La lettura dei fumetti e i bambini: uno stimolo per l’immaginazione.

“Il fumetto nasce quando l’uomo delle caverne, prima ancora che venisse inventata la scrittura, tentava di riprodurre con disegni sulle pareti di roccia, le pareti della sua dimora, quindi, le sue avventure di guerra e di caccia”

Guerrera, STORIA DEL FUMETTO, autori e personaggi dalle origini ai nostri giorni, ed. Newton Compton, Roma 1995.

 

La comunicazione attraverso le immagini risale alle notte dei tempi ed è tutt’ora una parte consistente della comunicazione stessa. L’arte come tramite per la diffusione è un’idea che risale a tempi antichi, e che durante le civiltà egizia e greca ha conosciuto particolare diffusione.

Grandi classici della Letteratura Italiana sono stati illustrati da grandi pittori, si pensi ad esempio alla Divina Commedia illustrata dal Botticelli.

La nascita del fumetto, così come lo conosciamo e lo leggiamo oggi, è avvenuta negli Stati Uniti d’America nel 1895 sul New York World grazie a una geniale intuizione di J. Pulitzer, che pensò di incrementare il pubblico con un supplemento domenicale illustrato e a colori per l’infanzia contenente le storie di YELLOW KID (fig.3) di Richard Felton Outcauld. Da Disegno Letterario. Il Fumetto come strumento educativo.

Da quel momento, il fumetto ha conosciuto una incredibile diffusione e un impareggiabile successo. Chi non ha mai sfogliato da piccolo un fumetto della Disney (Topolino in primis) o Dylan Dog a partire dall’età adolescenziale? (Chi scrive lo legge ancora, con grande soddisfazione).

Vediamo dunque perché è importante stimolare nei bambini la curiosità verso i fumetti e facilitarne la lettura.

 

La lettura dei fumetti e i bambini: uno stimolo per l’immaginazione

Ecco perché proporre ai bambini la lettura di fumetti:

  • Come afferma Rodari ne La grammatica della fantasia – Il bambino che legge i fumetti, nel fumetto “Gli oggetti si presentano in una disposizione mutata: bisogna immaginare il percorso compiuto da ciascuno di loro dalla disposizione primitiva alla nuova. Tutto questo lavoro è affidato alla mente del lettore.
  • Un fumetto è utile per un primo approccio alla lettura, perché la lettura non si riduce alle figure e ai disegni e perché fa un continuo ricorso al discorso diretto.
  • Nei fumetti, i personaggi e le situazioni vengono caratterizzati in modo quasi immediato;
  • I fumetti sviluppano la capacità di cogliere i dettagli;

“Il fumetto è una narrazione sequenziale che unisce immagini e testo. Quando si legge un fumetto vengono coinvolte più capacità: la lettura di immagini, la lettura di testo, la capacità di mettere insieme i due linguaggi per crearne un terzo, il saper individuare la logica sequenziale che lega fatti che costituiscono la storia, l’interpretare ciò che accade tra una vignetta e l’altra, la temporalità del prima e dopo.

I fumetti sono tanti e diversi tra loro,per trama, formato, colore, scrittura, lucentezza della pagina ecc. e fumetto non è sinonimo di facilità e non è neanche detto che tutti i fumetti vadano bene. Quando si sceglie un fumetto per bambini occorre sceglierne uno innanzitutto che parli una lingua che loro possano comprendere, che tratti di ciò che vivono loro, delle loro fantasie o difficoltà. E’ importante che il linguaggio sia comprensibile, corretto e che non vi siano brutte parole, che sia scritto con un carattere grande e chiaro e che all’interno della nuvola ci siano poche parole, le immagini devono essere chiare e belle. La trama qualunque essa sia dovrebbe essere coinvolgente e divertente.

Le immagini da sempre trovano spazio sia in ambito scolastico che in quello della disabilità (video, foto, immagini che costruiscono storie, quelle per esempio utilizzate nella comunicazione aumentativa/alternativa).

Questo perché l’immagine arriva più chiara e diretta al bambino. Pensiamo anche ai libretti delle illustrazioni, in cui il disegno ci risulta molto più chiaro delle parole.

Il fumetto può essere utilizzato come veicolo di messaggi importanti da far arrivare ai minori (per esempio messaggi sulla discriminazione o anche sull’educazione sessuale agli adolescenti), per spiegare argomenti difficili, come la storia e la politica ecc., per illustrare i loro disagi e come affrontarli, in modo che comprendano meglio anche se stessi e acquistino maggior fiducia nel superare l’ostacolo.

Anche bambini con Disturbo di Apprendimento potrebbero giovarsi di fumetti per apprendere meglio alcuni argomenti scolastici e la storia per immagini e testo potrebbe essere utile per avvicinare alla lettura anche i più piccoli.

Il fumetto pertanto se scelto bene può essere uno strumento molto utile in diversi ambiti oltre quello del divertimento e del passatempo!”

 

 

 

 

Corsi di fumetto per bambini, un esercizio per scoprire il mondo e se stessi

Quando i bambini disegnano, non si limitano quasi mai a “riprodurre” la realtà, ma spesso rivelano anche parte della propria personalità. Per questo, dopo che il bambino ha appena realizzato un disegno, è importante che l’insegnante di fumetto ponga diverse domande e aiuti il bambino a raccontare e “scoprire” i propri disegni.

L’esercizio di disegnare e di raccontare è importantissimo per stimolare la creatività dei più piccoli: l’intelligenza e la creatività – infatti – si manifestano attraverso innumerevoli attitudini, che è importante saper riconoscere e di cui è importante acquisire coscienza.

Inoltre, per un bambino scoprire che le storie e le vignette di uno dei propri personaggi preferiti seguono delle regole che è possibile imparare a lezione, è incredibilmente stimolante.

Imparare a disegnare e a raccontare una storia anche attraverso le immagini significa padroneggiare un mezzo immediato di espressione, un ulteriore strumento per poter elaborare emozioni e sentimenti e per poter dar forma alle proprie idee.

 

Libri illustrati e fumetti

Perché i libri illustrati sono utilissimi per incoraggiare i bambini alla lettura?

Innanzitutto, perché immagini ed illustrazioni hanno una forza evocativa naturale, in grado di far nascere nel piccolo lettore un interesse e farlo partecipare attivamente alla lettura.

Inoltre, non bisogna dimenticare che in tenera età, i bambini amano ascoltare storie e fiabe, seguendo la narrazione orale grazie alle immagini: i fumetti sono il prosieguo di questa impostazione. Grazie alle immagini, si evita che il piccolo lettore possa percepire la narrazione come “statica” e poco avvincente.

Il bambino viene attratto, stupito e conquistato dai disegni e dalle illustrazioni di un libro: questi ultimi sono il medium attraverso cui il bimbo diventa soggetto attivo del racconto.

Inoltre, i fumetti e le illustrazioni sono entrambe un ottimo metodo per sviluppare la capacità di legare immagini e concetti: la presentazione di contenuti didattici attraverso il supporto grafico di un’immagine o di una rappresentazione, è un metodo largamente utilizzato in ambiente didattico. Pertanto, l’esercizio della capacità di apprendere per immagini sarà utile al bambino anche a scuola.

5 fumetti per bambini

  • Topolino: l’intramontabile Mickey Mouse, Paperino, Paperoga, Zio Paperone, Paperina, Minny e tutta la banda Disney;
  • Asterix: la storica serie di fumetti francese creata da Goscinny e Uderzo;
  • Monster Allergy: albo a fumetti della Disney pubblicato sotto l’etichetta Buena Vista Comics. Racconta la storia di Zick, un bambino di 10 anni timido e introverso, affetto da innumerevoli allergie, che usa in molte occasioni per tenere alla larga altri bambini della sua età;
  • Mumin: i Mumin sono personaggi creati dalla illustratrice Tove Jansson, simili a ippopotami bianchi. Abitano in una valle e i fumetti raccontano la storia delle loro avventure;
  • Geronimo Stilton: è una serie di fumetti che prende il nome dal suo protagonista, un “topo intellettuale” specializzato in Filosofia Archeotopica Comparata e Topologia della Letteratura Rattica, che è direttore de L’Eco del roditore, il quotidiano più diffuso di Topazia e dell’Isola dei Topi.

… in conclusione

Regalate ai vostri bambini un fumetto e delle matite, incoraggiateli a veicolare con i colori la loro creatività. Non gli avrete regalato solo fumetti, quaderni, matite e colori ma un ulteriore modo per esprimere se stessi.

A cura della redazione di MioDottore e della Dott. ssa Miriam Troianiello, Neuropsichiatra Infantile e Psicoterapeuta.

 

 

I rischi dell’iperprotettività

Si sente ripetere spesso che essere iperprotettivi verso i propri figli può portarli, da grandi, ad avere problemi psicologici permanenti e stati d’ansia continui. È davvero così?

Quando è sbagliato proteggere i propri figli?

Mai. Proteggere i propri figli dai pericoli del mondo esterno, essere presenti e guidare la loro crescita è il dovere di ogni genitore. Quello che è assolutamente sbagliato, è esercitare una iper-protezione.

Se il bambino o la bambina sta giocando con gli amichetti, è bene non eccedere con le raccomandazioni del tipo “non correre troppo”,”non bere la coca cola fredda”,”ti sei coperto bene?”, etc. Le raccomandazioni eccessive rischiano di causare un senso di preoccupazione ingiustificato ed amplificato nel bambino, non solo verso i possibili scenari del mondo esterno ma anche nei confronti delle aspettative del genitore.

Inoltre, eccessivi paletti e raccomandazioni possono condurre a uno stato d’ansia continuo.

Un atteggiamento iperprotettivo durante i primi anni di vita del bambino, può sfociare in una presenza eccessiva dei genitori nella vita del giovane e nello sviluppo di un carattere debole, incapace di prendere decisioni in autonomia e di adattarsi a un mondo sempre più veloce e dalla competizione sempre più spiccata.

Come procedere dunque? È opportuno seguire da vicino i bambini durante i primi anni di vita, per evitare che sviluppino disposizioni e comportamenti errati e pericolosi.

Sì alle regole e ai divieti, no agli eccessi protettivi. È bene lasciare sempre uno spazio di libertà per poter provare, sbagliare e imparare – da soli – dai propri errori. Fin dalla tenera età.

Iperprotezione: uno steccato impenetrabile

Nel mondo animale tutte le specie esercitano una spiccata protezione sui propri cuccioli. Nel caso degli uomini, la differenza principale concerne la durata di questo atteggiamento protettivo, estremamente più prolungata.

Prendersi cura dei propri figli, consigliarli, metterli in guardia non è iperprotezione. Si denotano invece atteggiamenti iper-protettivi quando il genitore vuole risolvere tutti i problemi del figlio e si sostituisce a lui al momento di decidere e – a volte – anche di pensare.

Continue e costanti raccomandazioni, continui e costanti allarmismi. La logica del “non fare questo perché..” può avere conseguenze devastanti. Allo stesso tempo, questo atteggiamento è spesso accompagnato dalla mancanza di (poche) regole chiare e dalla non-chiarezza delle conseguenze delle proprie azioni. Vale a dire: è bene far capire ai propri figli che i propri sbagli hanno delle conseguenze e assicurarsi che queste conseguenze siano per loro chiare (e anche a volte vissute), piuttosto che alimentare le loro insicurezze con continue raccomandazioni, senza però applicare con fermezza poche regole condivise.

Se questo atteggiamento si accompagna alla propensione ad “alleggerire” i propri figli da responsabilità e doveri (spesso del tutto adatti alla loro età), il danno è fatto. I bambini cresceranno con l’abitudine al fatto che qualcuno risolva i loro problemi, prepari loro da mangiare, pensi al loro futuro, a comprare quello di cui hanno bisogno, a vestirli, etc. etc.

Cerchiamo di schematizzare le possibili conseguenze di un simile atteggiamento:

  • Autostima: se non insegni ai tuoi figli a prendere delle decisioni autonomamente, dipenderanno sempre da qualcun altro. E questa dipendenza potrebbe mantenere bassa la loro autostima;
  • Minore capacità di apprendimento: paventare ai propri figli ogni possibile scenario che potrebbe manifestarsi in ogni situazione, ridurrà la loro capacità di imparare dagli errori. Ci sarà sempre qualcuno pronto a “interpretare” per loro la realtà e non si eserciteranno nel farlo;
  • Ansia e paura: se le raccomandazioni dei genitori su tutti i rischi e pericoli che è possibile incontrare in ogni contesto sociale e della vita sono state continue e pressanti, è molto più facile che i figli possano sviluppare un sentimento di “paura del possibile”. Insieme alla minore capacità di apprendimento, questo sentimento impedirà loro di affrontare e risolvere in autonomia i propri problemi e, nuovamente, li porterà ad essere dipendenti da qualcun altro a causa di una bassa autostima.
  • Incapacità di accettare e reggere le sconfitte: i bambini che non hanno mai sperimentato, nel corso della loro infanzia, i sentimenti successivi a una sconfitta e alla impossibilità di realizzare quanto voluto, avranno difficoltà ad affrontare le sconfitte che la vita – inevitabilmente – riserva. Non solo: l’incapacità di accettare una sconfitta, connessa alla minore capacità di apprendimento, li renderà meno capaci di modificare un piano iniziale e di pianificare un’alternativa. Non saranno in grado quindi di immaginare e realizzare una “vittoria parziale”. Quindi, di adattarsi alla realtà.

 

Carl Rogers e la Tendenza Attualizzante nel processo di crescita

Carl Rogers, psicologo umanista, sosteneva che insita in ogni essere umano vi è una naturale tendenza a sfruttare nel modo migliore possibile le proprie risorse in una data situazione. Tale forza, denominata Tendenza Attualizzante, può essere aiutata, nel processo di crescita, dalla presenza costante di genitori o altre figure di accudimento, il cui ruolo è di accompagnare i figli per prepararli ad affrontare il mondo. Il fulcro del discorso è proprio questo: accompagnarli, non sostituirli. I bambini hanno la naturale propensione ad esplorare il mondo che li circonda per conoscerlo e sperimentarlo, e in questo loro importantissimo compito evolutivo è bene che siano affiancati dai genitori senza che questi gli costruiscano intorno un muro protettivo ed invalicabile. È naturale che i bambini abbiano bisogno di regole, paletti entro cui muoversi in sicurezza, ma questi paletti hanno lo scopo di farli sentire sicuri, proteggerli da pericoli reali e trasmettere valori familiari. Non devono essere soffocanti per placare le ansie dei genitori che, altrimenti, verrebbero trasmesse anche ai figli. Sì, dunque, alle regole, che devono essere poche, chiare, motivate e adeguate all’età del bambino. Sì anche alle conseguenze dell’infrazione delle regole, che devono essere altrettanto chiare, motivate e spiegate in anticipo. Soprattutto, devono realizzarsi davvero quando necessario. Minacce assurde, catastrofiche ed eterne che non si potranno mai realizzare sul serio non solo renderanno poco autorevoli i genitori agli occhi dei figli ma destabilizzeranno i figli che non sapranno cosa aspettarsi dalle diverse situazioni. La prevedibilità, al contrario, permette ai bambini di sentirsi sicuri che ad ogni dato comportamento corrisponde di certo una data reazione. Potrà dunque imparare ad ipotizzare come funziona il mondo e sperimentare nuove situazioni, riscontrando anche che in seguito ad una sconfitta c’è la possibilità di rialzarsi e riprovare. Questo perché all’interno di paletti non rigidi e regole prevedibili avrà sperimentato le sue potenzialità e la sensazione di “essere capace”. Un ulteriore suggerimento per sostenere il bambino nelle sue esplorazioni è riferirsi a lui con frasi positive piuttosto che negative: invece di dire ” attento a non cadere” è meglio dire “mantieni l’equilibrio”. Questo permetterà al bambino di non avere paura di ogni situazione possibile ma di sperimentarsi in prima persona con piena fiducia nelle proprie capacità, senza ansie. Dr. ssa Amanda Rossini, psicologa e psicoterapeuta.

