ospedalebambinogesu.it – Dott. Attilio Turchetta (Dipartimento Medico Chirurgico di Cardiologia Pediatrica Osp. Bambino Gesù)

 

Dire di no ai bambini: quando, perché, come.

STABILIRE LIMITI (estratto dal libro: “GENITORI CHE AVVENTURA! PRINCIPI PRATICI PER EDUCARE I FIGLI“, edizioni San Paolo, autrice Sofia Mattessich)

Circa all’età di un anno diventa necessario dire al bambino i primi “no” e cominciare così a stabilire dei limiti; di frequente i genitori esitano a farlo, un po’ per stanchezza – cedere a qualunque desiderio del figlio può sembrare in un primo tempo più facile che opporvisi –, un po’ perché desiderano non farlo soffrire.
Innanzitutto, è necessario distinguere i bisogni del bambino – esigenze che vanno soddisfatte – dai suoi desideri – che non è detto vadano esauditi. Per esempio, può darsi che un figlio, in seguito a un trasloco o a un altro cambiamento nella sua vita, richieda maggiormente la vicinanza dei genitori; sarebbe opportuno, in questo caso, che la sua esigenza venisse riconosciuta e in qualche misura soddisfatta nel periodo necessario al bambino per adattarsi. È diverso, invece, il caso di un figlio che desidera sempre addormentarsi con il genitore accanto al suo letto: si tratta di un desiderio al quale può essere bene dire “no”.
Il “no” detto con affetto, calma e fermezza è salutare; i limiti imposti al bambino devono essere stabili e coerenti (il più possibile condivisi da tutti coloro che si occupano di lui), in modo che egli abbia chiaro ciò che è permesso e ciò che è proibito. Il bambino che riesce ad averla vinta con un genitore, può esprimere un senso di trionfo in un primo momento, ma in realtà il fatto di riuscire a dominare l’adulto che si occupa di lui, di sentirsene più potente, gli trasmette insicurezza e ansia: il piccolo si sente in balìa dei suoi desideri e delle sue emozioni, senza che vi sia un adulto forte che sappia arginarli – adulto forte che dopo qualche anno il bimbo interiorizzerebbe come un’istanza mentale che gli permette di autoregolarsi. In altre parole, l’adulto che pone dei limiti – ripeto: con affetto, calma e fermezza – contribuisce a strutturare la personalità del bambino, in modo che un domani sarà lui capace di dirsi autonomamente, per esempio: “No, adesso non posso giocare, perché prima devo finire i compiti”.
Di fronte al “no”, il bambino sperimenta frustrazione e può darsi che provi rabbia; lasciamogliela esprimere, ma secondo modalità socialmente accettabili: per esempio, non accettiamo che ci prenda a calci, ma accettiamo che pesti i piedi per terra. L’esperienza della frustrazione rappresenta per il piccolo un’opportunità essenziale di imparare a far fronte alle difficoltà e di rafforzarsi. I bambini che vedono soddisfatti tutti i loro capricci non crescono felici, ma fragili.
Quando diciamo “no” a un desiderio di nostro figlio o vogliamo sgridarlo per qualche motivo, dobbiamo osservare tre passi: 1) esprimere comprensione per il suo desiderio e i suoi sentimenti; 2) mostrargli però le esigenze della realtà; 3) dargli sostegno e valorizzarlo. Per esempio, potremmo dire: “(1) Capisco che vorresti restare qui al parco a giocare con i tuoi amici e che ti dispiace dover tornare a casa, (2) ma dobbiamo rientrare, perché devo preparare la cena; (3) [quando il bambino acconsente, seppur sbuffando] bravo, ero certa che avresti capito”. Oppure: “(1) Capisco che sei arrabbiato perché quel bambino è salito sulla tua bici senza permesso, (2) ma non bisogna mai dare gli spintoni: devi chiedergli ‘puoi scendere dalla mia bici?’; (3) capita a tutti di sbagliare: sono certa che la prossima volta saprai fare meglio”. In questo modo il bambino non percepisce un genitore “cattivo” che proibisce e sgrida, ma un genitore che (1) lo capisce e (2) gli indica le esigenze della realtà che comportano anche frustrazioni – frustrazioni alle quali (3) egli è in grado di far fronte.

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Sofia Mattessich “Genitori che avventura! Principi pratici per educare i figli”

Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2013, pp. 50, € 7.00 (e-book: € 2.99)

Sofia Mattessich

Genitori che avventura! Principi pratici per educare i figli.

Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2013, pp. 50, € 7.00 (e-book: € 2.99)

Capita di sovente, al termine di un incontro di formazione per genitori, di sentirsi rivolgere la richiesta di indicazioni bibliografiche valide e spendibili Non è facile fornire risposte adeguate. Non perché manchino i titoli: la letteratura al riguardo è abbastanza abbondante. Il problema sta piuttosto nel trovare testi che uniscano l’immediatezza della comunicazione ad una sufficiente dose di profondità.

Sono ovviamente da evitare quei manualetti che pretendono di impartire “istruzioni per l’uso” al genitore fornendo facili ricette da applicare ciecamente. Appare evidente che in un campo così delicato, che mette in gioco la peculiarità e l’unicità del rapporto genitore-figlio, l’unica via praticabile sia quella di proporre un “metodo”, e quindi un atteggiamento, uno stile operativo capace di generare scelte autonome, da incarnare nelle situazioni specifiche che si presentano nella vita quotidiana.

Ma trasmettere un metodo non è cosa semplice. I testi metodologici (un esempio fra tutti : “Genitori efficaci” di Thomas Gordon) risultano spesso difficili da assimilare per un genitore che non abbia una cultura specialistica, e che non sia avvezzo ai linguaggi delle scienze dell’educazione.

E’ a partire da queste considerazioni che ho letto con curiosità, e poi con crescente attenzione, il piccolo libro di Sofia Mattessich, psicologa specializzata nell’area dello sviluppo di bambini e adolescenti.

Il testo ha il pregio della brevità, e insieme della chiarezza espositiva. Attraverso alcune parole-chiave (relazione, conoscenza, limiti, autostima…) e con esempi pratici tratti dalla vita familiare conduce il lettore ad immedesimarsi in uno sguardo, a fare propri gesti e strategie che – lo si può leggere tra le righe – riconducono ad una precisa visione psicopedagogica dell’educazione e del ruolo genitoriale.

La centralità dell’ascolto, della relazione affettiva, l’importanza dell’empatia (“mettersi nei suoi panni”), la gestione dei limiti e delle emozioni, la correzione orientata sempre all’incoraggiamento, la promozione dell’assertività, il sostegno dell’autostima… Sono tutti “principi”, non enunciati in modo astratto, ma documentati in azioni concrete, che si rifanno ad un modello che pone al centro il bambino, la sua vita emotiva, la sue esigenze, mettendo in discussione le pretese dell’adulto, le sue aspettative spesso esorbitanti, le sue ansie prestazionali.

Colpisce, nelle modalità espositive dell’autrice, lo sforzo costante di evidenziare il “rovescio positivo” di ogni situazione, di ogni intervento educativo. Anche l’uso dei “no”, la correzione, la gestione delle rabbie, il richiamo alle regole vengono riproposti in chiave affettiva, con una cura costante ad evitare gesti di squalifica e di disconferma, a trasmettere al figlio stima e comprensione, a privilegiare i “comandi positivi” rispetto alle critiche e alle proibizioni.

Leggere queste pagine significa fare un piccolo percorso, prendendo le distanze dall’immagine del “figlio ideale”, per “riconoscere e valorizzare il figlio reale, quale egli è, con le sue qualità e i suoi limiti”.

Luigi Regoliosi (Docente Facoltà Scienze dell’Educazione, Università Cattolica di Brescia)

I bimbi e le loro domande imbarazzanti

I bimbi e le loro domande imbarazzanti

Come nascono i bambini? Come escono dalla pancia della mamma? Da dove arrivano? Prima o poi giunge, inevitabilmente, il momento delle domande e delle risposte da dare.
Ecco cosa fare e, soprattutto, cosa dire ai nostri figli.

Dai tre anni in poi e’ normale che i nostri figli comincino ad avere curiosita’ riguardanti il sesso e le differenze tra maschietti e femminucce. Del resto la televisione, la scuola, il confronto con gli amici sono stimolazioni continue che li portano a chiedersi il perche’ di certe diversita’ e fortificano in loro la naturale voglia di sapere. Questi desideri di conoscenza non hanno nulla di preoccupante, anzi l’attenzione, proprio attorno a questa eta’, si sposta sugli organi sessuali e l’argomento stimola particolarmente la loro fantasia.I genitori, il piu’ delle volte, si trovano spiazzati e imbarazzati e non sanno come reagire. Un primo consiglio, semplice ma importante, e’ di confrontarsi con serenita’ e pazienza anche sui temi piu’ delicati, senza far pensare al piccolo di aver fatto domande indiscrete o inappropriate. e’ bene, inoltre, che tutti e due i genitori parlino con il figlio, in modo che entrambi abbiano confidenza con lui e che, soprattutto il maschio, possa sentirsi ancora più a suo agio nel confrontarsi proprio con la persona del suo stesso sesso, a cui si ispira.