Possiamo dare forma al concetto di iperprotezione, immaginandolo come uno steccato senza fessure alto mezzo metro. Quando il piccolo cresce e diventa un adulto, per forza di cose guarderà oltre. Ma non avrà – nel frattempo – saputo immaginare soluzioni ai problemi che gli si potranno presentare. Come avrebbe invece potuto fare, se dallo steccato si fosse potuto vedere qualcosa.

A cura della redazione di MioDottore con il contributo della Dott. ssa Amanda Rossini, psicologa e psicoterapeuta.

 

 

Un uso “educativo” del cellulare per i bambini: 5 strategie

Per quanto i tuoi bambini si trovino ancora in un’età in cui alla tecnologia si preferiscono i giochi (e i giocattoli), prima o poi arriverà la fatidica domanda: “posso avere un cellulare?”

Il cellulare è adatto per i bambini? A quale età? Ma soprattutto: può avere un utilizzo di tipo “educativo” per tuo figlio? In che modo?

“Il cellulare oggigiorno è diventato un’esigenza purtroppo, non serve né demonizzare né esaltarne l’uso, però sarebbe opportuno promuovere, presso le scuole, corsi volti ad informare ed educare su un sano utilizzo dei mezzi informatici in genere. I bambini dai 10 anni in su possono averlo, ma di fondamentale importanza diventa la gestione del cellulare: ovvero solo per necessità, evitando di stabilire una grave dipendenza. Bisogna favorire lo sviluppo del pensiero creativo nel bambino e soprattutto lo sviluppo delle capacità sociali: il cellulare potrebbe ostacolare tutto ciò. Un utilizzo di tipo educativo si può avere solo nel caso in cui ci sia una giusta consapevolezza dei rischi e dei pregi di un mezzo, come il cellulare. Potrebbe diventare uno strumento anche didattico se utilizzato in maniera intelligente, secondo un obiettivo ed entro soprattutto tempi prefissati.” Dott. ssa Mariangela Castellano.

L’età del primo cellulare si abbassa sempre di più

Secondo un recente sondaggio, un bambino su cinque in Italia inizia a prendere contatto col cellulare durante primo anno di vita. Fra 3 e 5 anni di età, l’80% dei bambini è ormai in grado di usare il telefonino dei genitori.

Possiamo dunque dire che, se ancora non hanno sostituito il televisore come “compagno tecnologico” dei bimbi, gli smartphone e i tablet sicuramente l’hanno affiancato e, in un futuro non troppo lontano, potrebbero persino arrivare a soppiantarlo.

Ad ogni modo, c’è da rimarcare che, sempre secondo il sondaggio, la maggior parte dei genitori (due su tre) usano tablet, smartphone e altri apparecchi elettronici insieme ai figli. È importante infatti sottolineare come l’uso del cellulare per i bambini non sia assolutamente da condannare, ma possa anzi risultare assolutamente sicuro e persino educativo, se i genitori sono pronti a seguire alcune semplici accortezze.

5 strategie “educative” per l’utilizzo del cellulare:

1. Il cellulare si “condivide” con la mamma e il papà

Almeno fino ai 12 anni, è bene che il cellulare sia un oggetto personale del bambino, ma che al contempo il suo utilizzo avvenga sotto lo sguardo vigile dei genitori.

2. Stabilire orari e regole fin da subito

“Niente TV dopo le 14:00”. “I cartoni animati li guarderai dopo aver finito di studiare”. “Quando si studia, non si guarda la televisione”. Quante volte, da bambino, abbiamo sentito queste frasi?

Come per la televisione, anche per l’utilizzo del cellulare è necessario stabilire regole e orari più o meno fissi: in questo modo, non solo sarà più facile condividerne l’utilizzo e guidare il bambino a un uso consapevole e responsabile della tecnologia, ma il cellulare stesso diventerà un mezzo indiretto per un fine importante per la maturazione personale: l’acquisizione di regole e di una certa disciplina.

Quante ore al giorno usarlo? Al momento, la maggior parte degli esperti consigliano un uso moderato nella prima infanzia: circa un’ora al giorno fino ai 10-12 anni.

3. Educare all’uso di internet

Fornire uno smartphone a un bambino significa anche metterlo in contatto con una realtà per lui nuova, Internet. Il web è una grande risorsa per noi adulti, ma è bene educare fin da subito i bambini al suo utilizzo, soprattutto in relazione ai pericoli di vario genere che possono celarsi in rete: fare attenzione agli sconosciuti, non postare sui social media proprie foto o immagini, ecc.

Anche in questo caso, al controllo bisogna affiancare la partecipazione alla vita e alle attività che il bambino svolge su internet.

4. Usare le possibilità educative offerte dalle nuove tecnologie

Smartphone e tablet sono una grande risorsa per l’apprendimento: giochi interattivi, piccoli quiz, e altre applicazioni e programmi sono molto preziosi per sviluppare l’apprendimento dei più piccoli in maniera divertente e partecipativa.

Inoltre, grazie a internet, puoi insegnare molte cose al tuo bambino in maniera immediata: una domanda di geografia si può trasformare nell’immagine di un monumento, di una città, di un parco, ecc.; un argomento storico trattato in classe dalla maestra può diventare l’occasione per mostrare una mappa dell’impero romano dallo schermo del tablet; le pronunce di una lingua straniera possono essere studiate ascoltando un file audio, e così via.

5. I divieti non servono

Al di là delle legittime preoccupazioni, vietare del tutto l’uso del cellulare potrebbe rivelarsi persino controproducente: non solo, come sappiamo, per i più piccoli il “fascino del proibito” è forte e potrebbero dunque trovare il modo di usare le nuove tecnologie di nascosto (senza a quel punto darci la possibilità di controllarne l’utilizzo), ma soprattutto si rischia di perdere le opportunità educative dirette e indirette che esse offrono.

Come spesso accade, il problema non è lo strumento in sé, ma l’uso che se ne fa e, soprattutto, la capacità di noi “grandi” di aiutare i “piccoli” a muoversi con consapevolezza in una nuova realtà e a renderla il più possibile consona al loro sviluppo psicologico e sociale.

A cura della redazione di MioDottore e con il contributo della Dott. ssa Mariangela Castellano, psicologa e psicoterapeuta.

 

 

 

 

 

I bambini e lo sport: quali le regole fondamentali?

Vi sono alcune semplici regole che riassumono il giusto modo di far approcciare i bambini allo sport:

  • L’attività sportiva non deve prescindere dal gioco: l’impegno dei bambini in uno sport qualsiasi non può prescindere dalla dimensione della socialità. Lo sport deve far parte del bagaglio culturale del bambino e stimolarlo a fare amicizia e nell’apprendimento;
  • Non avvicinare i bambini troppo presto all’attività sportiva agonistica. Capita che le società sportive tendano a forzare in questa direzione ma è importante ricordare quanto sopra sottolineato: i bambini non sono “piccoli adulti” e non possono avere gli stessi modelli dei più grandi;
  • “Proteggere” i bambini durante la pratica sportiva: l’abbandono di uno sport è spesso dovuto a esperienze negative, contrasti o umiliazioni. Il dovere dell’adulto è vigilare su queste dinamiche ed evitare che il bambino possa associare le esperienze traumatiche allo sport, per non compromettere la loro salute presente e precludere loro – da adulti – una buona abitudine futura;
  • L’attività sportiva costante comporta delle rinunce quotidiane: qualora l’impegno richiesto sia elevato, i bambini potrebbero trascurare altre attività molto importanti per la loro età. Fondamentale è quindi assicurarsi che i bambini non trascurino attività ludiche, sociali e formative di fondamentale importanza per il loro corretto sviluppo;
  • I bambini non sono in grado di dare il giusto valore a una vittoria e a una sconfitta e – spesso – si identificano con il risultato, con il rischio di perdere autostima. L’agonismo – che comporta la ricerca della vittoria con il massimo delle energie – è quindi potenzialmente pericoloso in tenera età;
  • Allenamenti eccessivi e mancanza di sufficiente supporto da parte delle figure genitoriali e dell’allenatore, possono causare l’insorgere di disturbi di tipo psicologico (umore, ansia);

Infine, è bene ricordare che il principio che il bambino abbia diritto di giocare e divertirsi, senza pressioni agonistiche, è sancito dalla Carta dei Diritti del Bambino nello Sport.

Cosa dev’essere dunque l’agonismo per i bambini?

L’agonismo – per i più piccoli – non deve significare dunque vincere la partita bensì partecipare alla partita: giocare e impegnarsi, senza dover essere dei campioni. Questo semplice assunto – fondamentale per lo sport durante l’infanzia – è importante anche per migliorare la cultura dello sport negli adulti, nelle famiglie, negli sportivi professionisti.

 

A cura della redazione di MioDottore e con il contributo della Dott. ssa Mariangela Castellano, psicologa e psicoterapeuta.

 

 

 

 

 

 

Sport ed età evolutiva

Lo sport ha un ruolo molto importante nel raggiungimento di un equilibrio psico-fisico, sia durante l’età adulta che durante l’età evolutiva.

Fa bene alla salute, previene il rischio di patologie cardiovascolari, aiuta a restare in linea e ad arginare l’aggressività: è uno sfogo naturale, con effetti positivi su tutta la sfera dell’emotività. Inoltre, funzione dello sport è anche spingere alla socializzazione e contribuire alla condivisione di regole: tutti questi ingredienti, fanno dello sport uno dei pilastri per un corretto sviluppo psico-emozionale del bambino stimolando la predisposizione al gioco e alla socialità, fortificando lo spirito di appartenenza a un gruppo e alla società e aumentando la disposizione alla cooperazione. Ma come approcciare correttamente uno sport durante l’età evolutiva?

Sport: un’attività quotidiana

A partire dagli anni ‘90 si è spinto molto per fare dell’attività sportiva un punto fermo della quotidianità dei bambini. Molti bambini infatti si avvicinano a sport di squadra e discipline sportive in tenera età (calcio, pallavolo, nuoto, pallacanestro, rugby, arti marziali, scherma, pattinaggio, etc.). In parallelo all’aumento dei praticanti di discipline sportive è aumentato anche il numero di piccoli sportivi che si sono avvicinati all’agonismo: molti “baby atleti”, si avvicinano alla pratica agonistica tra i 7 ed i 18 anni.

Al giorno d’oggi, soltanto il 10% degli italiani adulti svolge con regolarità attività sportiva, mentre adolescenti, bambini e ragazzi praticano lo sport quasi ogni giorno (grazie a scuola, associazioni e partecipazione a società giovanili). Spesso sono i genitori ad avviare i propri figli allo sport, con intento educativo. A volte capita – purtroppo – che alcuni genitori “investano” il proprio figlio dei propri sogni non realizzati, mettendolo nelle mani di allenatori o procuratori che ne devono curare la crescita agonistica e atletica.

Bisogna ricordare che i bambini non sono “piccoli adulti” ma hanno delle caratteristiche e delle necessità proprie della loro stagione evolutiva: per questo è fondamentale non solo che i programmi di allenamento rispettino caratteristiche date dall’età e disposizioni personali, ma anche che i genitori non “forzino” il proprio figlio nella pratica di uno sport in particolare e non lo spingano precocemente verso l’attività agonistica, senza che nel bambino sia nata la voglia di “fare un passo in più” e di praticare lo sport in modo agonistico.

A cura della redazione di MioDottore e con il contributo della Dott. ssa Mariangela Castellano, psicologa e psicoterapeuta.

 

Quale certificato occorre?

Calcio o tennis? In tutti i casi all’atto dell’iscrizione verrà richiesto il certificato medico e si ripresenta il solito dilemma su quale sia il certificato corretto e a chi richiederlo. Proviamo a fare chiarezza.

Le attività organizzate e gestite da società affiliate al CONI o da enti di promozione sportiva richiedono obbligatoriamente la certificazione non agonistica che attesti l’assenza di controindicazioni alla pratica sportiva.

LA CERTIFICAZIONE NON AGONISTICA
Gli accertamenti previsti consistono in una visita generale con rilevazione della pressione arteriosa. È inoltre necessario effettuare un esame elettrocardiografico.

IL CERTIFICATO AGONISTICO
Per quel che riguarda la certificazione agonistica può essere richiesta solo se il bambino raggiunge i criteri anagrafici minimi stabiliti dalla federazione di riferimento. Per esempio per il calcio dai 12 anni o per il nuoto dagli 8 anni di età. Questa certificazione può essere rilasciata unicamente da medici specialisti in medicina dello sport dopo visita di idoneità che comprende esame spirometrico, elettrocardiogramma a riposo e dopo step test dei 3 minuti.

Per tutti i tipi di certificato la validità massima è di un anno. In fin dei conti, al di là dell’obbligatorietà, un controllo annuale dei nostri bambini è comunque una buona e sana abitudine!

www.centromedicomedeor.it

Se ci sono allergie… attenzione!

Piccoli allergici in vacanza

Anche in estate i bambini allergici possono essere esposti a rischi, derivanti da:

pollini estivi. Se la meta delle vacanze è, ad esempio, un agriturismo nel centro-sud Italia, è possibile entrare a contatto con la parietaria o con i pollini del cipresso e dell’ulivo, alberi in genere non presenti nel nord del Paese.

– animali di campagna. Nelle aree di campagna, i bambini possono avere a che fare con cani e gatti, ma soprattutto con animali pelosi con i quali non sono normalmente a contatto – i cavalli e i conigli ad esempio – che possono generare riniti, congiuntiviti e crisi d’asma a volte anche molto importanti.

– pesce e frutti di mare. Se la destinazione è il mare, i bambini possono entrare a contatto con alimenti non consueti, come il pesce freschissimo e i frutti di mare. Ad alcuni bambini allergici al pesce basta passare davanti ad una pescheria per avere dei problemi di tipo respiratorio, semplicemente a causa dell’inalazione delle sostanze liberate nell’aria.

Per prevenire problemi. Conviene portare anche in vacanza un kit di farmaci e di dispositivi antiallergici. Se il bambino soffre di asma, non va dimenticato lo spray e, soprattutto, il distanziatore, senza il quale lo spray stesso non è efficace. Se invece è un allergico alimentare, ricordarsi di mettere in valigia l’adrenalina.

Si parte per le vacanze… alcune regole!

Perché i bambini devono essere fotoprotetti

La quantità di melanina prodotta è minima nelle prime fasi della vita per poi aumentare progressivamente con lo sviluppo. Studi epidemiologici hanno dimostrato che l’esposizione intensa in giovane età (al di sotto dei 15 anni) esercita effetti assai più nocivi ai fini del rischio di tumori della pelle. Infatti, il rischio di tumore della pelle sarebbe in gran parte determinato dal modo in cui l’individuo è stato protetto dalle radiazioni UV nei primi anni di vita, mentre i cambiamenti comportamentali successivi avrebbero una minor capacità di prevenire questi tumori.

 

Le regole della “tintarella intelligente”

Per ottenere una bella tintarella evitando gli effetti nocivi del sole è consigliabile attenersi alle seguenti norme:

– evitare l’esposizione tra le ore 11 e 16,30, quando la concentrazione dei raggi UV è maggiore;
– evitare le posizioni immobili e quindi non far dormire il bambino sotto il sole;
– evitare preparati “casalinghi” che stimolano l’abbronzatura;
– non considerare l’ombrellone o il bagno in acqua come una protezione efficace;
– non utilizzare prodotti potenzialmente fotosensibilizzanti come farmaci, cosmetici, profumi (prometazina, tintura di bergamotto, profumi ed essenze varie);
– partire all’inizio con fattori di protezione elevati per diminuire solo quando si è sviluppata una abbronzatura sufficiente
– applicare ripetutamente le creme protettive (ogni 2 ore circa e dopo ogni bagno)
– consultare il dermatologo per consigli specifici nel caso di bambini affetti da patologie cutanee o sistemiche associate a fotosensibilità.

[a cura del Centro Medico Medeor www.centromedicomedeor.it]

#MIGLIAIADIVITE

Parte la petizione salviamo #MIGLIAIADIVITE, per la chiusura di tutte le centrali a carbone in Italia entro il 2025
In questi giorni si decide il futuro energetico dell’Italia attraverso la Strategia Energetica Nazionale, in consultazione fino al 31 agosto. Petizione per chiedere un impegno concreto al Governo, capifila WWF, Greenpeace e Legambiente

Il link della petizione www.stopcarbone2025.org

Al via oggi la petizione #MIGLIAIADIVITE, capifila WWF Italia, Greenpeace Italia e Legambiente, per chiedere a gran voce al Governo italiano una chiusura definitiva di tutte le centrali a carbone entro il 2025. In questi giorni, infatti, si sta definendo la strategia energetica dell’Italia (SEN), anche se in realtà su un arco di tempo limitato (20 anni) con un documento in consultazione fino al 31 agosto. Successivamente verrà ultimato e pubblicato il testo definitivo della Strategia. E’ quindi importante che i cittadini italiani facciano sentire la propria voce in questi mesi.

Con la SEN, l’Italia ha l’occasione di decidere di uscire dal carbone, salvando così migliaia di vite e cambiando le sorti del futuro energetico del nostro Paese. In Italia, le 12 centrali a carbone esistenti nel 2013 causavano circa 10 morti premature a settimana e costavano agli italiani ogni anno 1,4 miliardi di euro di spese sanitarie. Oggi, di quelle 12 centrali ne restano operative 8, tra cui le più grandi e inquinanti; gli impatti sono appena ridotti.

Il carbone, infatti, è tra i combustibili fossili quello che, se bruciato, emette più CO2 ed è quindi tra i principali responsabili del cambiamento climatico, le cui devastanti conseguenze toccano la vita di noi tutti. Negli ultimi 6 anni in Italia sono state circa 3600 le vittime dei disastri provocati da eventi meteo estremi[1], e a livello globale si parla di 2 miliardi di potenziali “rifugiati” climatici nel 2100[2].

Nella bozza di strategia nazionale presentata a metà giugno, per la prima volta si prende in esame l’uscita dal carbone come fonte di energia elettrica, ma purtroppo il Governo non è riuscito ad assumere una posizione netta e ambiziosa a favore di una data certa e possibile: per i promotori della petizione, il carbone in Italia deve chiudere entro il 2025.

La proposta di strategia prevede: uno scenario base, con il mantenimento di 4 centrali su 10, tra cui la centrale di Brindisi, la più inquinante d’Italia; uno intermedio, con la chiusura anche di Brindisi, e uno più avanzato, che prevede la chiusura di tutte le centrali entro il 2030, e non al 2025, come necessario. Il Governo, però, cerca in qualche modo di disincentivare questo ultimo scenario paventando alti costi e frapponendo ostacoli.

Posporre questo passo di 5 anni, far sopravvivere il carbone fino al 2030, costerebbe invece migliaia di vita umane e comporterebbe costi sanitari maggiori dei 2,7, miliardi preventivati per l’abbandono di quel combustibile al 2025. Per non parlare dei costi altissimi per il clima, delle migliaia di ettari di terreni agricoli avvelenati. Uscire dal carbone è l’occasione per creare nuovi posti di lavoro con una vera e giusta transizione verso le energie rinnovabili e l’efficienza energetica. Oggi abbiamo a disposizione tutte le tecnologie e conoscenze per guardare a un futuro 100% rinnovabile.

Al Governo preoccupano forse i costi degli indennizzi alle grandi aziende. I promotori della petizione, invece, sono preoccupati per i costi in termini di vite e di emissioni dannose per il clima che l’Italia dovrebbe continuare a pagare per una pericolosa mancanza di coraggio. Audacia e leadership, fieramente esibite durante i G7 e il Summit di Taormina, che il nostro esecutivo deve saper dimostrare non solo sul palcoscenico internazionale ma anche a casa nostra.

Per aderire alla petizione www.stopcarbone2025.org

Per info,

Ufficio Stampa WWF

Tel. 06 84497 332 – 340 9899147

 

Primo giorno di SCUOLA.

Il primo giorno di scuola materna è un momento fondamentale per il bambino e altrettanto importante ed emozionante per il genitore. Obiettivo di questo breve articolo sarà mettere a fuoco, ed analizzare la presenza dei diversi stati d’animo che caratterizzano questo delicato momento della vita dei nostri figli e cercare, per quanto ci è possibile, di arrivare pronti ad un traguardo d’inizio così importante per tutta la famiglia.

Ogni momento importante della nostra vita è caratterizzato dall’insorgere di un’emozione: sia essa positiva o negativa. Fare i conti con le proprie emozioni, saperle gestire al meglio e viverle nel modo più adeguato, richiede un’ottima consapevolezza emotiva e anche un buon grado di maturità personale.

Il primo giorno di scuola di nostro figlio è sicuramente un momento importante, sia per lui che per noi, e sappiamo che segnerà un grande passo all’interno di un percorso che durerà anni. Non bisogna spaventarsi quindi se, con l’avvicinarsi del primo giorno, veniamo inondati da una buona quantità di emozioni e di preoccupazioni. Lo step iniziale è riuscire a dare il nome ad ogni singolo mattoncino di questo bagaglio emotivo che ci stiamo portando dietro. Contentezza, entusiasmo, gioia, curiosità, felicità, paura, preoccupazione, dispiacere, ansia, possono essere solamente alcuni degli stati d’animo che dobbiamo imparare a riconoscere per vivere al meglio, e far vivere al meglio a nostro figlio, momenti come questo.

La preoccupazione (letteralmente pre – occupazione: occupare il nostro pensiero prima del dovuto) è assolutamente fisiologica se si pensa che sino a quel fatidico momento del primo giorno di scuola i bambini sono stati al sicuro, sotto la nostra attenzione e sorveglianza, protetti da ogni pericolo o da ogni agente esterno, o affidati a persone in cui riponiamo la nostra cieca fiducia. L’attaccamento, che durante i primi anni di vita, sperimentiamo nei confronti dei nostri figli, e di conseguenza che facciamo anche sperimentare loro, viene per la prima volta fronteggiato da un elemento separatore, come la scuola. Sperimentare l’apertura al mondo dei nostri figli e l’ingresso nella loro vita di altri attori (compagni, maestre, educatori etc) può essere in alcuni casi molto traumatico anche per il genitore. L’importanza del saper affrontare al meglio questo momento ha una duplice valenza: Insegna a noi come essere genitori capaci di supportare al meglio la crescita, l’individualità e l’autonomia di nostro figlio e inoltre insegna ai nostri figli come diventare degli adulti che non hanno paura del cambiamento e delle nuove sfide.

 

Perché la scuola fa paura ai bambini?

Perché all’inizio fa parte del cambiamento: si tratta di una nuova prova, di un’esperienza sfidante cui non è possibile sottrarsi. Una prova che mette in gioco infinite qualità e disposizioni (forza di volontà, capacità di apprendimento, socialità, capacità di lavorare in gruppo e di sapersi relazionare, capacità di saper fronteggiare ostacoli e sconfitte).

Il primo giorno di scuola – sia materna che elementare – è come se segnasse un nuovo, completamente nuovo, inizio: l’inizio di un percorso dove sappiamo già che vivremo delle vittorie e delle sconfitte, l’inizio di un percorso che durerà anni, e che una volta iniziato concederà pause solo dopo mesi, in occasione delle vacanze.

Ovviamente, questo quadro non è perfettamente delineato nella mente del bambino, tuttavia egli ha coscienza del cambiamento e della sfida impliciti nell’iniziare questo nuovo percorso. E questa prospettiva – comprensibilmente – rende il bambino eccitato e al contempo spaventato.

Come comportarsi?

 

È importante preparare il bambino a questo fondamentale cambiamento e – allo stesso tempo – preparare sé stessi. Per fare ciò può essere utile ricordare una parolina magica API: Ascoltare, Parlare, Interagire.

 

Ascoltare: Prima ancora di mettere in atto una serie di comportamenti che possano preparare il bambino a questo nuovo inizio sarebbe bello poter chiedere al bambino stesso che cosa pensa della scuola. Spesso i bambini, anche i più piccoli, hanno delle idee molto più elaborate di ciò che possiamo pensare e potrebbe stupirci molto soffermarci ad ascoltare le loro fantasie, preoccupazioni ed esigenze.

Inoltre interrogare il bambino in merito alle aspettative che nutre nei confronti della scuola, dei compagni o delle maestre renderà la scuola molto meno spaventosa (Si ha paura spesso di ciò che non si conosce e che non si riesce ad immaginare!) Inoltre ricordiamoci, che secondo molte delle teorie sul linguaggio, parlare di qualcosa aiuta la formazione del pensiero, quale preparazione migliore quindi che ascoltare sapientemente cosa ha da dirci il nostro bambino?

 

Parlare: Comunicare, parlare, dialogare, descrivere. È molto importante anche che il genitore riesca a parlare con il figlio, spiegargli perché deve andare a scuola, descrivergli una classe, raccontargli degli altri bambini e delle maestre. Potrebbe essere interessante anche riuscire a raccontare la propria esperienza personale, in modo positivo “Quando ero piccola ho conosciuto a scuola tanti amici con cui giocare, facevamo questi giochi, ci insegnavano queste cose etc.” così facendo svilupperemo nel bambino una normale curiosità nei confronti di un qualcosa di nuovo che la mamma e il papà hanno già fatto.

 

Interagire: Se i primi due consigli riguardavano una forma di dialogo, e quindi una preparazione di tipo passiva all’evento, quest’ultimo step rappresenta un avvicinamento più esperenziale. L’interazione con il bambino riguarda, infatti, una serie di comportamenti, o accorgimenti da mettere in atto.

  • Rientro dalle ferie: evitare di rientrare dalle vacanze estive pochi giorni prima dell’inizio scolastico. Per quanto belli e rilassanti i viaggi estivi non potranno mai riflettere la sicurezza dell’ambientazione domestica. Troppi cambi repentini (rientro da un viaggio, casa e poi subito inizio scuola) potrebbero disorientare il bambino che invece necessita di tutta la serenità per affrontare questo grande passo. E’ importante quindi, prima dell’inizio della scuola che il bambino abbia ripreso i propri ritmi e si sia ri-abituato all’ambiente domestico.
  • A letto presto! È altresì importante che – nei giorni che precedono l’inizio della scuola materna, ma anche elementare – il bambino vada a letto presto e si svegli presto, in modo da non soffrire i ritmi della quotidianità una volta iniziata la nuova routine.
  • Vedere con gli occhi: Per limitare le possibili preoccupazioni da parte del bambino potrebbe essere carino anche organizzare delle brevi passeggiate vicino alla nuova scuola anche solamente dall’esterno così da sfatare qualche possibile fantasia negativa o paure.
  • Lo zainetto: per accrescere ancor più la curiosità e quell’eccitazione positiva per un nuovo inizio, sarà certamente d’aiuto rendere il bambino partecipe della scelta del suo nuovo zainetto, se parliamo della scuola materna, o di tutto l’occorrente se parliamo anche delle elementari. Spesso gli accessori giocano un ruolo fondamentale e a volte basta uno zainetto per renderci dei supereroi invincibili!

 

È importante sottolineare, infine, che seppur molto semplicistici, questi step sono utilissimi per rendersi preparati al grande passo.. e non solo per i bambini!

Avere delle attenzioni, nei confronti dei più piccoli, mirate per la preparazione ad una tale avventura, renderà anche i genitori in grado di saper gestire meglio questa separazione. Separazione, si! Perché l’inizio della scuola decreta proprio quel momento in cui scegliamo di farli diventare (attraverso un lunghissimo percorso!) personcine autonome. Riuscire a preparare il bambino al distacco aiuterà senz’altro a rendere questo distacco meno traumatico, anche per gli adulti. Inoltre sarà più semplice anche saper gestire le emozioni legate alla preoccupazione e all’ansia, comprensibili ma disfunzionali se il bambino le dovesse assorbire e appropriarsene.

In ultimo è importante sapere che è inoltre buona norma informare gli educatori di tutte le eventuali patologie di cui soffra il bambino, sia più evidenti che lievi: anche piccoli ed apparentemente insignificanti disturbi possono essere una causa di stress per il piccolo, se non vi si presta attenzione. Comunicate quindi agli educatori non solo allergie, disturbi o intolleranze alimentari ma anche abitudini e piccoli vezzi della quotidianità.

 

Cosa mettere nello zainetto del bambino?

  • Dentifricio e spazzolino, se il bambino rimane a pranzo presso l’istituto;
  • Una merendina e una bottiglietta d’acqua;
  • Un cambio di vestiti;
  • Un foglietto con i recapiti dei familiari.

A cura della redazione di MioDottore.it e della Dott.ssa Federica Miccichè, psicologa e psicoterapeuta.

FRUTTA E VERDURA: COME FARLA MANGIARE AI BAMBINI

Forzare un bambino a mangiare qualcosa, può avere l’effetto contrario: generare una sorta di rifiuto aprioristico. Un tale rigetto – se riguarda alimenti dalle ottime proprietà nutrizionali e importanti per la crescita, come la frutta – è assolutamente da evitare. Come fare, dunque, a far si che i bambini amino la frutta?