E quando il bimbo pone una delle sue fatidiche domande, meglio non agitarsi e rispondergli. Sempre. Rispettando i suoi tempi e ricordando che anche forzarlo a sapere, qualora non abbia alcun interesse all’argomento, gli crea solo un’inutile ansia.

ALCUNE LETTURE CONSIGLIATE

Le domande dei bambini di Oliviero Ferraris – Bur biblioteca Universale Rizzoli.
Sessualità e bambini di Nessia Lanado – Red Edizioni.
Parlami d’amore. Educazione affettiva e sessuale dei bambini dai 3 ai 12 anni di Pélissié du Rausas Inès – Paoline Editoriale Libri.

Rimandare il momento del confronto aiuta noi a prepararci meglio, ma puo’ confondere il bambino.

Ancora, fingere di non aver capito o sentito, lo farebbe sentire poco considerato. Non ditegli bugie, ma raccontategli la verità senza essere troppo scientifici. Non serve. Rispondete solo a quello che vi ha chiesto, partendo dall’esempio più lampante e familiare: l’amore che c’è tra mamma e papà, un rapporto specialissimo fatto anche di baci e carezze che si è coronato proprio con la sua nascita.

Mamma ho paura del buio

Mamma ho paura del buio

La paura fa parte della vita.
Anche di quella dei nostri bambini. Si tratta solo di saperla affrontare.

Quando si parla di bambini, nella maggioranza dei casi le paure, oltre a far parte di uno sviluppo fisico e psicologico naturale, sono spesso frutto di fantasie che non devono, però, essere alimentate: si possono, infatti, risolvere semplicemente ascoltando i piccoli ”fifoni”, parlandone insieme e cercando di comprendere l’origine di certi sentimenti. E’ indubbio, del resto, che i nostri bimbi vengono continuamente bombardati da messaggi troppo spesso violenti. Anche la vita reale raccontata dai genitori e dagli amici, ma anche semplicemente dai telegiornali non è così rosea: disastri atmosferici, violenze, sfruttamenti di ogni sorta, malattie e povertà sono all’ordine del giorno. E’ normale che i bambini crescano, allora, con una sorta di preoccupazione continua e di insicurezza costante.
Non dobbiamo poi dimenticare che gli esseri umani, per loro natura, sono soggetti a paure ancestrali quali quella del buio, della morte, dell’essere distaccati dalla famiglia d’origine, della guerra.

La paura, se non limita la quotidianita’, e’ anche uno strumento per comprendere che esistono pericoli reali dai quali e’ opportuno prendere le doverose distanze.

Superare i piccoli terrori

Di sicuro farli sentire inadeguati o ”sbagliati” non e’ una soluzione.
Di pari passo, proteggerli sempre dalle loro paure non li aiuta comunque.
Tenerli, ad esempio, nel lettone quando la notte si svegliano li portera’ a pensare che stare da soli, nello loro cameretta, e’ davvero pericoloso e che e’ bene rifugiarsi tra le braccia di mamma e papà in ogni momento. Accendere la luce quando non vogliono affrontare l’oscurità li aiutera’ a rinforzare l’idea che il buio celi chissa’ quali mostri sconosciuti.
Usiamo, invece, racconti e favole semplici. In cui i protagonisti possono essere proprio dei bambini normali, dotati di limiti assolutamente umani, non muniti di super poteri per sconfiggere angosce reali o presunte che siano. Come Hansel e Gretel che sbaragliano con l’astuzia la strega, Biancaneve che ha la meglio sulla matrigna cattiva, il piccolo pesciolino Nemo che, dopo mille vicissitudini, ritrova il suo papa’ mostrando un coraggio da leone. In questo modo i piu’ piccoli capiranno che lo sgomento e’ normale, che le stesse paure sono superabili e la forza d’animo aiuta a vincerle.

Acqua pura a casa tua! SICURA, PRATICA ED ECOLOGICA

I VANTAGGI DEL DEPURATORE, l’acqua del rubinetto sarà:

  • Priva di cloro, calcare, metalli e altre sostanze nocive
  • Ottima non solo per bere ma anche per cucinare, mantiene e valorizza i sapori
  • Acqua pura a volontà al prezzo più basso
  • Ecologica, non produce rifiuti tossici e non necessita di bottiglie di plastica
  • Nessun problema di trasporto, né di peso o ingombro.

A PROPOSITO DI MINERALI
Il trattamento ad osmosi inversa fornisce un’acqua che per contenuti di sali disciolti è paragonabile alle più leggere acque oligominerali in commercio.
Acque con residuo fisso tra 20 e 50 mg/Lt.

Gli impianti Acqualife possono essere regolati per stabilire la quantità di Sali disciolti a piacimento del cliente. Nonostante la propaganda, il nostro corpo assume i minerali necessari non tanto dall’acqua ma tramite i cibi! Il latte ed il formaggio ad esempio contengono moltissimo calcio facilmente assimilabile dall’organismo. Per ottenere la stessa quantità di calcio contenuta in un etto di grana o in un litro di latte sarebbe necessario bere centinaia di litri d’acqua.
Se necessiti di minerali il medico ti farà prendere integratori e consiglierà una dieta specifica, non dirà certo di bere più acqua…
Disciolti nell’acqua potabile, oltre ai “preziosi minerali” (con cui di solito si intende calcio e magnesio, che formano anche il calcare) – ci possono essere concentrazioni anche elevate di altre sostanze non certo “preziose”.
E’ opinione di molti che sia preferibile rinunciare a pochi milligrammi di calcio pur di assicurarsi un’acqua pura, al 99% priva di altre sostanze potenzialmente nocive.

Acqualife è un prodotto Ecogenia

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Piccoli mostri nell’armadio – “A Little Story about the Monsters in Your Closet”

Uno studio di Greenpeace rivela sostanze chimiche pericolose nei vestiti per bambini di note marche.

Sintesi del rapporto “A Little Story about the Monsters in Your Closet”.
Una nuova ricerca di Greenpeace rivela sostanze chimiche pericolose nei vestiti e nelle scarpe per bambini di note marche di abbigliamento, da quello casual e sportivo a quello di lusso.
Il rapporto “A little story about the monsters in your closet…” fa seguito a numerose ricerche pubblicate da Greenpeace nell’ambito della sua campagna “Detox”, che hanno rivelato come diverse sostanze chimiche pericolose siano presenti nei tessuti e nei prodotti in pelle, a causa del loro utilizzo nella fase di produzione. Questa ricerca conferma che l’uso di sostanze pericolose è ancora diffuso, perfino nella produzione di vestiti per bambini e neonati.
Sono stati testati 82 articoli per bambini acquistati tra maggio e giugno 2013 in 25 Paesi del mondo in negozi monomarca o da altri rivenditori autorizzati. Gli articoli sono risultati prodotti in 12 Paesi. Il campionamento comprendeva marchi popolari come American Apparel, C&A, Disney, GAP, H&M, Primark, e Uniqlo e marchi di abbigliamento sportivo come Adidas, LiNing, Nike e Puma, per arrivare a marchi del lusso come Burberry. I prodotti sono stati inviati ai laboratori di Greenpeace presso l’Università di Exeter in Gran Bretagna, da dove sono stati smistati a laboratori indipendenti accreditati. In tutti i campioni è stata ricercata la presenza dei nonilfenoli etossilati (NPEs); alcuni prodotti sono stati analizzati anche per verificare la presenza di ftalati, composti organostannici e composti chimici perfluorurati (PFCs) o antimonio, nei casi in cui il tipo di prodotto giustificava ulteriori analisi. I test per rilevare l’antimonio sono stati condotti dai laboratori di Greenpeace presso l’Università di Exeter. Nonostante i prodotti acquistati fossero destinati a bambini e neonati, non è stata riscontrata una differenza significativa tra il livello di sostanze chimiche rilevate in questo studio e quello riscontrato in analisi precedenti (per lo stesso tipo di sostanze chimiche pericolose) su capi di abbigliamento per adulti (uomo/donna).

Nonilfenoli etossilati (NPEs): sono stati trovati in 50 prodotti su 82, a livelli che vanno da appena 1 mg/kg (il limite di rilevamento) fino a 17.000 mg/kg. Si tratta del 61% di tutti i prodotti testati. Tutti i marchi hanno almeno un prodotto nel quale sono stati rilevati nonilfenoli etossilati. I marchi con i livelli più elevati di NPEs nei loro prodotti (superiori a 1.000 mg/kg) sono C&A, Disney e American Apparel. I valori rilevati per Burberry non sono molto inferiori, con 780 mg/kg in uno dei prodotti. I NPEs sono stati rilevati in prodotti provenienti da 10 Paesi di produzione su 12.