Il primo passo, il più importante, è far acquisire al bambino delle corrette abitudini alimentari: come nell’adulto, anche nel bambino, una corretta alimentazione è associata all’acquisizione di corrette abitudini, che con una buona probabilità saranno mantenute anche in età adulta. Insegnare ai propri figli l’importanza della qualità del cibo che mangiamo, li renderà adulti educati, “alimentarmente” parlando, e in grado di fare delle scelte alimentari sane ed equilibrate. Un bambino che ama la frutta sarà un adulto che ama la frutta!

Al contrario di quanto si pensa l’abitudine al consumo di frutta e verdura non è una fortuna concessa solamente a pochi genitori, ma il risultato di una vera e propria educazione ai sapori, che vale per i più piccoli ma anche per i più grandi! Ci basti pensare quanto il disgusto di qualche alimento (broccoli in età infantile ad esempio) passi prima per la testa, ossia per l’idea che quel sapore e odore non sia per nulla di nostro gradimento. Lo stesso sapore in età adulta diventa apprezzabile, se privati dal pregiudizio del disgusto, e completamente immangiabile se ne rimaniamo ancorati.

È quindi importante guidare il bambino verso una buona educazione alimentare. Insegnargli, giocando, che ogni alimento ha caratteristiche e qualità differenti, educarlo ai sapori dei cibi sani, quali frutta e verdura, aiutandolo quindi ad acquisire, sin da piccolo, una corretta abitudine alimentare che gli permetterà di apprezzare i sapori di una dieta varia e sana.

 

 

COME INCENTIVARE IL BAMBINO A TAVOLA?

La buona abitudine alimentare è un’urgenza che necessita, per essere realmente acquisita, di qualche trucchetto da parte dei genitori.

La preparazione del pranzo/merenda: coinvolgere il bambino nelle fasi della preparazione ha tantissimi risvolti positivi (e non solamente per l’educazione alimentare!!).

  • Sviluppo dell’autostima: sentendosi utile alla preparazione di una qualcosa che è necessario, come il pasto, il bambino accresce il proprio senso di appartenenza e la possibilità di sperimentarsi all’interno di un luogo considerato sicuro, sviluppando così anche una buona autostima. Sembrerebbe questo punto completamente slegato dall’educazione alimentare. È importante, invece, stabilire una buona connessione legata al concetto di nutrimento. Il pasto diventa così un momento a cui dare importanza all’interno della giornata, ed emotivamente legato ad un espressione serena del proprio sviluppo.
  • Sviluppo della curiosità alimentare: “Che sapore avrà quel piatto che ho preparato con mamma e papà?” La curiosità rappresenta una spinta molto positiva nel bambino rendendolo reattivo e sviluppandone anche l’intelligenza.
  • Mangiare giocando: una partecipazione alla preparazione possiamo averla anche dai più piccoli. Nel caso sia troppo difficile o pericoloso farci aiutare, possiamo sempre chiedere aiuto ai più piccoli nel disporre le varie pietanze all’interno del piatto.

(verdura come erba di un disegno, o un piatto di passato di verdure che assume le sembianze di una faccia). Questo accorgimento renderà l’atto del mangiare più piacevole in quanto verrà associato all’alimento un significato divertente.

 

Nel caso in cui non sia proprio possibile coinvolgere i bambini nella preparazione è possibile utilizzare qualche altro accorgimento/trucchetto.

Prima della preparazione: Spesso può essere utile coinvolgere i bambini non solo nella preparazione del pranzo o della merenda, ma anche nella scelta degli ingredienti. Portateli con voi al mercato o dal fruttivendolo, scegliete frutta e verdura insieme a loro. Rendeteli parte integrante delle scelte decisionali alimentari familiari.

Mangiare e sapere: durante la fase del pasto può essere carino, ogni tanto, far indovinare al bambino tutti gli ingredienti presenti nel piatto che sta mangiando. Questo gioco ha una duplice valenza: stimola la possibilità di conversare a tavola e sviluppa nel bambino la capacità al gusto per ogni singolo ingrediente.

Forchetta comanda color color…: Alcune verdure, o anche molta frutta, si presta alla possibilità di creare piatti molto colorati, e quindi alla possibilità di poter giocare con i colori. In questo caso è possibile giocare con il bambino chiedendo di mangiare un colore per volta, o anche cambiando spesso e chiamando i colori di volta in volta.

Si mangia prima con gli occhi: (soprattutto per la frutta come forma di merenda). Per agevolare la scelta di frutta durante le merende è possibile tagliarla a spicchi e impiattarla in un modo molto invitante (ad esempio un arancio che forma un viso con un grande sorriso) o addirittura giocare con la consistenza (tagliare la mela in fettine sottilissime rende il mangiarla molto divertente).

 

Così come i buoni accorgimenti esistono anche, ovviamente, dei comportamenti a cui prestare molta attenzione: 3 consigli da non attuare:

 

  • Se mangi tutto…: Bisognerebbe cercare di non far diventare frutta e verdura il prezzo da pagare per la ricompensa post pasto. Sebbene sia semplice pensare di poter dire “Se mangi tutta la mela puoi andare a giocare con i videogiochi” è molto svantaggioso. La mela, così come il cibo, assumerebbe una connotazione negativa e per una buona e serena abitudine alimentare questo non è possibile.
  • Finiscilo comunque..: Forzare il bambino a mangiare da un piatto che ha già disgustato non è assolutamente la giusta via. È possibile in quel caso proporre lo stesso ingrediente in forma diversa, magari coinvolgendo il bambino nella preparazione, per aiutarlo ad abituarsi al sapore.
  • Dopo la frutta ti puoi alzare..: Forzare i bambini a mangiare la frutta dopo i pasti non è una corretta abitudine alimentare. La frutta è preferibile inserirla tra due pasti come merenda.

Ultimo ma non meno importante: ricordate di dare il buon esempio! Se mamma e papà non mangiano la frutta, sarà difficile che possano convincere il proprio bambino a farlo. Prendetelo come un gioco e approfittatene per acquisire anche voi delle migliori abitudini alimentari! E se il bambino proprio non ne vuole sapere, non demordete e promuovete in lui la curiosità almeno per assaggiare.

 

FRUTTA E VERDURA NELLE SCUOLE

Un aiuto fondamentale, per far acquisire la buona abitudine del consumo abituale di frutta e verdura ai bambini, viene anche dall’ambiente scolastico. È qui infatti che i bambini trascorrono una fetta considerevole della propria giornata, ed è alle mense scolastiche che sempre più bambini consumano il proprio pranzo – perché spesso entrambi i genitori lavorano.

Può l’istituzione scolastica aiutare le famiglie nel promuovere corrette abitudini alimentari? Assolutamente si! Accompagnare l’aspetto didattico alla pratica delle buone abitudini alimentari è un aiuto fondamentale: scoprire come la frutta e la verdura crescono, come vengono prodotte, quali siano le loro proprietà e come arrivino sul banco del fruttivendolo solletica la curiosità dei bambini e li accompagna nella scoperta delle buone abitudini alimentari.

 

Avvicinare didattica, gioco, scoperta e cibo è lo scopo del programma europeo “Frutta nelle scuole”, introdotto dal regolamento (CE) n.1234 del Consiglio del 22 ottobre 2007 e dal regolamento (CE) n. 288 della Commissione del 7 aprile 2009. Il programma si propone infatti di incentivare il consumo di frutta e verdura da parte dei bambini in età scolastica, attraverso varie iniziative (distribuzione di prodotti ortofrutticoli, informazioni sui prodotti ortofrutticoli, gite).

L’obiettivo è sempre lo stesso: acquisire buone abitudini alimentari attraverso l’apprendimento, il coinvolgimento e il divertimento.

A cura della redazione di MioDottore.it e della Dott.ssa Federica Miccichè, psicologa e psicoterapeuta.

Cosa è il glutine

Il glutine è un complesso proteico presente in alcuni cereali (frumento, segale, orzo, avena*, farro, spelta, kamut, triticale).

La prolamina è una delle frazioni proteiche che costituiscono il glutine ed è la responsabile dell’effetto tossico per il celiaco.
La prolamina del frumento viene denominata gliadina, mentre proteine simili, con il medesimo effetto sul celiaco, si trovano anche in orzo, segale, farro, spelta, kamut, triticale ed avena.

Il consumo di questi cereali provoca una reazione avversa nel celiaco dovuta all’introduzione delle prolamine con il cibo all’interno dell’organismo.
L’intolleranza al glutine genera infatti gravi danni alla mucosa intestinale quali l’atrofia dei villi intestinali.
Con dieta aglutinata si definisce il trattamento della celiachia basato sulla dieta di eliminazione di tutti i cereali contenenti glutine.
La dieta senza glutine, condotta con rigore, è l’unica terapia che garantisce al celiaco un perfetto stato di salute.

 

*L’avena è tossica?

La maggior parte dei celiaci può inserire l’avena nella propria dieta senza effetti negativi per la salute. Si tratta comunque di una questione ancora oggetto di studi e ricerche da parte della comunità scientifica, in particolare sulle specifiche varietà di avena maggiormente adatte ai celiaci. Il Board Scientifico di AIC, pertanto, suggerisce il consumo di avena solo per quei prodotti a base di o contenenti avena presenti nel Registro Nazionale dei prodotti senza glutine del Ministero della Salute, che garantisce sull’idoneità dell’avena impiegata. Allo scopo di monitorare eventuali effetti legati all’introduzione dell’avena, si consiglia inoltre che tali prodotti vengano inizialmente somministrati a pazienti in completa remissione e che stiano seguendo una dieta senza glutine che abbia escluso anche l’avena

Cosa è la celiachia

La Malattia Celiaca (o Celiachia) è una infiammazione cronica dell’intestino tenue, scatenata dall’ingestione di glutine in soggetti geneticamente predisposti.

La Dermatite Erpetiforme è una patologia scatenata in soggetti geneticamente predisposti dall’assunzione dietetica di glutine e caratterizzata da lesioni cutanee specifiche e distintive, che regrediscono dopo l’eliminazione del glutine dalla dieta. E’ considerata una variante della malattia celiaca, anche se molto raramente la Dermatite Erpetiforme si presenta con le caratteristiche lesioni della mucosa duodenale della celiachia

Sintomi

La Celiachia è caratterizzata da un quadro clinico variabilissimo, che va dalla diarrea profusa con marcato dimagrimento, a sintomi extraintestinali, alla associazione con altre malattie autoimmuni. A differenza delle allergie al grano, la Celiachia e la Dermatite Erpetiforme non sono indotte dal contatto epidermico con il glutine, ma esclusivamente dalla sua ingestione. La Celiachia non trattata può portare a complicanze anche drammatiche, come il linfoma intestinale

Diagnosi

La celiachia può essere identificata con assoluta sicurezza attraverso la ricerca sierologica e la biopsia della mucosa duodenale in corso di duodenoscopia. Gli accertamenti diagnostici per la celiachia devono necessariamente essere eseguiti in corso di dieta comprendente il glutine

[tratto da www.celiachia.it]

Allergie alimentari e mense scolastiche, come affrontare il problema?

Il problema delle allergie alimentari è in continuo aumento: in una città come Roma ci sono almeno 20.000 bambini allergici ad alimenti, nel Lazio 50.000. Le allergie alimentari interessano infatti il 2-3% dei bambini al di sotto dei tre anni, l’1-3% di quelli in età scolare e prescolare e l’1% degli adolescenti.

I bambini allergici ad alimenti che frequentano la comunità infantile si “concentrano” pertanto nei Nidi d’infanzia e nelle Scuole Materne, ma un numero tutt’altro che trascurabile è ancora presente nelle scuole dell’obbligo. Molti sono i problemi che i bambini con allergia alimentare e le loro famiglie devono affrontare quotidianamente: economici, psicologici, pratici, sociali. In particolare la frequenza della scuola e della mensa scolastica porta con sé:

Difficoltà a far accettare i bambini allergici ad alimenti nelle Scuole Materne e nei Nidi e/o a far frequentare loro la mensa scolastica (“no, signora, noi non garantiamo”);

Senso di diversità e di emarginazione rispetto ai compagni;

Menù scolastici poco variati e ripetitivi, spesso diversi da quelli dei compagni;

Senso di ansietà da parte dei genitori, dei bambini e dei loro insegnanti legato al timore di reazioni in caso di assunzione accidentale di alimenti allergenici. I sintomi che ad esse possono conseguire possono essere in alcuni soggetti di particolare gravità: insorgono generalmente entro pochi minuti dall’esposizione ed evolvono rapidamente, coinvolgendo diversi organi e apparati e mettendo potenzialmente in pericolo la vita del bambino.

Nelle scuole medie non è raro che per scherzo o per bullismo i compagni obblighino il bambino con allergia alimentare a ingurgitare l’alimento responsabile, con conseguenze talora tragiche. Le mense delle scuole sono di regola attrezzate, ma il servizio è messo in difficoltà dal fatto che questa è una patologia varia. Esiste per esempio “una” celiachia, e quindi “una” dieta per celiaci; ma ogni bambino ha la sua allergia alimentare e quindi ci debbono essere tante diete quanti sono i bambini con allergia alimentare. Diete che debbono essere costruite sul certificato di esenzione rilasciato dall’allergologo o dal pediatra. Ora, non sempre i certificati di esenzione vengono rilasciati dopo un appropriato iter terapeutico. A volte sono costruiti su congetture. A volte su eccessive cautele. A volte accarezzano il desiderio di non far mangiare ai propri bambini alimenti che loro non amano. O alimenti per i quali i genitori non si fidano della ristorazione scolastica (tipicamente, il pesce).

Non esiste una banca-dati sul numero di certificati per allergia alimentare, ma da una informale indagine presso alcune scuole materne italiane si aggirano attorno all’8%: una percentuale ben più alta di quella degli allergici. Molti recitano “affetto da intolleranza alimentare”, una diagnosi che non esiste in medicina. Molti fanno riferimento a test di scatenamento di cui si attende l’esito, ma l’esito di quei test non arriva mai durante l’anno scolastico.

In alcuni Paesi europei e negli USA esistono normative di legge che regolamentano l’approccio da parte degli insegnanti a bambini che possono presentare reazioni anafilattiche in seguito all’assunzione accidentale di alimenti allergenici: gli operatori sono informati di tale rischio e istruiti (nonché autorizzati) a riconoscere tempestivamente le reazioni e a farvi fronte. Sono inoltre dotati dei farmaci e degli strumenti che consentano loro tale intervento, nonché di tutti i numeri di emergenza da contattare in caso di assunzione accidentale.

Non sono attualmente presenti in Italia analoghe disposizioni legislative. A ciò consegue un ovvio disagio misto a timore da parte degli insegnanti, che da un lato si sentono responsabilizzati nei confronti del bambino allergico ma dall’altro hanno “le mani legate” per quanto riguarda qualunque intervento terapeutico, che spesso non sanno né quando né come mettere in atto; la somministrazione di farmaci a scuola suscita inoltre remore da parte degli insegnanti, che sostengono di non essere autorizzati né tutelati in merito.