• Gli ftalati sono stati trovati in 33 campioni dei 35 che presentavano stampe al plastisol. Due di questi campioni contenevano concentrazioni molto elevate di ftalati se confrontati con precedenti analisi effettuate da Greenpeace: una maglietta di Primark venduta in Germania conteneva l’ 11% di ftalati, mentre una tutina per bambini di American Apparel venduta negli Stati Uniti ne conteneva lo 0.6%. I livelli di ftalati rilevati in questi due articoli non sarebbero consentiti dalla legislazione europea, che però non si applica agli indumenti, ai giocattoli e articoli per bambini.


• I composti organo-stannici (composti organici dello stagno) sono stati trovati in tre articoli con stampe al plastisol (sui 21 testati) e in tre calzature su cinque. Le concentrazioni più elevate di composti organostannici sono state riscontrati in tre calzature di Puma e Adidas, con i livelli più elevati trovati in un paio di scarpe sportive della Puma. Per queste calzature, la concentrazione di composti organo-stannici (detta DOT) rilevata era più alta dello standard Oeko-texs – una certificazione di sostenibilità volontaria – e degli standard fissati da Adidas e Puma per i DOT nelle proprie liste di sostanze proibite.

• Uno o più PFCs (composti perfluorurati) sono stati rilevati in ciascuno dei 15 articoli testati per il rilevamento di tali sostanze. Tre prodotti Adidas, una giacca da bambino di Nike e un giacchetto di Uniqlo hanno mostrato concentrazioni relativamente elevate di PFCs (sia volatili, sia ionici). Le analisi per i PFCs ionici hanno mostrato la presenza di PFOS (perfluorottani sulfonati) in una scarpa Adidas15 e in un costume Burberry16. Le concentrazioni di PFCs e PFOA ionici trovate in un costume Adidas erano molto più elevate del limite di 1 μg/m² fissato dalla Norvegia per il 2014 e perfino da Adidas nella sua lista di sostanze proibite.


• L’antimonio è stato ritrovato in tutti e 36 gli articoli in cui è stato cercato. Si tratta di prodotti contenenti tessuti di poliestere al 100% oppure di poliestere e altre fibre.

Il ruolo delle multinazionali
Le maggiori imprese tessili che si muovono sul mercato globale possono adottare soluzioni con un impatto significativo per arrivare all’eliminazione delle sostanze chimiche pericolose nell’industria nel suo complesso. Greenpeace chiede alle imprese di riconoscere l’urgenza del cambiamento e di agire da leader sulla scena globale, impegnandosi all’eliminazione delle sostanze chimiche pericolose entro il 1 gennaio 2020. L’impegno che chiediamo è di avviarsi lungo un percorso ambizioso ma realizzabile, con una serie di scadenze per arrivare all’eliminazione progressiva di tutte le sostanze chimiche pericolose.
Dal lancio della campagna di Greenpeace “Detox” nel luglio 2011, 18 importanti aziende del settore dell’abbigliamento si sono impegnate pubblicamente. Mentre la maggioranza di loro si sta impegnando realmente, tre compagnie – Adidas, Nike e LiNing – non stanno tenendo fede alle loro promesse. Allo stesso tempo altri marchi non hanno ancora preso alcun impegno Detox, nonostante il loro coinvolgimento in scandali ambientali riportati in numerosi rapporti di Greenpeace (vedi nota 2). I risultati di questo rapporto in cui ogni marchio ha uno o più prodotti per bambini contenenti sostanze pericolose mostra l’urgenza con cui le aziende del settore devono ripulire la loro filiera e assicurare un futuro pulito alle prossime generazioni. Il ruolo dei governi Greenpeace chiede al governo cinese di adottare un impegno politico per arrivare all’obiettivo “Scarichi Zero” di sostanze chimiche pericolose nell’arco di una generazione. Si tratta di applicare il principio di precauzione, incluso un approccio preventivo che eviti la produzione e l’uso di sostanze pericolose e il loro successivo rilascio nell’ambiente. L’impegno deve essere seguito da una serie di politiche e regolamenti con obiettivi a breve-medio termine per il bando della produzione e l’uso di queste sostanze; una lista dinamica di sostanze che richiedono un’azione immediata (in base al principio di sostituzione) e un registro pubblico dei dati sulle emissioni e le perdite di sostanze pericolose.

Il ruolo dei consumatori

I nostri bambini meritano di vivere in un mondo libero da sostanze chimiche pericolose e gli adulti in tutto il mondo possono trasformare questo sogno in realtà.
Come genitori, cittadini globali e consumatori, agendo insieme possiamo sfidare i maggiori marchi mondiali e i governi a realizzare il cambiamento urgente di cui abbiamo bisogno. La richiesta di un mondo della moda libero da sostanze tossiche ha già visto l’impegno di 18 tra le maggiori aziende del settore, tra cui H&M, Zara, Valentino e Puma. Non fermiamoci qui. L’impegno Detox deve essere di tutti.
Io con i Piccoli Mostri non ci voglio giocare!

 

http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/code/2014/little-monsters/index.html

Farmaci e allattamento (tratto da www.sip.it – Società Italiana di Pediatria)

Fortemente ridimensionati i timori per l’assunzione di farmaci da parte di donne in allattamento. Tranne alcuni analgesici, psicofarmaci e fitofarmaci infatti i rischi di contaminazione del latte materno sarebbero minimi, sostiene il recentissimo aggiornamento alle linee-guida in materia effettuato dall’American Academy of Pediatrics (AAP) dopo 12 anni e pubblicato sulla rivista “Pediatrics”.

Spiega Hari Cheryl Sachs, professoressa di Pediatria alla George Washington University e al Children’s National Medical Center e consulente della Food and Drug Administration, che ha coordinato l’aggiornamento: “È l’affermazione del pensiero più attuale in materia, e deriva dalle informazioni più approfondite disponibili oggi rispetto al 2001, quando le linee-guida AAP sui farmaci in allattamento sono state pubblicate. Il messaggio è: prima di far interrompere l’allattamento al seno alle pazienti bisogna valutare bene la questione”. Secondo l’AAP infatti la maggior parte dei farmaci non si concentra nel latte materno in livelli clinicamente significativi. L’assunzione di alcuni narcotici (codeina, idrocodone, ossicodone) è invece incompatibile con l’allattamento al seno. Nel caso di terapia con alcuni antidepressivi, antipsicotici e farmaci per l’abuso di sostanze l’allattamento deve suscitare preoccupazione, mentre in altri casi è definito “accettabile”. Capitolo a parte per alcuni prodotti erboristici: l’utilizzo dell’afrodisiaco Yohimbe può causare eventi gravi e persino letali, mentre l’iperico o erba di San Giovanni causa coliche, sonnolenza e letargia nei neonati allattati al seno.

“È una pubblicazione che attendevamo da lungo tempo”, spiega Ruth Lawrence, esperta di allattamento al seno presso l’University of Rochester Medical Center di Rochester, che non ha lavorato all’aggiornamento targato AAP. “La tendenza più diffusa tra i pediatri finora è stata: non sapendo se è pericoloso, per sicurezza sospendiamo l’allattamento al seno, mentre invece i farmaci che debbono indurre una scelta così importante sono molto pochi”. Negli Stati Uniti si stima
che circa l’80% delle neo-mamme dimesse dopo il parto allatti al seno, ma dopo 3 mesi questa percentuale si riduce al 30%, e una delle cause principali di questo calo è proprio la preoccupazione per i danni potenziali al bambino di farmaci assunti dalla madre. L’AAP raccomanda ai pediatri di chiedere informazioni dettagliate alle madri in allattamento sull’assunzione di eventuali farmaci o prodotti erboristici e ricorda che è disponibile per ogni informazione il database LactMed dei National Institutes of Health.

(David Frati – Fonti: Sachs HC and COMMITTEE ON DRUGS. The Transfer of Drugs and Therapeutics Into Human Breast Milk: An Update on Selected Topics. Pediatrics 2013; DOI: 10.1542/peds.2013-1985
Winslow R. Many Drugs Found Safe for Breast-Feeding Mothers. The Wall Street Journal 26/08/2013).

Autismo, la Dott.ssa Anna Pazzaglia ci aiuta a capirlo.

Iniziamo la collaborazione con la Dott.ssa Anna Pazzaglia cercando di rispondere nel modo più semplice possibile alle domande che ci avete fatto.

Che cos’è l’autismo?