Non è chiaro tuttavia se, a fronte di un action plan firmato dal medico e di un’autorizzazione-delega da parte dei genitori, gli insegnanti possano (debbano?) praticare l’adrenalina autoniettabile (farmaco salva-vita, utilizzabile anche dai “non-addetti ai lavori”) in caso di comparsa di reazioni anafilattiche a scuola.

Di conseguenza le famiglie dei bambini allergici affidano il loro bambino alla scuola con fiducia ma anche con grande preoccupazione. Progetti di formazione nelle scuole sono stati prodotti a Torino e a Milano, a opera di associazioni di genitori, allo scopo di formare gli insegnanti e gli educatori a conoscere, prevenire, riconoscere e saper trattare le reazioni conseguenti all’assunzione accidentale di alimenti allergenici. A Roma per ora non sono note esperienze simili.

 

[tratto da: www.ospedalebambinogesu.it/allergie-alimentari-e-mense-scolastiche]

L’eccesso di fruttosio fa male al fegato dei bambini

Uno studio dei ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù per la prima volta dimostra la correlazione tra il consumo di alte quantità di questo zucchero e lo sviluppo di malattie epatiche gravi. I risultati dell’indagine pubblicati sul Journal of Hepatology.
L’abuso sistematico del fruttosio aggiunto ai cibi e alle bevande ha un effetto pericoloso sulla salute di bambini: le quantità assunte quotidianamente in eccesso accrescono di una volta e mezza il rischio di sviluppare malattie epatiche gravi. La conferma scientifica arriva da uno studio dei ricercatori dell’area di Malattie epato-metaboliche dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù che, per la prima volta in letteratura, rivela i danni del fruttosio sulle cellule del fegato dei più piccoli. I risultati dell’indagine sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Journal of Hepatology.
Lo studio è stato condotto tra il 2012 e il 2016 su 271 bambini e ragazzi sovrappeso o obesi affetti da fegato grasso. In 1 bambino su 2 gli esami effettuati hanno rilevato livelli eccessivi di acido urico in circolo. L’acido urico è uno dei prodotti finali della sintesi del fruttosio nel fegato. Quando è prodotto in grandi quantità diventa tossico per l’organismo e concorre allo sviluppo di diverse patologie. Attraverso ulteriori indagini, incrociate con i dati emersi dal questionario alimentare somministrato ai pazienti, i ricercatori hanno dimostrato anche l’associazione tra gli alti livelli di acido urico e l’aggravarsi del danno al fegato, soprattutto tra i grandi consumatori di fruttosio. In particolare è stato rilevato che la larga maggioranza dei bambini e ragazzi partecipanti allo studio assumeva una quantità media giornaliera di fruttosio superiore a 38 grammi. Un livello ben al di sopra del limite massimo giornaliero di zuccheri aggiunti indicato dall’American Hearth Association: l’associazione dei cardiologi americani in un recente articolo pubblicato su Circulation raccomanda, infatti, di evitare l’uso degli zuccheri aggiunti (glucosio, galattosio, fruttosio, saccarosio) nell’alimentazione dei bambini sotto i 2 anni e di non superare il limite di 25 grammi al giorno tra i 2 e i 18 anni.

IL FRUTTOSIO AGGIUNTO
Il fruttosio è uno zucchero naturale presente in diversi alimenti, soprattutto nella frutta ma anche nei vegetali e nelle farine utilizzate per pasta, pane e pizza. In una dieta bilanciata, il consumo di fruttosio naturalmente contenuto nei cibi non provoca alcun effetto negativo. I problemi a carico del fegato dei bambini derivano dall’abuso quotidiano, sistematico, di fruttosio aggiunto presente negli sciroppi e nei dolcificanti utilizzati principalmente dall’industria nelle bevande e in varie preparazioni alimentari.

I MECCANISMI DEL DANNO AL FEGATO
Il fruttosio viene metabolizzato, ovvero scomposto e trasformato, principalmente nel fegato. Questo processo di sintesi produce energia per il corpo, ma anche altri derivati come l’acido urico. Se la quantità di fruttosio ingerita sistematicamente è eccessiva, il percorso metabolico si altera e viene prodotto troppo acido urico. Quando l’organismo non riesce a smaltire le alte concentrazioni in circolo, si innescano meccanismi pericolosi per la salute: aumenta lo stress ossidativo (i vari componenti delle cellule vengono danneggiati dalla rottura dell’equilibrio cellulare) e si attivano insulino-resistenza e processi infiammatori delle cellule epatiche. Questi meccanismi sono precursori dell’insorgenza del diabete e del fegato grasso. Nei bambini con il fegato già compromesso, accelerano la progressione della malattia verso stadi più gravi (steatoepatite non alcolica, fibrosi epatica, cirrosi).

I ricercatori del Bambino Gesù hanno quindi dimostrato che i bambini con abitudini alimentari sbagliate, sottoposti a un sistematico “bombardamento” di fruttosio, corrono un rischio aumentato di sviluppare patologie del fegato.

«Diversi studi hanno provato che l’elevato consumo di zucchero è associato a numerose patologie sempre più frequenti in età pediatrica come l’obesità, il diabete di tipo II e le malattie cardiovascolari. Ma poco si sapeva del suo effetto sul tessuto epatico, almeno fino ad oggi» spiega Valerio Nobili, responsabile di Malattie Epato-metaboliche del Bambino Gesù. «Con la nostra ricerca abbiamo colmato la lacuna: abbiamo infatti dimostrato che un eccessivo consumo di fruttosio si associa ad alti livelli di acido urico e soprattutto a un avanzato danno epatico, tanto da favorire la precoce comparsa di fibrosi prima e cirrosi poi a carico del fegato. Ecco perché, alla luce di quanto certificato dal nostro studio, è fondamentale non abusare di cibi e bevande con un elevato contenuto di fruttosio, modificando le errate abitudini alimentari dei nostri ragazzi».

[ tratto da: www.ospedalebambinogesu.it/fruttosio-danni-fegato]

I vaccini contro la meningite

Abbiamo già trattato l’argomento nella pagina “la meningite”, ma vogliamo continuare a parlarne…

Le meningiti sono malattie infettive acute, caratterizzate dall’infiammazione del rivestimento del cervello e del midollo spinale: le meningi. In Italia, negli ultimi anni, vengono segnalate circa 1.000 meningiti batteriche l’anno in tutta la popolazione. La fascia di età più colpita è quella pediatrica e in particolare i bambini sotto l’anno di età.
Le meningiti possono essere causate da batteri, virus, funghi e parassiti. Quelle più gravi e pericolose sono quelle batteriche, che possono determinare la morte del soggetto colpito o esiti gravemente invalidanti.
Tutti possono ammalarsi di meningite, ma i soggetti più colpiti sono i bambini, in particolare se molto piccoli; soggetti a rischio sono anche gli anziani, chi soffre di problemi immunitari e chi di altre patologie croniche.

Nei neonati (entro 28 giorni di età) i germi coinvolti sono:
* lo Streptococco di gruppo B;
* l’Escherichia Coli;
* la Listeria Monocytogenes.

In tutte le altre età 3 sono le famiglie di batteri responsabili della quasi totalità dei casi:
* lo Streptococco Pneumoniae (Pneumococco);
* la Neisseria Meningitidis (Meningococco);
* l’Haemophilus Influentiae di tipo B (Emofilo).
CONTAGIO E SINTOMI

Le meningiti sono malattie particolarmente contagiose. L’infezione può trasmettersi attraverso le goccioline di saliva -parlando, tossendo, starnutendo- se ci si trova a stretto contatto (entro 1 metro di distanza) con un soggetto malato.

I sintomi con cui può presentarsi la meningite sono numerosi e tra questi i più frequenti sono:
– febbre alta;
– dolore al collo o rigidità del collo;
– mal di testa;
– vomito;
– sonnolenza;
– convulsioni;
– fontanella anteriore rigonfia nei lattanti.

Nei lattanti e nei piccoli bambini, la meningite può manifestarsi, soprattutto nelle fasi iniziali, con sintomi più sfumati come inappetenza, irritabilità e febbricola.
Un bambino con sintomi sospetti di meningite deve essere visitato al più presto da un medico che, qualora confermi il sospetto, invierà il paziente al Pronto Soccorso pediatrico più vicino.
DIAGNOSI E CONSEGUENZE

La storia clinica del paziente e la visita indirizzano molto alla diagnosi, che deve essere confermata con esami del sangue, ma in particolare con l’esame del liquido cefalorachidiano che viene prelevato attraverso la puntura lombare (tramite un ago infilato nella parte bassa della schiena, attraverso la colonna vertebrale. Nonostante gli importanti progressi della medicina, delle terapie rianimatorie e di terapia intensiva, ancora oggi il 10-15% dei soggetti colpiti da meningite muore, il 20-30% ha conseguenze gravi e invalidanti (amputazioni, danni cerebrali, sordità, epilessia, paralisi, ritardo neuropsicomotorio.).
COSA FARE IN CASO DI CONTATTO

In caso di contatto stretto e prolungato con un soggetto affetto da meningite batterica, deve essere praticata una terapia antibiotica su prescrizione medica specifica per il tipo di germe responsabile. Purtroppo le meningiti sono malattie molto gravi e anche quando la diagnosi viene fatta tempestivamente, e la terapia antibiotica praticata subito e in maniera adeguata, la possibilità di guarire senza esiti è inferiore al 50% dei casi.

Tanto più precoce è il trattamento, tanto maggiori sono le probabilità che il trattamento abbia successo e che la malattia guarisca senza esiti.
L’IMPORTANZA DEL VACCINO

La vaccinazione rappresenta l’unico modo al momento disponibile per prevenire le meningiti batteriche. Esistono vaccini per ciascuna famiglia dei principali batteri responsabili.

* Contro l’Haemophilus Influentiae di tipo B il vaccino è incluso nel vaccino esavalente la cui prima dose viene somministrata già a partire dal 61° giorno di vita (terzo mese).

* Contro lo Pneumococco è disponibile un vaccino che protegge da 13 differenti ceppi di Pneumococco (anche questo praticabile dai primi mesi di vita).

* Conto il Meningococco esistono diversi vaccini. Un vaccino contro il Meningococco C, uno contro il Meningococco B e un vaccino in grado di proteggere da 4 diversi ceppi (A, C, Y, W 135).

Parlando con il proprio Pediatra e/o Medico di fiducia, è possibile stabilire la migliore modalità per proteggere il proprio figlio, in base all’età del bambino. Tutti i vaccini contro la meningite sono sicuri e sono stati praticati in numerosissime dosi -i più nuovi in molte migliaia, i più datati in milioni di dosi. I vaccini rappresentano al momento l’unica possibilità per prevenire queste gravissime malattie. Purtroppo, ancora oggi, l’80% delle meningiti è dovuta a germi per i quali sono disponibili vaccini; questo significa che 800 dei 1.000 casi di meningite presenti in Italia potrebbero essere evitati.

Tratto da www.ospedalebambinogesu.it/meningiti-b

Quando la mamma è anaffettiva.

La mamma è un punto cardine nella crescita emotiva del bambino.

Crescere con una mamma anaffettiva può creare serissimi danni: senso di abbandono e incapacità di riconoscersi come individuo e genera paura, ansia, senso di colpa facendo leva sulla sua paura di perdere la relazione o di entrare in conflitto.

Generalmente queste madri sono persone che non riescono a rimproverare ma nemmeno sanno gratificare e sostenere i loro banbini. Sono incapaci di esprimere le proprie emozioni, soprattutto quando si tratta di manifestare amore. Non sanno proteggere, tranquillizzare, insegnare, consolare, ma riescono benissimo a squalificare, criticare, demotivare, scoraggiare, opprimere, intimidire, ricattare… in modo gelido e distaccato.

La madre anaffettiva riuscirà a rinfacciare ai figli adulti i sacrifici fatti per loro, avrà un comportamento da vittima e ricatterà moralmente i figli inducendoli ad un senso continuo di colpa facendoli sentire responsabili del suo malessere e persino della sua vecchiaia. Avranno continue richieste, lamenti chiedendo di essere aiutata e protetta mentre il suo atteggiamento concreto è quello di pensare solo a sé stessa. Mostra gelosia nei confronti dei figli adulti, per il loro successo con le persone, o magari per il loro lavoro.

 

I danni creati dal padre assente

Studiando più a fondo il ruolo dei genitori nello sviluppo del bambino, gli psicologi sono arrivati ad individuare l’importanza e la rilevanza della figura paterna durante l’infanzia.

La mancanza affettiva costante di un padre è un disagio profondo per il bambino e può creare seri danni psicologici e lasciare un segno per tutta la vita.

Possiamo definire l’assenza del padre in due modi:

  • l’assenza fisica – che non permette la confidenza affettiva e il modo ed il tempo di far valere la propria autorevolezza in termini di discussione, accordo e rispetto delle regole educative.
  • l’assenza progettuale o emotiva – E’ un padre assente, anche colui che non dà il suo apporto al progetto genitoriale.

L’assenza fisica ha lo stesso peso dell’assenza emotiva e progettuale. Quando ci si riferisce all’assenza paterna si fa riferimento anche alla mancata capacità di accogliere le richieste dei propri figli, di amarli, di abbracciarli e di sorreggerli nelle difficoltà di ogni giorno.

Un padre può essere assente anche se si dedica solo al suo lavoro e non coltiva la relazione con i suoi figli. Un padre è assente quando beve, quando ha problemi con il gioco d’azzardo, quando è dipendente dalle sostanze, quando sceglie gli amici del bar alla propria famiglia, quando è troppo autoritario e impedisce, con la sua rigidità, la costruzione di un legame di cura e di affidamento.

 

Quali sono i problemi che si possono verificare nel bambino?

  • Autostima: il sentirsi non accettato o poco accettato dal padre, non avere la sua approvazione e il suo appoggio crea una riduzione della stima di sé stesso e non aiuta la formazione del carattere.
  • Difficoltà comportamentali: il bambino ha bisogno di un confronto continuo con il mondo esterno. La figura del padre, in questo ruolo, non è solo “presenza fisica”, per aiutare il figlio nella crescita caratteriale deve essere accompagnata dalle “presenza emotiva” dell’adulto che deve essere coinvolto, farne parte attiva, nei momenti importanti della vita del figlio.
    Si possono verificare comportamenti aggressivi e atteggiamenti da spavaldo, nel goffo tentativo di coprire la propria insicurezza.
  • Insicurezza e ansia: un padre che non è “dalla parte di suo figlio” genera insicurezza e ansia. Un padre assente che non mette in discussione positivamente le azioni del figlio o della figlia crea un segno negativo indelebile anche nell’età adulta. Questa situazione può provocare distacco sociale, superficialità nei rapporti, problemi di fiducia nei confronti degli altri.
  • Calo del rendimento scolastico: la condotta scolastica tende ad essere difficoltosa, con problematiche di inserimento, voti bassi e forte rischio di abbandono scolastico.