L’autismo è un disturbo della sfera della comunicazione verbale e non verbale (gestuale) che impedisce al bambino di decodificare la realtà che gli sta intorno e le relazioni con gli altri nella loro reciprocità.

Che cosa caratterizza il bambino autistico?

Il bambino autistico ha serie difficoltà a sviluppare il linguaggio verbale e non verbale che può mancare del tutto o può manifestarsi con frasi ripetute e senza significato (per il linguaggio verbale).
Non riesce a relazionarsi con gli altri e vive stati di tensione emotiva che si manifestano con le stereotipie (comportamenti ripetitivi e ossessivi).

Il bambino autistico ha risposte sensoriali incoerenti sembra sordo e sembra pure che nn avverta il dolore il caldo il freddo.

Può essere un idiot savant ovvero sviluppare grosse capacità in ambiti particolari come la pittura oppure semplicemente la ripetizione mnemonica di numeri complessi in sequenza pur presentando un ritardo mentale.

Da cosa deriva l’autismo?

Non è ancora chiara l’origine ma sembra che ci siano cause ereditarie fattori dovuti a infezioni del feto danni al cromosoma X oppure al dna. E’ quai sempre presente una lesione a livello cerebrale.

Il bambino autistico ha un’intelligenza normale?

Il bambino autistico presenta un ritardo mentale atipico che è dovuto alla mancanza di possibilità di mettersi in relazione con gli altri e col mondo.Usa gli oggetti in maniera impropria cominciando dai giochi.

I bambini autistici possono parlare?

Ci sono bambini che parlano ripetendo frasi in maniera ossessiva anche frasi che hanno sentito mesi prima e che si ricordano perfettamente. Si può con una logopedia adeguata ai bisogni del soggetto agire attraverso ad esempio l’autoconversazione modalità in cui il terapista parla da solo a voce alta producendo nel bambino uno specchio per relazionarsi.

Si può aiutare un bambino nelle sue difficoltà di coordinamento psicomotorio?

Si agisce con la psicomotricità che prenderà in considerazione una dimensione ludica per il suo intervento nella quale si forma una relazione fondata sul gioco che sarà matrice di dei primi apprendimenti e delle prime comunicazioni in maniera integrata.

Come può aiutarlo un genitore?

Un genitore non deve adattarsi alla sua mancanza di movimento ma può aiutarlo insieme allo psicomotricista attraverso giochi di movimento in maniera indiretta giochi che presuppongono una distanza per indurli al movimento.

Ci sono persone che possono aiutare mio figlio a svolgere le attività quotidiane?

Si gli educatori possono realizzare un progetto su misura osservando le abilità acquisite e sviluppando quelle mancanti.

Come lavora un educatore su mio figlio?

L’educatore darà degli aiuti relazionali ovvero guiderà vostro figlio con le sue mani facendogli fare il gesto ad esempio di lavarsi le mani, farà da specchio eseguendo l’azione e poi in un secondo momento chiederà aiuto nello svolgerlo, indicherà in maniera gestuale o attraverso cartelli dove sta l’oggetto che serve in quel momento userà un suggerimento verbale come allacciati le scarpe. Tutte queste azioni mirano ad un’indipendenza graduale raggiunta con l’educatore.

Mio figlio si fa i bisogni addosso come posso aiutarlo?

Sia gli educatori che i genitori possono aiutarlo. Innanzitutto osservando i momenti della giornata in cui si fa i bisogni addosso e poi per aiutarlo a raggiungere il controllo sfinterico bisognerà anticiparlo ed accompagnarlo in bagno nei momenti rilevati con l’osservazione facendoli eseguire la sequenza senza stress e premiandolo se questa verrà svolta in maniera corretta. Di notte bisognerà svegliarlo prima dell’orario del bisogno utilizzare un pannolino mutandine e usare una luce tenue per farlo andare in bagno non immettendo nella sequenza anche l’accensione della luce principale (creando così un ulteriore complicazione nella sequenza).

Anna Pazzaglia ha master in Pedagogia speciale: progettista specializzato in percorsi di inclusione/integrazione per il “superamento degli handicaps” di 1.500 ore attivato presso l’Università di Bologna. Vive a Bologna e potete contattarla tramite la sua E-mail: annapazzaglia@alice.it o presso la nostra redazione.

Tante coccole Antigelo

Il freddo incalza, ”coprite” i bambini di attenzioni che li riparino: cibi sani e rimedi semplici costituiscono il segreto per rinforzare l’organismo dei nostri piccoli.

L’inverno sta arrivando, le giornate sono sempre più grigie e… gli starnuti sono in agguato. Eppure, non sempre i sintomi di un raffreddamento da parte del piccolo di casa devono essere motivo di allarme per suoi genitori. Spesso basta poco per aiutare bambini a riprendersi; i fastidi di ”stagione”, infatti, si possono curare con il buon senso e qualche rimedio naturale ”fai da te”.

Respirazione fluida

Se, per esempio, vi accorgete che il vostro bimbo ha il raffreddore e non riesce a respirare bene, aiutatelo con un rimedio ”della nonna”, come quello di preparare un buon brodo con pollo, verdure e aromi. Prima di farglielo sorseggiare lentamente, però, abbiate l’accortezza di fare in modo che il bimbo ne inali i vapori (un po’ come quando si fanno i suffumigi) con l’aiuto di una capace zuppiera: in questo modo le mucose nasali vengono decongestionate e la respirazione diviene più fluida.

Per combattere raffreddamenti vari è altrettanto consigliabile fare dei pediluvi e insegnare ai bambini a immergere i piedini, per almeno dieci minuti, in una bacinella di acqua calda (senza esagerare con la temperatura!). Passando all’alimentazio-ne, pompelmi, arance, kiwi, uova, carne rossa e bianca, succhi di frutta, cereali e tè deteinato sono veri alleati per combattere l’arrivo del freddo e far funzionare al meglio l’organismo e il sistema immunitario.

Tosse e mal di gola

E ancora, se il problema è una brutta tosse, una cura semplicissima e gustosa è quella di preparare dei fantastici biscottini all’anice (che è un ottimo espettorante). La ricetta è facilissima: basta aggiungere circa tre cucchiaini di semi di anice a un composto formato da 4 uova, lavorate con 125 g di zucchero, 125 di miele e con 300 g di farina, e versare il tutto in una teglia, quindi infornare per 30-40 minuti, far raffreddare tagliare a rettangoli.

IN CASO DI FEBBRE

Nel caso in cui il bambino avesse un pochino di febbre, è consigliabile non forzarlo a mangiare ma farlo bere molto spesso, soprattutto bibite zuccherate (non gassate) e dargli del miele al posto del solito zucchero raffinato, che potrebbe ostacolare l’assorbimento della vitamina B.

 

In questo periodo non si sottovalutino i cibi ”anti-freddo”

Per il mal di gola la propoli è un rimedio naturale dalle note doti antinfiammatorie e disinfettanti; in erboristeria e in farmacia si trovano pastiglie, tinture e spray pronti all’uso di grandissima efficacia; oppure si possono far bollire 15 g di cannella in un litro d’acqua far bere al piccolo il composto, dopo averlo filtrato, due o tre volte al giorno.

Sport, alleato della salute

Una disciplinata attività fisica è indispensabile per aiutare il fisico a svilupparsi correttamente

Una crescita armoniosa, sana ed equilibrata garantisce ai bambini uno sviluppo fisico e mentale appropriato e ideale. Per questo, oltre a un’alimentazione varia e ricca, è necessario praticare uno sport fin da piccoli. Una corretta e disciplinata attività fisica è indispensabile per aiutare l’organismo a mantenersi in salute e il fisico a svilupparsi correttamente, soprattutto nella fascia di età che va dai 3 ai 12-13 anni.

Veloce crescita

Verso i 4 anni, infatti, il corpo comincia una veloce crescita, prevalentemente “ossea” ed è quindi proprio da questo momento in poi che lo sport diventa un fondamentale alleato della salute presente e futura del bambino. L’attività fisica stimola anche la produzione di endorfine, molecole importanti per rinforzare la stima in se stessi e mantenere costante l’equilibrio interno, donandogli un fondamentale benessere psicologico. I bambini che intraprendono un’attività sportiva hanno, inoltre, la possibilità di passare più tempo fuori casa e socializzare, allargando la loro cerchia affettiva o, comunque, scoprendo nuove realtà ed evitano di stare eccessivamente davanti alla televisione o al computer.

Allo stesso tempo, i piccoli imparano ad autodisciplinarsi scoprendo le regole o i principi dello sport prescelto e abituandosi a rispettarli e condividerli, abbracciando la sportività . Tra le pratiche sportive ce ne sono alcune più indicate per bambini, come le arti marziali, soprattutto il karatè, che permettono di sviluppare il fisico in maniera armoniosa, insegnando metodi di difesa senza un contatto violento e con grande rispetto degli avversari.

Non ci sono sport “migliori” di altri

Un altro sport completo e consigliabile per l’età della crescita è il triathlon, la disciplina che unisce tre sport in uno: il nuoto, la bicicletta e la corsa praticati in gara. E ora, qualche consiglio di comportamento per i genitori di un piccolo sportivo. È importante che il bambino possa praticare senza forzature lo sport che più gli è congeniale, che deve sempre essere vissuto, almeno fino ai 12-13 anni, come un momento di svago e di aggregazione e non come una pressione, una costrizione da parte di genitori o di tecnici.

BUONO A SAPERSI

In genere, qualsiasi disciplina sportiva si decida di intraprendere, si consigliano di solito 2-3 allenamenti alla settimana di circa 1-1,30 ore ognuno. Non bisogna, infatti, rischiare di affaticare l’organismo del bambino.

Spingere con allegria i figli a impegnarsi a calcio, pallacanestro o nuoto può essere un modo per incentivarli ma è importante non esagerare, non cercare a tutti i costi “il risultato” o non obbligarli a essere competitivi a tutti i costi. I piccoli non devono essere investiti dell’ansia di non aver giocato bene o di dover vincere perchè questo agonismo esasperato darà un peso enorme a un eventuale insuccesso, provocando loro inutili frustrazioni.

Mamma, mi fa male un dente!

La carie colpisce anche i denti da latte, ma si può prevenire. Basta un po’ di impegno e prendere qualche accortezza

I denti da latte sono molto spesso e con grande facilita’ preda della carie. Quali le cause di questo fastidioso fenomeno troppo spesso sottovalutato perche’ colpisce denti destinati naturalmente a cadere? Recenti studi hanno dimostrato che sono alcune abitudini non proprio corrette a favorire l’insorgenza di questa malattia, dovuta all’azione lenta e progressiva di alcuni batteri gia’ presenti nella placca batterica (la sottile pellicola che si deposita regolarmente sui denti).

Non un solo colpevole

Quando i batteri si moltiplicano, trovando nella cavit. orale le condizioni ideali al loro sviluppo, possono aggredire lo smalto del dente, deteriorandolo, oppure spingersi piu’ in profondita’, attaccare la dentina e provocare dolori acuti che, in qualche caso, portano inevitabilmente all’estrazione del dente malato. La carie non si forma, pero’, solo per un’eccessiva assunzione di bevande zuccherate (seguite magari da una frettolosa e poco coscienziosa igiene orale) ma e’ spesso dovuta anche a un prolungato allattamento, sia al seno che con il biberon, dopo che i dentini sono gia’. spuntati.

IL DENTISTA? UN AMICO!

Le visite periodiche dal dentista, che non va consultato solo quando il problema esiste già, devono diventare un&’abitudine. Se il bimbo impara a curare responsabilmente i propri dentini e a non farli ammalare, anche l’incontro con questo temutissimo personaggio sarà più sereno. Allora, se a vostro figlio sono appena spuntati i primi denti, cominciate da subito a prevenire la carie con semplici accorgimenti e un po’ di attenzione: lo aiuterete a crescere in salute e sorridente!

 

Limitare i dolci

In questi casi, infatti, soprattutto se il piccolo ha l’abitudine di poppare poco prima di addormentarsi, il liquido succhiato rimane in parte sul palato che viene invaso dai batteri cariogeni che cominciano il loro paziente e antipatico lavoro. I denti da latte, inoltre, non sono forti come quelli permanenti e divengono un facile bersaglio per la carie che agisce molto piu’ velocemente su queste strutture ”non ancora mature”. Con lo spuntare dei primi dentini, quindi, meglio evitare di fargli succhiare latte o altre bevande (tranne l’acqua naturalmente) prima di dormire e, ovviamente, limitare il consumo di dolci, caramelle e alimenti zuccherini in genere.

Allenamento

Inoltre, e’ da considerarsi una sana abitudine quella di incentivare i bambini a spazzolare bene i denti dopo ogni pasto e fargli assumere delle pastiglie di fluoro che stabilizza la struttura dei tessuti del dente rendendolo piu’ resistente. ”Allenare” i bimbi fin da piccoli a prendersi cura dei loro denti e a non sottovalutare il problema della carie, li aiuter. a mantenere anche da grandi un sorriso smagliante e sano. In commercio esistono spazzolini colorati e anatomici, dentifrici dai sapori golosi, che rendono il momento del lavarsi i denti davvero un gioco divertente.

I bambini e il sole – piccolo manuale d’uso

L’estate e il periodo delle vacanze sono per i bambini un momento di gioia indescrivibile. Sguazzare, fare castelli di sabbia, giocare sul bagnasciuga o fare lunghe camminate in montagna sono solo alcune delle attività da svolgere al sole che, essendo importantissimo per la sintesi della vitamina D e quindi per combattere il rachitismo, è amico dei bambini.
Per far godere ai più piccoli solo i benefici di questo naturale e piacevole alleato della salute, però, è bene che la loro pelle delicata, morbida, molto sensibile e più soggetta alle scottature ed eritemi, sia assolutamente protetta e tutelata. La pelle giovane, infatti, capace di guarire più velocemente di quella più matura dalle irritazioni, allo stesso tempo le sviluppa molto più velocemente. I danni che una scorretta esposizione solare può causare in un bambino, quindi, si manifestano molto rapidamente: per questo mamma e papà devono stare all’erta da subito! Per di più una scottatura, oltre che a dolore e fastidio, può provocare disidratazione, febbre e svenimenti e rendere poco piacevoli giorni che dovrebbero essere spensierati e allegri. Perché allora rovinarli, quando basta un po’ di attenzione?

Il filtro solare: “amico per la pelle” del vostro bimbo.
Ormai in tantissimi negozi, supermercati e simili è facile trovare un’ampia scelta di creme solari con vari fattori di protezione, un motivo in più per dare subito ai piccoli l’appropriato scudo dai raggi del sole. Ecco qualche consiglio per scegliere quella più adatta ai bambini e qualche regola di comportamento da adottare al sole.

  1. Su ogni flacone di protettivi solari è riportato il fattore di protezione,ovvero la capacità protettiva del prodotto. Per i bambini è bene scegliere un fattore protettivo molto alto o a una schermatura totale.
  2. Non dimenticare di proteggere le orecchie, il naso e le labbra dei bambini: per queste zone è buona abitudine utilizzare i filtri in stick o in burro, con alto fattore di protezione, che hanno buona resistenza e sono di facile applicazione.
  3. Preferire un prodotto in crema o in gel e con composto non alcolico.
  4. Riapplicare il prodotto ogni due ore: il bimbo giocando o sudando perde parte della protezione.
  5. Non usare olii per bambini prima dell’esposizioni, perché il riflesso che provocano attira i raggi solari e facilita le scottature e attenzione anche alle superfici riflettenti (acqua, neve ecc).
  6. I bambini dovrebbero evitare l’esposizione al sole negli orari in cui i raggi solari sono più intensi,
    ovvero tra le 11 della mattina e le 14/16 del pomeriggio.
  7. Fare bere spesso i bambini per compensare la traspirazione.
  8. Tenere esaminata la pelle dei piccoli: controllare eventuali macchie, escrescenze,eruzioni cutanee
    e parlarne quindi con un dottore o un dermatologo.
  9. Essere i primi a dare il buon esempio: amare il sole ma non abusarne e usare le creme è il modo migliore per goderselo.
  10. Durante il primo anno di vita è bene tenere i piccoli il più possibile al riparo dal sole: in questo periodo una scottatura può diventare un problema piuttosto serio. È quindi molto corretto coprire il bambino (soprattutto se con carnagione molto chiara,capelli chiari o rossi e occhi chiari) con cappellini, magliette e pantaloncini ed usare la carrozzina con tettoia per i neonati o un passeggino con tettoia o ombrellino per i più grandicelli.

Omeopatia

Lo scopritore di un metodo di cura detto OMEOPATIA fu Samuel Hahnemann (1755-1843).
Era un medico presso l’Università di Lipsia che abbandonò presto la professione perchè non era concorde con le metodiche terapeutiche allora in usate (ad esempio i salassi).
Da un primo esperimento con la chinina, fatto su se stesso, constatò la comparsa di sintomi tipo “febbre intermittente”, gli stessi che la sostanza era in grado di curare. Hahnemann capì di aver scoperto una nuova legge terapeutica: le sostanze assunte alle dosi abituali ponderali provocavano specifici disturbi nei soggetti sani mentre a basse dosi erano in grado di guarire.
Continuò gli esperimenti su se stesso, sui suoi familiari e sui suoi assistenti e per evitare gli effetti collaterali di sostanze dotate di poteri tossici, ridusse progressivamente dose sommministrata dei medicamenti fino ad arrivare a quantutà estremamente basse. A questo punto osservò che l’azione dei medicamenti aumentava progressivamente con il diminuire della dose se la sostanza, durante i passaggi della diluizione, veniva sottoposta contemporaneamente ad un processo che egli chiamò “Dinamizzazione”. Secondo questa tecnica ad ogni diluizione del medicamento la soluzione deve essere agitata manualmente per caricare “energeticamente” il rimedio, potenziando così la sua azione terapeutica.