Si può sostituire la figura paterna?

Gli studi ci dimostrano come la presenza di una figura maschile possa compensare in parte il vuoto lasciato dall’assenza paterna.

Ovviamente nessuno sarà mai in grado di sostituire del tutto il proprio padre. Nessuna presenza potrà mai colmare quel senso di vuoto che resterà durante la crescita e l’adolescenza.

Imporante è quindi circondare il bambino di adulti amorevoli, capaci di rispondere ai suoi bisogni: uno zio o un nonno possono rappresentare delle figure importanti a cui il bambino farà riferimento nel corso della sua crescita.
Un modello maschile affidabile, presente, in grado di richiamare in parte quel senso di autorevolezza necessario, garantirà al bambino di sperimentarsi nel rapporto con un uomo adulto.

 

La meningite

Malattie batteriche invasive: cause e agenti patogeni

I batteri che sono più frequente causa di malattie batteriche invasive sono tre:

  • Neisseria meningitidis (meningococco) alberga nelle alte vie respiratorie (naso e gola), spesso di portatori sani e asintomatici (2-30% della popolazione). La sua presenza non è correlata a un aumento del rischio di meningite o di altre malattie gravi. È stato identificato per la prima volta nel 1887, anche se la malattia era già stata descritta nel 1805 nel corso di un’epidemia a Ginevra. Si trasmette da persona a persona attraverso le secrezioni respiratorie. Il meningococco è un batterio che risente delle variazioni di temperatura e dell’essiccamento. Dunque, fuori dell’organismo sopravvive solo per pochi minuti. La principale causa di contagio è rappresentata dai portatori sani del batterio: solo nello 0,5% dei casi la malattia è trasmessa da persone affette dalla malattia.Esistono 13 diversi sierogruppi di meningococco, ma solo sei causano meningite e altre malattie gravi: più frequentemente A, B, C, Y e W135 e molto più raramente in Africa, X. In Italia e in Europa, i sierogruppi B e C sono i più frequenti. I sintomi non sono diversi da quelli delle altre meningiti batteriche, ma nel 10-20% dei casi la malattia è rapida e acuta, con un decorso fulminante che può portare al decesso in poche ore anche in presenza di una terapia adeguata. I malati di meningite o altre forme gravi sono considerati contagiosi per circa 24 ore dall’inizio della terapia antibiotica specifica. La contagiosità è comunque bassa, e i casi secondari sono rari. Il meningococco può tuttavia dare origine a focolai epidemici. Per limitare il rischio di casi secondari, è importante che i contatti stretti dei malati effettuino una profilassi con antibiotici. Nella valutazione di contatto stretto (che deve essere fatta caso per caso) vengono tenuti in considerazione:a) i conviventi considerando anche l’ambiente di studio (la stessa classe) o di lavoro (la stessa stanza)
    b) chi ha dormito o mangiato spesso nella stessa casa del malato
    c) le persone che nei sette giorni precedenti l’esordio hanno avuto contatti con la sua saliva (attraverso baci, stoviglie, spazzolini da denti, giocattoli)
    d) i sanitari che sono stati direttamente esposti alle secrezioni respiratorie del paziente (per esempio durante manovre di intubazione o respirazione bocca a bocca).La sorveglianza dei contatti è importante per identificare chi dovesse presentare febbre, in modo da diagnosticare e trattare rapidamente eventuali ulteriori casi. Questa sorveglianza è prevista per 10 giorni dall’esordio dei sintomi del paziente. Il periodo di incubazione è generalmente 3-4 giorni (da 2 fino a 10 giorni) Inoltre, bisogna considerare che il meningococco può causare sepsi meningococcica (un quadro clinico, talvolta molto severo, per la presenza del meningococco nel sangue con febbre alta, ipotensione, petecchie, insufficienza da parte di uno o più organi fino anche ad un esito fatale) che può presentarsi da solo o coesistere con le manifestazioni cliniche della meningite.
  • Streptococcus pneumoniae (pneumococco) è l’agente più comune di malattia batterica invasiva. Oltre alla meningite, può causare quadri clinici di sepsi (generalmente con una sintomatologia di febbre alta, con una forma non così severa come la spesi meningococcica) polmonite o infezioni delle prime vie respiratorie, come l’otite. Come il meningococco, si trasmette per via respiratoria ma lo stato di portatore è assolutamente comune (5-70% della popolazione adulta). Esistono più di 90 tipi diversi di pneumococco. Le meningiti e le sepsi da pneumococco si presentano in forma sporadica, e non è indicata la profilassi antibiotica per chi è stato in contatto con un caso poiché non si verificano focolai epidemici.
  • Haemophilus influenzae b (emofilo o Hi) era fino alla fine degli anni Novanta la causa più comune di meningite nei bambini fino a 5 anni. Con l’introduzione della vaccinazione con l’uso del vaccino esavalente i casi di meningite causati da questo batterio si sono ridotti moltissimo. In passato il tipo più comune era l’Haemophilus influenza b (verso il quale è diretto il vaccino), mentre oggi sono più frequenti quelli non prevenibili con vaccinazione. In caso di meningite da Hi, è indicata la profilassi antibiotica dei contatti stretti.

I sintomi della meningite sono indipendenti dal germe che causa la malattia. I sintomi più tipici includono:

  • irrigidimento della parte posteriore del collo (rigidità nucale)
  • febbre alta
  • mal di testa
  • vomito o nausea
  • alterazione del livello di coscienza
  • convulsioni.

L’identificazione del microrganismo responsabile viene effettuata su un campione di liquido cerebrospinale o di sangue.

Nei neonati, alcuni di questi sintomi non sono evidenti. Si può però manifestare febbre, convulsioni, un pianto continuo, irritabilità, sonnolenza e scarso appetito.

 

tratto da: www.epicentro.it

Il Disturbo Borderline

Premettiamo che il nostro articolo è puramente informativo, per diagnosticare qualunque disturbo è necessario rivolgersi ad un medico specializzato. Vogliamo solo capirci meglio, insieme a voi…[tratto da www.psicoadvisor.com]

 

Parleremo di un disturbo che coinvolge variazioni dell’umore: il disturbo borderline che è classificato come disturbo strutturale di personalità.

Il disturbo borderline di personalità si manifesta in adolescenza, presenta modelli comportamentali coerenti nel tempo. Può essere descritto con quattro caratteristiche psicopatologiche:

  • disturbi affettivi (instabilità)
  • impulsività
  • problemi cognitivi
  • relazioni instabili

Le persone che soffrono di questo disturbo sono quindi facilmente irritabili, tristi, ansiosi e spesso si sentono “vuoti”. Anche l’impulsività è un sintomo cronico di questo disturbo ed è diffcilissimo mantenere il controllo dei comportamenti e delle reazioni. Possono esserci episodi di paranoia, allucinazioni uditive ed episodi di depersonalizzazione. I sintomi psicotici sono generalmente di breve durata e il soggetto è cosciente che “sta accadendo qualcosa di strano” senza sprofondare in pensieri deliranti. I soggetti con personalità borderline sono manipolativi e sanno essere incredibilmente convincenti.

Le persone con disturbo borderline sono vittime di paure e insicurezze in grado di innescare comportamenti distruttivi per il prossimo o auto-distruttivi, non sempre riescono a capire la natura del loro comportamento ne’ come questo influisce sulla loro vita.

Anche se le loro azioni possono sembrare terribili, sono le loro paure e l’incapacità di avere prospettive razionali a indurre comportamenti eccessivi, estremi, inappropriati e distruttivi. La loro paura spesso può trasformarsi in rabbia perché non hanno molti canali introspettivi e cadono in esplosioni emotive di vario genere; attuano un gran numero di comportamenti sabotanti che solo raramente sono consapevoli. Insomma, il borderline tende a distruggere se stesso e rendere difficile la vita alle persone care… ma lo fa in modo inconsapevole, perché non conosce e non vede altre vie.

La scarsa capacità introspettiva non gli consente di riconoscere le emozioni che provano ne’ tantomeno di esprimerle in modo coerente. Spesso descrivono un vuoto emotivo che tentano di colmare con gesti estremi di varia natura.

Sono instabili nella loro immagine di sé, nei loro stati d’animo, nel comportamento e nelle relazioni interpersonali.

Sono molto arrabbiati, molto impulsivi e molto confusi sulla loro identità. Si sentono vuoti e tendono a stringere rapporti interpersonali drammatici e intensi.

Quando una persona con disturbo borderline si sente abbandonata, può diventare disperatamente impulsiva; il vuoto interiore riferito può spingere in promiscuità spericolate, guida spericolata, abuso di sostanze o addirittura a gesti auto-lesivi.

Sono molto facili alla noia e questo aumenta il senso di frustrazione, il senso di vuoto e gli atteggiamenti estremi.

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Come si vive con un soggetto boderline…

Avere una relazione con una persona con personalità borderline vuol dire vivere una relazione d’amore-odio, ossessiva, complicata ed instabile da cui purtroppo diventa davvero difficile uscire. Breve o lunga che possa essere la durata, la relazione con un borderline comporta un impatto destabilizzante nella psiche di chi la vive e lascia delle ferite emotive molto difficili da rimarginare.

I border possiedono delle qualità che li rendono molto attrattivi: non di rado sono persone notevolmente brillanti ed intelligenti, sono vitali, energici, sensibilissimi e molto intuitivi.

L’infanzia delle persone che svilupperanno da adulti il disturbo border di personalità è stata un infanzia traumatica segnata da esperienze di grave trascuratezza, di maltrattamento psicologico e non di rado di maltrattamento fisico o abuso sessuale.

LE 10 REGOLE PER IDENTIFICARE UN GIOCATTOLO SICURO

 

Alcune indicazioni utili per identificare un giocattolo sicuro in fase di acquisto:

1 Sulla confezione devono comparire in maniera visibile, leggibile, indelebile e soprattutto in lingua italiana:

–MARCATURA CE rappresenta la conformità ai requisiti essenziali di sicurezza del giocattolo. I giocattoli possono essere immessi sul mercato solo se provvisti della marcatura CE posta sul giocattolo stesso e/o sul suo imballaggio. La marcatura deve rispettare le specifiche e le proporzioni presenti e deve avere un’ altezza minima di 5 mm;

–IL NOME E INDIRIZZO DEL PRODUTTORE, DELL’IMPORTATORE O DISTRIBUTORE e i dati necessari per poterlo identificare, per poterlo contattare in caso di problemi;

–Le AVVERTENZE: indicazione della fascia di età alla quale il giocattolo è destinato e relativa motivazione, avvertenze d’uso per giocattoli che potrebbero presentare rischi particolari: giocattoli chimici, pattini, skateboard, biciclette e simili, giocattoli nautici, giocattoli funzionali che imitano apparecchiature elettroniche (es: ferro da stiro), giocattoli contenuti nei prodotti alimentari (es: sorprese), imitazioni di maschere e strumenti di protezione individuale, giocattoli da appendere a culle e simili, giocattoli contenenti fragranze.

2 Prestate attenzione alle indicazioni relative alla fascia di età dei bambini per la quale il giocattolo è stato progettato e si ritiene di conseguenza adatto.

–In assenza di un’età consigliata si presuppone che il giocattolo sia destinato a tutte le età (0-14 anni).

–SE ACQUISTATE GIOCATTOLI PER BAMBINI SOTTO I TRE ANNI, È BENE ASSICURARSI CHE NON CONTENGANO PICCOLE PARTI ACCESSIBILI: potrebbero causare rischio di ingestione. I giocattoli realizzati per bambini di età superiore a 3 anni, ma potenzialmente utilizzabili da bambini di età inferiore ai 3 anni, devono riportare la seguente avvertenza: “ATTENZIONE: NON ADATTO A BAMBINI DI ETÀ INFERIORE A 36 MESI” (oppure “3 anni”, oppure il pittogramma del viso del bambino con il segnale di divieto), seguita dalla motivazione di rischio, ad esempio: “CONTIENE PICCOLE PARTI CHE POTREBBERO ESSERE INGERITE O INALATE”.

3 I giocattoli e le loro PARTI SMONTABILI non devono presentare PUNTE O SPIGOLI APPUNTITI, BORDI TAGLIENTI O ANGOLI ECCESSIVAMENTE SPORGENTI.

4 I GIOCATTOLI MECCANICI devono essere costruiti in modo tale che gli INGRANAGGI NON SIANO ACCESSIBILI.

–FRECCE E ARCHI usati come giocattoli dai bambini devono avere adeguate protezioni che proteggano da possibili lacerazioni. Monitorate il gioco dei vostri bambini: un uso improprio può essere molto pericoloso.

–GIOCATTOLI CHE EMETTONO RUMORI E/O SUONI: per prevenire danni all’udito le norme stabiliscono specifici livelli di rumore producibili dai giocattoli che sono considerati sicuri. Se il suono di un giocattolo all’interno del negozio vi pare troppo elevato, non acquistatelo: i bambini sono molto più sensibili ai suoni rispetto agli adulti.

5 GIOCATTOLI che funzionano A BATTERIA destinati a bambini di età inferiore a 36 mesi devono avere un vano batteria inaccessibile, realizzato in modo tale da richiedere l’intervento di un adulto per essere aperto (ad esempio il vano è chiuso da una vite). Nei giocattoli destinati a bambini di età superiore ai 36 mesi il vano deve essere inaccessibile solo per le batterie a bottone, in tutti gli altri casi può essere facilmente rimovibile. In questo ultimo caso prestate particolare attenzione al possibile surriscaldamento delle pile (derivante da errato posizionamento delle stesse) poiché potrebbero provocare gravi scottature al bambino.

6 Qualsiasi parte del giocattolo deve essere RESISTENTE ALLO STRAPPO. Prestate particolare attenzione alle parti sporgenti rispetto alla sagoma del giocattolo, quali occhi, naso e bottoni.

7 Eliminare sempre i palloncini rotti o sgonfi!

–I PALLONCINI IN LATTICE GONFIABILI SONO PERICOLOSI SE ROTTI O SGONFI poiché potrebbero essere ingeriti. La confezione deve riportare la dicitura: “Attenzione: non adatto ai bambini di età inferiore agli otto anni”.

8 I giocattoli progettati perché il bambino vi giochi all’interno (ad esempio tende da indiano o casette) DEVONO ESSERE ARIEGGIATI e PRIVI DI CHIUSURE AUTOMATICHE che impediscano il passaggio dell’aria o la possibilità al bambino di uscirne facilmente.

9 CORDE, STRINGHE, REDINI E LACCI IN GENERE non devono avere lunghezza e spessore tali da risultare pericolose: potrebbero causare rischi di strangolamento.