Hahnemann pubblicò i risultati dei suoi studi nel 1796 e nel 1810. Così nacque l’omeopatia.

 

 

Approfondimento sull’omeopatia

L’omeopatia è sempre più ricercata e diffusa: un metodo terapeutico alternativo e complementare alle cure tradizionali, fondato sulla somministrazione di farmaci in grado di produrre i medesimi sintomi che si intendono curare.
Alla base della medicina omeopatica ci sono sostanze totalmente naturali.
L’origine può essere vegetale, minerale o animale: la sostanza va diluita e dinamizzata in acqua prima dell’applicazione terapeutica.
Grazie alla diluizione, i medicinali omeopatici prevedono l’assunzione del principio attivo in quantità estremamente inferiore rispetto ai dosaggi classici. Utilizzati spesso per le cure dei bambini, i medicinali omeopatici non prevedono effetti collaterali.

Medicinali omeopatici e cura dei più piccoli.
E’ bene ricordare che non ci si inventa medici o farmacisti: è per questo che indipendentemente dalla cura scelta, è importante sempre affidarsi ad uno specialista o al proprio medico di famiglia anche prima di una cura omeopatica. Le diverse condizioni costituzionali e sintomatologiche dei bambini possono ovviamente influire sulle modalità e tipologia di cura da affrontare.
La somministrazione dei farmaci omeopatici in granuli, diluiti in acqua, può avvenire in un normale bicchiere ma anche dal biberon per i più piccoli: è importante essere seguiti da uno specialista o un farmacista per una corretta assunzione e dosaggio quotidiano. In Italia non è possibile, secondo la normativa vigente, inserire un foglietto illustrativo.
Non sono previste differenze particolari rispetto agli adulti per l’assunzione: la posologia indicata è identica, 5 granuli o 1 dose per ogni somministrazione.

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Chi è Samuel Hahnemann?

Il buon Samuel Hahnemann, inventore dell’ omeopatia, in quei tempi oscuri, stufo di veder morire la gente curata dai colleghi a forza di clisteri, salassi, sanguisughe, purghe paurose e altri intrugli immondi, ebbe un’ idea che a lui sembrò buona.
Pensò che se avesse somministrato ai pazienti, una sostanza che se data in dosi tossiche desse al paziente gli stessi sintomi della malattia che si voleva curare, ma fosse somministrata in dosi molto diluite, le naturali difese dell’ organismo si sarebbero attivate per guarire quella malattia.

roma dentisti omeopatia
Hahnemann provò ed ebbe in qualche modo ragione… ma perché ?
La ebbe solo perché sottraendo i poveri pazienti dell’ epoca alle terapie assassine degli altri medici, fece in modo che i naturali meccanismi di auto guarigione che ognuno di noi ha, si potessero estrinsecare liberamente.
Quelle omeopatiche non si possono chiamare legalmente medicine, si debbono chiamare “rimedi” e il perché lo spiegheremo ora descrivendo come oggi si fabbrichino questi.

  1. Si cerca una sostanza che se data in dosi tossiche dia gli stessi esatti sintomi che da la malattia che si vorrebbe curare.

  2. Si diluisce questa sostanza con un rapporto di 99 a 1. e cioè: Su 99 litri di pura acqua ci deve essere un solo litro della sostanza indicata chiamata Tintura madre.

  3. Si agita, si dinamizza il tutto ( Il termine usato dagli omeopati è succussione )

  4. Si prende un solo litro della soluzione lo si mette in altri 99 litri di acqua e si ripete il ciclo dal punto 2 al punto 4 innumerevoli volte, anche fino a 50.

    In parole semplici e comprensibili anche ad uno studente di III media spieghiamo praticamente cosa siano le diluizione progressive con rapporto di 1 a 99 e cosa ci possa essere nella diluizione finale:
    1° diluizione = 0,01% della tintura madre originale.
    2° diluizione = 0,0001% della tintura madre originale.
    3° diluizione = 0,000001% della tintura madre originale.
    4° diluizione = 0,00000001% della tintura madre originale.
    6° diluizione = 0,0000000001% della tintura madre originale.
    7° diluizione = 0,000000000001% della tintura madre originale.
    8° diluizione = 0,00000000000001% della tintura madre originale.
    9° diluizione = 0,0000000000000001% della tintura madre originale.
    10° diluizione = 0,000000000000000001% della tintura madre originale.
    E via così, fino alla 30° diluizione, dove gli zeri sono un numero spaventoso e impossibile da leggere.

Alla fine dei cicli, non c’è nessuno al mondo, nemmeno se possiede le più sofisticate attrezzature scientifiche, che possa rilevare nell’ ultima “soluzione” anche una sola molecola della sostanza di origine ( Tintura madre) perché c’è solo acqua purissima.
Gli omeopati però affermano -senza darci alcuna prova scientifica– che l’ acqua conservi la memoria della tintura madre.

Ma poi, se anche alla fine delle diluizioni ci fosse anche una sola molecola, dove andrebbe a finire questa, se non in una sola pillolina o bottiglietta ?
Gli omeopati attribuiscono all’ acqua proprietà di memorizzazione e per questo motivo l’ acqua conserverebbe la memoria della tintura madre originale con i quale è stato preparato il rimedio omeopatico….. nulla di più falso ! L’acqua non ha memoria, nessuno lo ha mai potuto dimostrare scientificamente.

Dislessia, si può rimediare

Se il bambino fatica a concentrarsi, inverte numeri e lettere, non legge bene, lo si aiuta con terapie mirate e specialisti come psicologi e logopedisti.

Non tutti i bambini in eta’ scolare riescono a leggere un testo correttamente e agevolmente e spesso i loro compiti sono zeppi di errori d’ortografia, di parole scritte in maniera molto sgrammaticata e imprecisa. Questo non sempre significa che il piccolo non si impegna ed e’ svogliato, in qualche caso dietro queste situazioni si nasconde un vero problema: la dislessia (vedi box). Il fenomeno e’ abbastanza diffuso (in Italia si calcola che circa 1.500 persone ne siano affette e che si possa contare un bambino dislessico per classe) e, anche se da essa non si puo’. completamente guarire, si puo’. correggere.

La dislessia diventa un vero e proprio problema quando i bambini frequentano le elementari e sono tenuti a fare dettati, esercizi e a cimentarsi con racconti, favole o lezioni da imparare. I bambini dislessici, pur essendo in tutto e per tutto come i loro compagni, non riescono ad imparare con la stessa rapidit. degli altri e questa situazione pu., nel tempo, provocare loro dei problemi psicologici.

UN DISTURBO NEUROLOGICO

La dislessia non è una mancanza di intelligenza ma un disturbo di carattere neurologico con componente genetica che si manifesta nei piccoli già in età prescolare. È un fenomeno per cui il bambino fatica a concentrarsi, a leggere e scrivere oppure non riesce a imparare le tabelline.

 

Metodi riabilitativi

Accorgersi del problema non e’ arduo: se si nota che il piccolo fa fatica a concentrarsi, inverte numeri e lettere e non riesce a leggere fluentemente e’ bene interpellare uno specialista (neuropsichiatra) che lo sottoporra’ a un test apposito. E’ necessario farlo poi seguire da un logopedista che interverra’. con una terapia adeguata, aiutandolo a superare le sue difficolta’; in qualche caso sara’ anche necessario l’aiuto di uno psicologo per aiutare il bambino a riconquistare fiducia in se stesso.

L’uso della calcolatrice, del PC, la creazione di origami e filastrocche e lo svolgimento di specifici esercizi interattivi sono metodi che possono rivelarsi di grandissimo aiuto nella rieducazione del bambino, aiutandolo attraverso il gioco a rimpossessarsi delle sue abilia’.. Un interessantissimo progetto che sta prendendo piede in Emilia Romagna, e che verra’ presentato anche in Parlamento, si chiama T-Slessia, e’ a cura del Consorzio Interuniversitario Cineca, e propone la riabilitazione dei bambini affetti da problemi di dislessia attraverso la tv digitale terrestre interattiva che permetterebbe di superare alcuni dei limiti legati al trattamento tradizionale.

 

Tosse? Curala con la dolcezza

E’ un fenomeno tutt’altro che raro. Ma non sempre è sintomo di un malanno vero e proprio e può durare solo qualche giorno

È una reazione naturale, un meccanismo che si innesca a causa di un aumento della pressione dell’aria nelle vie aeree, il tentativo di espellere aria in eccesso, o altro corpo estraneo che ostruisce la normale respirazione. Improvvise sudate, sbalzi di temperatura o infreddature possono provocare tosse anche insistente. Il contatto con altri bambini a scuola, poi, favorisce lo scambio di germi con conseguenti infiammazioni delle vie respiratorie che aumentano le secrezioni di muco e catarro scatenando la tosse. Ma non e’ il caso di preoccuparsi troppo di un fenomeno che puo’ risolversi con piccole attenzioni.E che, generalmente, scompare in breve tempo.

Consultare il pediatra è sempre consigliabile

Come riconoscerla La tosse e’ secca quando interessa laringe, trachea e faringe e si manifesta senza catarro. E’, invece, grassa quella tipica delle basse vie respiratorie che interessa bronchi e polmoni. La prima e’ stizzosa e fastidiosa e puo’ portare il bimbo a vomitare, impedendo il sonno. In questi casi, si consiglia l’uso di un aerosol con prodotti specifici da farsi consigliare dal pediatra. Inoltre, meglio farlo dormire semiseduto (in questo modo le secrezioni non si fermano in gola) e dargli una tazza di latte caldo (mai bollente) con abbondante miele: calma la tosse ed allevia il bruciore alla gola. Anche per la tosse grassa, che non deve creare particolare agitazione (soprattutto se non c’e’ febbre o difficolta’ respiratoria) si ricorre all’aerosol con sostanze mucolitiche che sciolgono il catarro.

ATTENZIONE AGLI ANTIBIOTICI

Vietato somministrare antibiotici senza prima consultare il pediatra. La tosse, il più delle volte, è causata da virus sui quali questi farmaci non funzionano. Al contrario, possono solo provocare effetti indesiderati. Solo lo specialista potrà decidere la terapia più indicata o se è il caso di sottoporre il piccolo ad esami più approfonditi.

Idratazione E’ importante idratare bene il piccolo: fargli bere molta acqua o succhi di frutta rende il muco piu’ fluido e facilmente eliminabile. A questo scopo, un deumidificatore favorira’ la sua respirazione. Evitate le sostanze balsamiche che possono provocare bruciori. Se non ha febbre, e’ vivace e conserva l’appetito, anche con la tosse puo’ uscire e giocare. Fate solo attenzione alle correnti d’aria.

il caos al mattino…

Spesso i genitori hanno fretta…al mattino poi il caos regna in casa. Il piccolino che ha fame, la bimba più grande deve vestirsi per andare a scuola. Magari si urla “vestiti che è tardissimo”… e inizia la giornata col batticuore.
I bambini vanno motivati ma questo non basta, bisogna che siano in grado di fare ciò che gli viene chiesto.
Il fatto di urlare perchè si è in ritardo… per il bambino non ha significato (se è piccolo) perchè non ha la nozione del tempo. Poi, per lui è meglio continuare a giocare…
Per superare tutto questo e farlo durare nel tempo (educare e non sottomettere) bisogna chiedere collaborazione anche ai più piccoli. E’ estremamente importante dargli una buona ragione per fare ciò che chiediamo, una ragione vera e da lui assimilabile. Creare un clima di collaborazione e di intesa gli farà acquisire sicurezza, disponibilità e voglia di fare.
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Riassumendo:

  • vuoi che al mattino il tuo cucciolo si vesta in fretta (e sia felice di farlo)? Insegnagli a vestirsi e dagli una buona ragione per farlo.
  • Vuoi che il tuo bambino non abbia un atteggiamento di chiusura nei tuoi confronti? Dai attenzioni a tuo figlio quando collabora, cerca di capire perchè ti sta dicendo di no e metteti nei suoi panni…rimproveri, minace,scapaccioni… gli insegneranno solo come “mal comportarsi” per ottenere qualcosa.

Donatella

Mia mamma diceva…

“Quando hai finito di riordinare la tua camera puoi uscire con le tue amiche”


ecco cosa mi faceva correre a riordinare… e pian piano è diventata una sana abitudine. Prima di uscire, ogni mattina, mi guardo intorno… come se mia mamma mi ripetesse le stesse cose.
Una richiesta simile da parte dei genitori aiuta il bambino a sviluppare il senso del dovere in modo naturale, lo aiuta a capire che non vive “da solo” e che fa parte di un gruppo (la famiglia) dove ognuno ha un compito e uno spazio proprio.

L’importante è dare la possibilità di scegliere. Invece di imporre è più costruttivo far fare una scelta (anche non gradita) al bambino. La minaccia della punizione non gli da scelta e quindi nasce in lui il senso di impotenza, di rabbia, di imposizione. Del resto se il bambino si rifiuta di obbedire… non sempre i genitori sono capaci di mettere in atto la punizione paventata… e perdono di credibilità, dando atto al bambino che il suo comportamento non porterà all’attuazione della minaccia e quindi potrà essere ripetuto.

Donatella

Quando i bambini dicono: No, non mi vesto!

Ma abbiamo mai pensato a cosa sudderebbe se ogni mattina qualcuno ci imponesse ciò che dobbiamo indossare…?
Spesso i bambini si rifiutano di vestirsi… sarà che gli stiamo imponendo ciò che piace a noi?

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Questione facilmente risolvibile, con un poco di pazienza!
Bisogna iniziare col far scegliere cosa vuole indossare (magari la sera prima… così al mattino fila tutto più liscio); farlo scegliere cercando di fargli capire cosa mettere se è un giorno freddo, se sarà una giornata in cui farà attività all’aperto… (così gli insegnamo che anche le condizioni atmosferiche vanno tenute in considerazione)
Il bambino non fa sempre i capricci, ha delle opinioni!
Dategli dei limiti di tempo per decidere, fategli capire la situazione ma… rispettare i suoi momenti di decisione. La cosa che non va mai fatta è CRITICARE. Dirgli “se esci così sembri…” non produrrà nulla. Entro limiti precisi e stabiliti insieme, il bambino già a tre anni imparerà il giusto comportamento.
Comunque è importante che ci sia sempre un dialogo così come sono importanti le regole, la comprensione e la capacità di farcapire al bambino cosa è giusto. Ciò lo renderà forte e sicuro.

Donatella.

Odontoiatria e autismo

A 4 anni i bambini autistici hanno il doppio degli elementi cariati rispetto ai coetanei non affetti dalla patologia