10 Una volta aperti, gli imballaggi dei giocattoli DEVONO ESSERE ELIMINATI. I sacchetti di plastica possono risultare PERICOLOSI SE INFILATI IN TESTA (rischio di soffocamento) e gli altri elementi dell’imballaggio potrebbero essere ingeriti.
CONSIGLI

Guardate le istruzioni dei giochi con i vostri figli, appurate che abbiano ben compreso il funzionamento.
Verificate periodicamente che i giocattoli non presentino rotture.
Tenete separati i giocatoli destinati a bambini di fasce di età differenti.
In caso di dubbi sulla sicurezza di un prodotto acquistato, rivolgetevi al vostro punto vendita di fiducia.
Trovate il tempo per giocare con in vostri bambini, farà bene anche a voi.

Per maggiori informazioni: www.giocattolisicuri.com

“Vuoi saperne di più? Clicca due volte su qualsiasi parola e approfondisci con in nostro Dixio… la ricerca diventerà divertente e infinita!”

Il Progetto Susy Safe

Surveillance System on Foreign Body Injuries in Children

oggetti pericolosiIl soffocamento causato da corpi estranei è una delle cause principali di decesso nei bambini da 0 a 3 anni ed è comune anche in età maggiore, fino a 14 anni. Dati recenti stimano che ogni anno, nell’UE, i casi riguardanti bambini di età compresa tra 0 e 14 anni siano circa 50.000, l’1% dei quali mortale. Tra questi, circa 10.000 incidenti coinvolgono oggetti inorganici, in generale fabbricati industrialmente, soprattutto parti in plastica e metallo, monete e giocattoli. Dei 2.000 casi all’anno che coinvolgono giocattoli, quelli mortali sono circa 20.

Susy Safe è un registro di controllo per le lesioni causate da ingestione, aspirazione, inalazione o inserimento di corpi estranei (corrispondenti ai codici ICD9 da 930 a 939) nel quale vengono raccolti i dati provenienti da tutti i paesi, al fine di:

  • fornire un profilo di analisi del rischio per tutti i prodotti causanti il soffocamento, allo scopo di
    creare un sistema di controllo per i casi di soffocamento nei giovani consumatori, causati da prodotti mal progettati o mal confezionati;
  • aiutare a garantire la sicurezza dei consumatori, indicando quei prodotti il cui profilo di rischio è chiaramente incompatibile con un uso sicuro del prodotto stesso;
  • fornire alla Commissione Europea dati comparativi su rischi e benefici di ciascuno dei prodotti causa di soffocamento, per valutare i rischi accettabili in relazione all’impatto economico previsto per un eventuale ritiro dal mercato dei prodotti stessi;
  • fornire una valutazione di come le differenze socio-economiche tra i cittadini dell’UE possano influire sulla probabilità di rimanere vittime di soffocamento in seguito all’ingestione di corpi estranei, con lo scopo di implementare attività educative specifiche sui comportamenti sicuri e la sorveglianza attiva dei genitori riguardo ai prodotti specifici che causano il soffocamento;
  • coinvolgere, in quanto competenti, le Associazioni dei Consumatori e/o gli Organi Nazionali di Sorveglianza del Mercato nella raccolta dei dati e nell’educazione adeguata dei consumatori, consentendo di valutare in maniera precisa i profili di rischio per quei prodotti che in realtà provocano soffocamenti ma che, a causa del basso impatto in termini di sanità infantile (ingestioni di corpi estranei che si risolvono spontaneamente) vengono spesso trascurati e non sono riportati nei dati ufficiali di deospedalizzazione.

I casi verranno riportati in forma anonima da medici ospedalieri, otorinolaringoiatri, pneumologi, medici generici, utilizzando un modulo standard on line. Per partecipare al progetto, gli investigatori devono registrarsi su questo sito internet.
I principali documenti scientifici che utilizzano i dati complessivi verranno pubblicati con la formula “Susy Safe Working Group”, con un elenco di tutti i centri registrati, riconoscendo così il contributo di ciascun investigatore in qualità di coautore.

www.susysafe.org

5 cose sbagliate su dislessia, discalculia & co (Lorena Figini).

Lorena Figini ha da poco è iniziata una collaborazione con il sito Your Edu Action, per il quale ha scritto questo articolo che potete leggere in originale qui.

La grafica è a cura di You Edu Action.

Oggi parliamo di DSA, Disturbi Specifici dell’Apprendimento: argomento noto, forse, ma sul quale incombono errori anche gravi, da parte di insegnanti e genitori. Non voglio parlarvi di cosa fare, ma di cosa NON fare: cosa NON fare per non far sentire i vostri ragazzi, figli o studenti, incapaci; cosa NON fare per non abbassare la loro autostima, già così in bilico, sotto lo zero; cosa NON fare per farli crescere, nonostante le loro difficoltà, sereni e, soprattutto, NON diversi.

1. LA DISLESSIA È UNA DISABILITÀ O UNA MALATTIA. Niente di più sbagliato, ma c’è chi, genitori e insegnanti, ci crede ancora. Dislessia, discalculia, disgrafia e disortografia sono sistemi diversi di funzionamento a livello neurale; non sono disabilità in alcun modo: sono solo caratteristiche dell’individuo che lo pongono in difficoltà rispetto a un metodo di apprendimento tradizionale e standardizzato.

2. LIBRI SEMPLIFICATI, MAPPE E AUDIOLIBRI RISOLVONO TUTTO. Strumenti compensativi e misure dispensative sono utili, per non dire fondamentali, se utilizzati come si deve; devono diventare uno strumentario efficace che il ragazzo sa usare autonomamente. Servirli su un piatto d’argento per poi non spiegarne l’utilizzo è assolutamente inutile. Un esempio? Le mappe. Vanno bene se sono utili, ma l’importante è trasmettere un metodo di studio che permetta di crearle in completa autonomia.

3. USARE SCHEDE E MATERIALI CON FONT POCO LEGGIBILI. È risaputo, ormai, che i caratteri con troppe grazie sono quelli meno leggibili per chi è dislessico. Perché allora non avere qualche piccola accortezza nel proporre i materiali? Servono schede con caratteri semplici (Arial, ad esempio, o font appositamente creati), poche immagini ma esplicative, dimensioni maggiori del testo o interlinea maggiore. E anche nella scelta dei libri di testo, meglio scegliere quelli che non riempiono le pagine di scritte e immagini fino alla nausea.

4. DARE A TUTTA LA CLASSE LE STESSE VERIFICHE. Errore grosso anche se in classe non ci sono ragazzi con difficoltà riconosciute: ognuno di noi ha un diverso stile di apprendimento e necessita di verifiche che lo rispecchino. Proporre verifiche contenenti sempre la stessa tipologia di esercizi è sbagliato. I ragazzi con DSA, in particolare, hanno bisogno di privilegiare l’orale oppure, nello scritto, avere di fronte domande a risposta chiusa, completamenti, collegamenti, ecc. Personalizzare è quanto di più didatticamente corretto possiamo fare.

5. I DSA SONO TUTTI UGUALI. Infine, i Disturbi Specifici dell’Apprendimento non sono tutti uguali: ci sono la dislessia, la discalculia, la disgrafia e la disortografia, ognuno con caratteristiche diverse. In più, anche tra ragazzi con lo stesso disturbo dell’apprendimento, ci possono essere enormi differenze. La regola che dovrebbe essere sempre valida, DSA o no, è: NON GENERALIZZARE.

http://pedagogiaedidattica.blogspot.it

Infezione delle vie urinarie, una patologia che colpisce l’8% dei bambini.

La Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) presenta un progetto per pediatri e famiglie per affrontare un problema che colpisce oltre l’8% dei bambini sotto agli 8 anni.
Febbre, inappetenza o vomito? Anche la mamma potrà escludere infezioni molto comuni ma poco conosciute: parola dei pediatri.

Prende vita il progetto educazionale promosso da FIMP per i pediatri e lo sviluppo di leaflet informativi, con lo scopo di intervenire rapidamente ed efficacemente sul problema delle infezioni delle vie urinarie. E con una novità diagnostica di facile utilizzo per le mamme.

leafletIVU_1Succede sempre così: di fronte a febbre, vomito o inappetenza del piccolo la preoccupazione delle mamme è riconoscere i sintomi indicativi di malattie più preoccupanti delle banali forme influenzali . E se non fosse così evidente? Potrebbe trattarsi di un’infezione delle vie urinarie, una patologia che colpisce l’8% dei bambini, con un’incidenza
superiore nei primi anni di vita.
Le infezioni delle vie urinarie sono la causa più frequente di infezioni batteriche nei bambini dopo quelle delle vie respiratorie. Con valori differenti nelle varie età pediatriche si arriva a seconda delle statistiche a una frequenza anche dell’8%. Tale frequenza si accompagna, specie nei bambini più piccoli, alla presenza di segni e sintomi aspecifici, quali disappetenza, vomito, irritabilità, febbre, che dai genitori spesso sono visti come segni iniziali di malattie di altri apparati, ritardando il contatto col proprio pediatra e quindi una diagnosi che con un semplice e rapido esame delle urine potrebbe essere posta. L’importanza di una rapida e corretta diagnosi, e del conseguente rapido inizio del trattamento antibiotico, è molto importante per ridurre al massimo le possibili complicazioni sulla funzionalità renale che possono portare fin dall’età pediatrica a malattie urinarie croniche.
Tutte le linee guida raccomandano ad esempio che per il lattante febbrile sia fatta una analisi delle urine attraverso degli stick, per valutate la presenza di leucociti e/o nitriti quali indicatori di infezione. La semplicità del metodo di lettura si scontra però con la difficoltà della raccolta delle urine, e le normali procedure consigliate ( sacchetti adesivi, mitto diretto )creano frequentemente problemi di raccolta ai genitori. Tale difficoltà genera un disuso dell’esam ambulatoriale e il ricorso alle strutture ospedaliere con un grande onere di tempo ed economico sia dei pazienti sia
degli operatori sanitari.
I pediatri quindi vedono con molto favore tutte modalità che semplifichino la raccolta e permettano di arrivare ad una rapida diagnosi di infezione, quale un nuovo stick adesivo che, posizionato semplicemente sul pannolino, consente alle mamme di identificare segni indicativi di infezioni urinarie (attraverso il rilevamento dei valori di nitriti e/o leucociti nelle urine dei bambini) e in caso di esito positivo ricorrere precocemente al parere del proprio pediatra.

TENA_Carton_Box_120x220x25 KopieTENA, leader per competenze ed esperienze nell’ambito dell’incontinenza, raccoglie l’esigenza di lanciare un innovativo dispositivo medico per il riconoscimento rapido di infezioni urinarie (TENA U-Test), e supporta in modo non condizionante il progetto educativo “Mamma sto male, hai controllato la mia pipì?”
Tale progetto promosso da FIMP è a disposizione di tutti i pediatri della FIMP (circa 6000) che potranno ora usufruire sia di corsi formativi riconosciuti dal ministero (ECM) sia di quelli a distanza (FAD).

leafletIVU_2Il Progetto prevede, inoltre, un supporto per le famiglie che, grazie alla diffusione di un leaflet informativo predisposto dai pediatri, potranno conoscere in modo più approfondito le infezioni delle vie urinarie e approfondire eventuali sintomi sospetti nei propri figli sotto la guida costante del proprio pediatra di famiglia. Il materiale educativo contenuto nel leaflet sarà inoltre scaricabile da www.fimp.pro per avere sempre sottomano le 5 regole suggerite da FIMP
“Le infezioni urinarie sono facilmente curabili – spiega Giampietro Chiamenti, pediatra e Presidente Nazionale FIMP – ma, se trascurate, possono condurre a complicanze che si manifesteranno da adulti, quali ipertensione, gestosi e, nei casi più gravi, a insufficienze renali importanti, segnando l’intera vita di un paziente. Per una sintomatologia spesso silenziosa e complessa come quella legata a tali patologie, la diagnosi precoce si è dimostrata fondamentale.
Crediamo sia importante educare bene la famiglia a sospettare e riconoscere sintomi comuni in modo tempestivo invitando la mamma a tener monitorati alcuni “campanelli di allarme” (es. febbre, inappetenza, cattivo odore della pipì) consultandosi con il pediatra che potrebbe suggerire di fare una prima indagine sulle urine. Ecco perché abbiamo ideato anche un leaflet informativo che spiega la problematica e i 5 sintomi da monitorare.”
“Vogliamo lanciare quest’iniziativa anche a livello nazionale – precisa Chiamenti – che prosegue quella pilota dello scorso anno effettuata su 3 aree test, coinvolgendo oltre ai pediatri, le famiglie e i farmacisti”.

ALCUNE REGOLE PER UN BIMBO IPERATTIVO

“GIU’ LE MANI DAI BAMBINI” SUGGERISCE… (ALCUNE REGOLE PER UN BIMBO IPERATTIVO)

[tratto da www.giulemanidaibambini.org che spiega che “La lista che segue è frutto dell’armonizzazione a cura del nostro staff di due noti riferimenti per specialisti, “La sindrome di Pierino: il controllo dell’iperattività”, del dott. Daniele Fedeli, docente di Psicopatologia Clinica dell’Università di Udine, “How to operate an ADHD clinic or subspecialty practice”, di M. Gordon – GSI Publications e “Che cosa ti avevo detto?”, di D. Donovan e D. McIntyre. Si tratta di alcune facili regole pratiche per la gestione in classe ed a casa di bimbi irrequieti e disattenti …”]

 

1) AIUTAMI A FOCALIZZARE L’ATTENZIONE SU DI TE
Considera il mio “modo” di entrare in contatto con l’ambiente: ho bisogno di movimento, gesti e mani alzate!

2) …E ASSICURATI CHE TI STIA ASCOLTANDO
Quando svolgo un attività che mi richiede molta concentrazione,come giocare con i videogiochi, mi capita di rispondere in modo automatico e impulsivo. Quanti disguidi nascono! Basta un piccolo gesto per richiamare la mia attenzione!

3) ATTENZIONE AI SIGNIFICATI CONVENZIONALI
Io recepisco quello che dici alle lettera e in modo logico. Espressioni come: “Non ti sai comportare come si deve?”, “Le vuoi prendere?”, “Che cosa ti ho appena detto?”,“La smetti?” Non ottengono il risultato da te sperato perché io le interpreto con un’altra modalità. Molti di questi sono ordini di fare esattamente il contrario di ciò che tu avevi in mente, come: “Dillo solo un’altra volta!” “Avanti. Tocca quel giocattolo e vedi che ti succede!”

4) SEI TROPPO COMPLICATO…
I messaggi vanno formulati in maniera molto diretta, senza “giri di parole”… sennò mi confondo!

5) DAMMI PRIMA QUELLO DI CUI HO BISOGNO
Può capitare che non mi stiate dando il necessario. Non darmi quello di cui TU hai bisogno ma vieni incontro ai MIEI bisogni fisici ed emotivi. Ho bisogno di appoggio, regole e limiti fin dalla prima età, e con continuità nel tempo.

6) PERCHE TUTTE QUESTE REGOLE?
Le regole vanno commisurate alle mie possibilità: poche regole e molto chiare. Mi devi descrivere – di volta in volta e con molta linearità – il comportamento o il risultato che ti aspetti da me.