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha, ormai da tempo, sottolineato la grande importanza della salute orale ponendola tra gli Health Topics che ogni Paese Membro dovrebbe perseguire. E’ ormai chiaro come lo stato di salute orale della popolazione italiana stia migliorando; tuttavia esistono ancora dei gruppi di popolazione ad alto rischio per questo tipo di problematiche.
È infatti estremamente importante mantenere uno stato di salute orale elevato, così da poter contribuire al miglioramento delle condizioni di vita generali dell’individuo. E’ il caso dei soggetti affetti da autismo sui quali è fondamentale attuare dei programmi di prevenzione delle patologie orali e ottenerne la collaborazione, qualora vi fosse la necessità di specifici trattamenti alla poltrona.
L’attenzione dell’odontoiatria pediatrica nei confronti di questa tipologia di pazienti con necessità specifiche, è attualmente insufficiente, come scarsa è anche la letteratura internazionale a riguardo. E’ pertanto necessario cercare di colmare questo deficit attraverso la realizzazione di progetti che mirino all’ottenimento della collaborazione del bambino autistico durante la visita odontoiatrica e all’eventuale trattamento.
È alla luce di queste considerazioni che nel Marzo 2006 è nato un progetto di collaborazione tra il Dipartimento Assistenziale di Odontoiatria diretto dalla prof.ssa Laura Strohmenger e il Reparto di Neuropsichiatria Infantile diretto dal prof. Carlo Lenti, con gli obiettivi di valutare lo stato di salute orale dei bambini da loro seguiti, educare alla prevenzione i bambini e le famiglie e, soprattutto, sviluppare tecniche comportamentali e metodiche di approccio tali da ridurre l’ansia e lo stress del giovane paziente.
Il Centro per la Cura e lo Studio dell’Autismo e i Disturbi Generalizzati dello Sviluppo di Milano ha concordato con la Clinica Odontoiatrica dell’Azienda Ospedaliera San Paolo di inviare per una visita odontoiatrica tutti pazienti ad esso afferenti, provenienti principalmente dalla regione Lombardia, preparandoli adeguatamente alla visita attraverso l’utilizzo di specifici supporti visivi alla comunicazione; grazie a questo materiale le educatrici del Centro e gli insegnati di supporto che seguono i ragazzi presso il Centro e a scuola, hanno potuto preparare i bambini attraverso l’utilizzo di schede con foto, disegni e spiegazioni delle fasi della visita, in modo che essi sapessero fase per fase cosa li aspettava e potessero quindi affrontarla più serenamente.
Al momento della visita e degli eventuali trattamenti la collaborazione dei bambini da parte degli odontoiatri è stata ottenuta applicando le comuni tecniche di approccio dell’odontoiatria pediatrica (tell, show and do) ed alcuni semplici programmi di facilitazione mirati. Gli incontri si sono svolti sempre nella stessa postazione odontoiatrica in quanto l’abitudine ad un luogo conosciuto, per i bambini autistici, è fondamentale per ridurre lo stress, come anche la presenza nella sala clinica dei medesimi professionisti.
Il riunito odontoiatrico è, inoltre, stato fornito di uno schermo per la proiezione di cartoni animati che potessero catturare l’attenzione e distrarre il bambino dalle procedure mediche. Con questo tipo di approccio si è riusciti ad effettuare terapie che richiedevano un buon grado di collaborazione e soprattutto sono stati ridotti gli interventi in narcosi di circa il 60%. La metà dei pazienti visitati fino ad oggi, circa 50, era, infatti, stata in precedenza sottoposta ad interventi in narcosi presso strutture pubbliche. Questo dato dimostra che più della metà dei pazienti avrebbe potuto fare a meno di un intervento di questo tipo se opportunamente preparato.
Il range di età dei soggetti visitati varia dai 3 ai 16 anni ed è quindi stato possibile valutare lo stato di salute orale della dentatura decidua e di quella permanente e confrontarlo con i dati raccolti in un’indagine svolta in Lombardia nel 2005 su bambini non affetti dalla patologia. E’ stato quindi possibile trarre le seguenti conclusioni:
• la patologia cariosa colpisce indiscriminatamente soggetti autistici e non affetti dalla patologia, in tutte le fasce di età
• a 4 anni i bambini autistici hanno il doppio degli elementi cariati rispetto ai coetanei non affetti dalla patologia
• benché anche nei soggetti non affetti da autismo la media degli elementi curati sia inferiore a quella degli elementi malati, questa differenza risulta ancora più rilevante nel gruppo di bambini autistici
• lo stato di salute parodontale è chiaramente inferiore nei soggetti autistici, in qualsiasi classe di età.
Considerando i dati raccolti in questi due anni di attività, risulta che il 40% dei bambini inviati dal Centro per la Cura e lo Studio dell’Autismo e i Disturbi Generalizzati dello Sviluppo non erano stati sottoposti in precedenza a visita odontoiatrica, fatto che rappresenta una causa di tardiva diagnosi delle problematiche odontoiatriche che, a maggior ragione in pazienti che richiedono particolari attenzioni come i soggetti autistici, non dovrebbe verificarsi. In questo senso gli specialisti della prima infanzia, soprattutto pediatri e neuropsichiatri infantili, dovrebbero sensibilizzare i genitori a non trascurare l’aspetto odontoiatrico della salute dei propri figli, perché, come in tutti i campi della medicina, la prevenzione primaria rappresenta l’unica arma per abbattere i costi biologici e sociali delle patologie.
I vantaggi di un cavo orale sano si riflettono, inoltre, sul benessere dei genitori di questi piccoli pazienti, sollevandoli da problematiche aggiuntive e spesso anche dall’ansia di far affrontare al figlio un intervento in anestesia generale per mancanza di un sufficiente grado di collaborazione alla poltrona odontoiatrica. Il peggiore stato di salute riscontrato nei bambini affetti da autismo rispetto al resto della popolazione infantile, dipende principalmente dalla maggiore difficoltà che i primi trovano nel praticare correttamente e con costanza corrette metodiche di igiene orale.
E’ inoltre stato riscontrato come i bambini autistici fossero spesso usi ad un’alimentazione scorretta, a causa anche dell’abitudine ai rinforzi alimentari praticata dai genitori e dai tutori, mirata a stimolare e premiare i bambini a dei comportamenti corretti fornendo premi alimentari, spesso ricchi di zuccheri. Da quanto esposto appare evidente come sia necessario porre maggiore attenzione verso questo tipo di problematiche del paziente autistico, sicuramente di minor rilevanza rispetto alla patologia principale, ma che sono fondamentali per migliorare il benessere dell’individuo e della famiglia.
Risultano, quindi, notevoli i vantaggi di un simile progetto anche per l’Azienda Ospedaliera, che ottiene da un lato un alleggerimento delle liste di attesa per le sale operatorie, dall’altro un notevole risparmio economico, oltre ad offrire un servizio altamente specialistico alla famiglie, rispondendo ad una richiesta di terapia ancora ampiamente insufficiente sul territorio nazionale.

dr.a Angela Malerba – Responsabile Odontoiatria Pediatrica – dr.a Maria Grazia Cagetti – dr. Stefano Mastroberardino – Centro Collaborazione OMS per l’Epidemiologia e l’Odontoiatria di Comunità

Per commenti e/o informazioni: urp@ao-sanpaolo.it

REATECH ITALIA – disabilità e scuola…

Il Portale dei bambini ha partecipato a Reatech Italia.

Se pensiamo che Albert Einstein era dislessico, Beethoven sordo, Marylin Monroe balbuziente…possiamo capire che affrontare i propri limiti e superarli è notevole… eppure di fronte ad un disabile o ad un anziano malato molti giovani (e anche molti adulti) faticano ad accertarli, capirne i limiti, sapere come relazionarsi con loro.

Obbiettivo di questa importante settimana è stato spiegare ai bambini e ai ragazzi che l’inclusione è una sfida, ma che accettare questa sfida fa vincere tutti, fa diventare migliori!

“In Italia ci sono 4 milioni di disabili e oltre 7 milioni di anziani. Che cosa hanno in comune? Hanno esigenze speciali che li obbligano ad affrontare la vita in modo forse diverso dagli altri”, afferma Francesco Conci, Direttore esecutivo di Fiera Milano Congressi organizzatore di Reatech Italia. “Ma ciò non significa che non abbiano qualcosa di importante da offrire agli altri. Perchè ciascuno di noi è unico e irripetibile e può crescere nella relazione con gli altri, trovare aiuto ed offrirne. La nostra società deve riscoprire che le persone valgono non per ciò che sanno fare o ciò che possono produrre ma per ciò che sono. Crediamo che sia importante che questi valori vengano trasmessi ai più giovani, che si imparino anche a scuola. Per questo come Reatech Italia abbiamo deciso di lanciare la Settimana dell’Inclusione, un’iniziativa rivolta a tutti tipi di scuole che offrirà agli insegnanti supporti concreti per affrontare il tema della disabilità e dell’accettazione dell’altro e del diverso”.

Un percorso per riflettere: per le scuole materiale didattico e tanti laboratori ed eventi in un percorso articolato che ha previsto la possibilità di lavorare in classe con gli alunni a partire da una serie di sussidi didattici e di spunti video e bibliografici che saranno messi a disposizione sul sito www.reatechitalia.it.

(dal sito www.reatechitalia.it)

 

 

ALTRO BAMBINO MUORE SOFFOCATO DA CIBO: FERMIAMO QUESTA STRAGE

Il Pediatra Alberto Ferrando lancia un grido d’allarme…
ALTRO BAMBINO MUORE SOFFOCATO DA CIBO: FERMIAMO QUESTA STRAGE : NOTIZIA QUI: http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/lombardia/articoli/1113140/pavia-bimbo-di-2-anni-muore-soffocato-dal-cibo.shtml
Diffondete la manovra antisoffocamento (manovra di Heimlich nell’adulto e nel bambino grande). Dal 1995 come pediatri ne parliamo e cerchiamo di diffonderla cozzando contro un muro di ignavia e indifferenza.Anche da parte di genitori. La manovra purtroppo non interessa chi ha velleità commerciali. Non c’è un farmaco, un probiotico, un integratore, una medicina naturale o altro (omeopatia, fitoterapia, antroposofia, fiori di bach…..) da vendere che possa sponsorizzare e così non si pubblicizza, non si diffonde e un bambino alla settimana, in Italia, muore soffocato (prevalentemeNte da cibo come questo ultimo bambino di 2 anni). AIUTATEMI E AIUTATECI A DIFFONDERE LA MANOVRA. Abbiamo fatto tanti interventi pubblici e altri ne faremo ma sento dire…ho da fare…ho altri impegni…. Ecc.Il 2 ottobre, come UNICEF ne parlerò pubblicamente ma Vi informerò.
Intanto potete vedere e segnalare di vedere le manovre su internet e precisamente su:
www.apel-pediatri.org
www.manovredisostruzionepediatrica.com
www.ferrandoalberto.blogspot.it/search?q=manovra

Benvenuto nel sito dei pediatri della Liguria

www.apel-pediatri.org

Pediatri, medicina, salute