7) PERCHE’ QUANDO MI PARLI NON TI FAI SENTIRE?
Devi mostrarmi come un compito va eseguito, dandomi delle istruzioni con voce chiara. Per me è utile ripetere le Tue istruzioni, esprimendole ad alta voce, finché non avrò interiorizzato la sequenza.

8 ) MI DICI TROPPE COSE TUTTE ASSIEME
I messaggi vanno trasmessi uno per volta, altrimenti io li “cumulo” e poi me li dimentico! Se tu “segmenti” i comportamenti in una sequenza operativa (”…ora prendo il libro, cerco la pagina, la leggo tutta senza interruzioni…”), per me è tutto più facile. Se poi i compiti sono troppo lunghi o complessi… spezzettali in parti più piccole! Così mantengo la capacità d’attenzione ed il controllo sull’obiettivo da raggiungere.

9) NON L’HO DIMENTICATO… È SOLO CHE NON L’HO SENTITO LA PRIMA VOLTA!
Dammi le indicazioni un passo alla volta e chiedimi che cosa penso che tu abbia detto, e se non capisco subito… ripetimelo usando parole diverse!

10) SONO NEI GUAI, NON RIESCO A FARLO
Offrimi delle alternative alla soluzione dei problemi: aiutami ad usare una strada secondaria se la principale è bloccata.

11) …E FAMMI RITORNARE SULLE COSE CHE ABBANDONO SUBITO
A volte abbandono giochi o attività dopo pochi minuti, forse per paura di non riuscire a superare piccole difficoltà. Affrontiamo insieme quello che io abbandono facilmente.

12) HO QUASI FINITO ADESSO?
Dammi dei periodi di lavoro brevi, con obiettivi a breve termine

13) HO BISOGNO DI SAPERE COSA VIENE DOPO
Dammi un ambiente in cui ci sia una routine costante, ed avvertimi se ci saranno dei cambiamenti. Ricordati che i cambiamenti avvengono nel quotidiano, all’interno di esperienze significative e strutturate. Non servono “rivoluzioni”: è proprio dentro la routine che puoi incidere per farmi modificare il mio comportamento.

14) SE NON TI DO RETTA…E’ PERCHE’ MI ANNOIO!
Io mi stanco facilmente, mi annoio, e peggioro nettamente in situazioni poco motivanti. Stabilire una “routine”, gestendo senza sorprese le varie fasi della giornata non significa “appiattire i contenuti” della giornata stessa!

15) MI REGALI UN PAUSA?
In effetti, nessuno meglio di me sa come mi sento io. Quindi, se in extremis ti chiedo un momento di pausa per guardarmi attorno e mettermi in comunicazione con l’ambiente che mi circonda, stabiliamolo assieme, ma non me lo negare…

16) SE HO FATTO BENE DIMMELO SUBITO
Dammi un feedback “nutriente” ed immediato su quello che sto facendo e ricordami (e ricordati!) delle mie qualità, specialmente nelle giornate negative.

17) SE FACCIO BENE DAMMI UN PREMIO!
Se mi gratifichi o mi fai pagare un simbolico “prezzo” per i miei comportamenti, mi incentivi ad autocorreggermi! (gli adulti lo chiamano “autocontrollo cognitivo”)

18) È SEMPRE TUTTO SBAGLIATO?
Premiami anche solo per un successo parziale, non solo per la perfezione.

19) FAMMI CAPIRE CHI HA SBAGLIATO
Molto spesso usi espressioni impersonali che non mi permettono di capire che ho sbagliato, come ad esempio: “E’ stata una settimana orrenda!” “E’ stata una festa di compleanno da scordare!” Indicami dove ho sbagliato, e chi ha sbagliato! Generalizzando i fatti, innesti un meccanismo di de-responsabilizzazione che non mi porta alcun frutto. Ho bisogno di indicazioni precise!

20) NON MI PUNIRE DURAMENTE SE FACCIO QUALCOSA CHE NON VA BENE PER TE…
Riconsidera il Tuo modo di punirmi. Non mi devi ferire ma riportarmi al comportamento corretto il più rapidamente possibile. Quando disturbo o mi oppongo, le punizioni dure servono a poco: così avviamo un’escalation senza fine!

21) …E SE SEI TROPPO ARRABBIATO, NON MI SGRIDARE!
La rabbia non mi rende più obbediente! Quando sei molto arrabbiato io concentro la mia attenzione sui Tuoi sentimenti negativi e vivo un ulteriore esperienza negativa. Difficilmente mi servirà a qualcosa quella sgridata.

22) DISORDINE CHIAMA DISORDINE
Certo che se l’ambiente nel quale mi fai lavorare mi distrae di per se… possiamo eliminare tutte queste distrazioni? Per esempio, quando si fanno i compiti, fammi tenere sul tavolo solo ciò che è realmente indispensabile…

23) CONDIVIDI CON ME
Stiamo insieme a parlare, ad ascoltarmi, a giocare e a disegnare è fondamentale per poter sviluppare la mia attenzione vigile insieme a tanti benefici per la mia crescita.

24) NON SAPEVO CHE NON ERO AL MIO POSTO
Ricordami di “ascoltarmi”, di ascoltare le mie emozioni, e ricordami di pensare prima di agire. Se imparo a “mettere del tempo” tra il pensiero e l’azione, farò meno disastri!

25) PREVENIRE E MEGLIO CHE REPRIMERE
Prima di portarmi in ambienti in cui posso scatenarmi con comportamenti troppo agitati (come le feste di compleanno!), ricordami come mi dovrò comportare… ed intervieni subito quando capisci che sto per perdere il controllo di me!

26) MI INSEGNI A FARMI VOLER BENE?
Dimmi cosa è adeguato per Voi adulti, come posso chiedere qualche cosa senza essere aggressivo, come posso risolvere un conflitto, come posso conversare senza interrompere sempre l’interlocutore. Se facciamo delle simulazioni io e Te, per me sarà tutto più facile quando mi capiterà veramente!

27) SE ASCOLTO VERRO’ ASCOLTATO
M’insegni anche a coltivare la capacità di ascoltare gli altri? Aiutami a capire che se non ascolto difficilmente verrò ascoltato quando ne avrò bisogno. Così imparerò a comprendere i sentimenti altrui, e quindi di riflesso – i miei.

28) OGNI AZIONE HA UNA REAZIONE
Se mi fai comprendere bene che ogni mia azione avrà poi una reazione, da parte dell’ambiente e delle persone, mi aiuterai molto. Fammi esempi a me vicini e facilmente comprensibili, anche mediante il gioco degli opposti (“se maltratto il gatto, il gatto mi graffia”, “se aiuto il cane il cane mi vorrà bene” etc.)

29) MA IO NON VALGO NULLA?
Spesso ho un basso senso di autostima e mi sento “un fallimento”: mi puoi valorizzare nei miei aspetti positivi, sostenendomi ed incoraggiandomi? Fammi percepire la Tua fiducia in me, per favore…

30) IO “SONO COME MI COMPORTO”?
Il non sono “sbagliato”. E’ pericoloso e dannoso confondermi con i miei comportamenti, perché così divento “effetto totale” di essi e non posso più intervenire per modificarli/risolverli. Ciò che c’è di “sbagliato” non sono io, ma il modo in cui mi comporto: fammi comprendere che io posso sempre decidere di far qualcosa di concreto per impegnarmi a migliorare

31) NON ARRENDERTI!
Se fin dalle prime volte non ottieni i risultati sperati non arrenderti. Si tratta di approcci semplici ma che non per questo non richiedono sforzo e tempi non brevi. Ogni mio comportamento può essere “trasformato” ma è necessaria perseveranza, pazienza, coerenza e continuità nel tempo.

ADHD, ATTENTI AGLI PSICOFARMACI

ADHD, ATTENTE AGLI PSICOFARMACI

[Di Giovanna Canzi – fonte: Letteradonna.it]

Il disturbo da deficit di attenzione è ancora un mistero. Per questo troppo spesso si abusa delle medicine.

In Italia oltre 57 mila bambini sono in cura con psicofarmaci. E ben presto una nuova molecola verrà immessa sul mercato per curare ragazzini “un po’ troppo vivaci”. Mentre, infatti, la sperimentazione della guanfacina è in fase conclusiva – entrerà in commercio fra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 – è già iniziato un battage mediatico per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’Adhd. Meglio nota come iperattività, è una patologia che provoca deficit di attenzione e problemi di autocontrollo. Ad affermarlo Luca Poma, portavoce del comitato indipendente di farmacovigilanza pediatrica Giù le mani dai bambini, che dal 2004 si preoccupa di tenere a bada l’eccessiva disinvoltura con cui vengono prescritti psicofarmaci a minori. Primo a intercettare la sperimentazione della guanfacina, iniziata in gran segreto alla Fondazione Stella Maris di Pisa, il comitato punta il dito sul conseguente bombardamento di articoli di giornale, servizi televisivi e siti web che stanno preparando il terreno per far sì che il nuovo farmaco venga accolto “con entusiasmo” da genitori, insegnanti e pediatri.
UNA MALATTIA ANCORA MISTERIOSA
La storia dell’Adhd, disturbo da deficit di attenzione/iperattività, comincia da lontano. Già nel 1845 in un trattato del medico Heinrich Hoffmann si trovano tracce di una malattia dell’infanzia caratterizzata da distrazione e vivacità eccessiva, anche se bisogna aspettare la fine degli Anni ’60 perché il disturbo prenda il suo attuale nome, Attention Deficit/Hyperactive Disorder, e venga considerato una pericolosa patologia in grado di rendere la vita difficile ai genitori di tanti piccoli Gianburrasca: «Il vero problema relativo a questa malattia», sottolinea Rita Dalla Rosa, autrice del recente volume La fabbrica delle malattie. Bambini e psicofarmaci: ecco come le multinazionali cerano di ammalare i nostri figli (Terre di Mezzo ed.), «è che non è ben chiaro come scoprirla, visto che non ci sono esami che la possono misurare. L’unica via da percorrere è andare per ipotesi e per accertarne la presenza si ricorre ai manuali di psicodiagnosi che riportano un elenco di sintomi che devono essere presenti per parlare di Adhd».
Non tutti i bambini vivaci soffrono di disturbo da deficit di iperattività.
Non tutti i bambini vivaci soffrono di disturbo da deficit di attenzione/iperattività.
L’ITALIA E LA VIA DELLA PRUDENZA
Se negli Stati Uniti l’Adhd si è trasformata in una sorta di epidemia da curare con farmaci ad hoc (qui i casi hanno registrato un’esplosione: erano 150 mila nel 1985, mentre oggi sono 11 milioni), in Italia per fortuna il panorama è più rassicurante. Il nostro Paese è, infatti, l’unico al mondo ad avere istituito un registro nazionale Adhd, che tiene nota del numero dei piccoli pazienti presi in cura e della durata del trattamento: «Un passo importante», sottolinea Maurizio Bonati, responsabile del Dipartimento di Salute Pubblica dell’Istituto Mario Negri e del registro lombardo, «che permette di avere il quadro della situazione e proporre delle linee guida, alle quali attenersi per affrontare una patologia che deve essere affrontata con molteplici approcci. In primo luogo con un percorso di tipo psicologico (dinamico, famigliare, comportamentale) e solo nei casi più gravi con il supporto farmacologico, sempre accompagnato da una terapia psicoterapica di sostegno».
NON SOLO ADHD
Ma l’Adhd non è l’unica malattia per la quale i piccoli vengono sottoposti a questo tipo di cure farmacologiche. In Italia oltre 57 mila bambini assumono psicofarmaci, in particolare 24.640 con antidepressivi e 7.100 con antipsicotici (dati del Rapporto Arno-bambini 2011, consorzio interuniversitario Cineca), mentre dai risultati di un’indagine condotta da Telefono Azzurro ed Eurispes emerge che tra gli studenti delle scuole superiori il 18,6% dichiara di assumere tranquillanti e il 14,7% di far uso regolare di antidepressivi. Numeri che preoccupano e che rivelano, come spiega il professor Bonati, «che ricorrere al farmaco è spesso la via più semplice e meno costosa da prendere, mentre l’idea di affrontare un percorso alternativo può spaventare perché lungo e faticoso. Ma sicuramente fondamentale nella prospettiva di una vera guarigione».
In Italia oltre 57 mila bambini sono in cura con psicofarmaci. E ben presto una nuova molecola verrà immessa sul mercato per curare ragazzini “un po’ troppo vivaci”. Mentre, infatti, la sperimentazione della guanfacina è in fase conclusiva – entrerà in commercio fra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 – è già iniziato un battage mediatico per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’Adhd. Meglio nota come iperattività, è una patologia che provoca deficit di attenzione e problemi di autocontrollo. Ad affermarlo Luca Poma, portavoce del comitato indipendente di farmacovigilanza pediatrica Giù le mani dai bambini, che dal 2004 si preoccupa di tenere a bada l’eccessiva disinvoltura con cui vengono prescritti psicofarmaci a minori. Primo a intercettare la sperimentazione della guanfacina, iniziata in gran segreto alla Fondazione Stella Maris di Pisa, il comitato punta il dito sul conseguente bombardamento di articoli di giornale, servizi televisivi e siti web che stanno preparando il terreno per far sì che il nuovo farmaco venga accolto “con entusiasmo” da genitori, insegnanti e pediatri.
UNA MALATTIA ANCORA MISTERIOSA
La storia dell’Adhd, disturbo da deficit di attenzione/iperattività, comincia da lontano. Già nel 1845 in un trattato del medico Heinrich Hoffmann si trovano tracce di una malattia dell’infanzia caratterizzata da distrazione e vivacità eccessiva, anche se bisogna aspettare la fine degli Anni ’60 perché il disturbo prenda il suo attuale nome, Attention Deficit/Hyperactive Disorder, e venga considerato una pericolosa patologia in grado di rendere la vita difficile ai genitori di tanti piccoli Gianburrasca: «Il vero problema relativo a questa malattia», sottolinea Rita Dalla Rosa, autrice del recente volume La fabbrica delle malattie. Bambini e psicofarmaci: ecco come le multinazionali cerano di ammalare i nostri figli (Terre di Mezzo ed.), «è che non è ben chiaro come scoprirla, visto che non ci sono esami che la possono misurare. L’unica via da percorrere è andare per ipotesi e per accertarne la presenza si ricorre ai manuali di psicodiagnosi che riportano un elenco di sintomi che devono essere presenti per parlare di Adhd».
L’ITALIA E LA VIA DELLA PRUDENZA
Se negli Stati Uniti l’Adhd si è trasformata in una sorta di epidemia da curare con farmaci ad hoc (qui i casi hanno registrato un’esplosione: erano 150 mila nel 1985, mentre oggi sono 11 milioni), in Italia per fortuna il panorama è più rassicurante. Il nostro Paese è, infatti, l’unico al mondo ad avere istituito un registro nazionale Adhd, che tiene nota del numero dei piccoli pazienti presi in cura e della durata del trattamento: «Un passo importante», sottolinea Maurizio Bonati, responsabile del Dipartimento di Salute Pubblica dell’Istituto Mario Negri e del registro lombardo, «che permette di avere il quadro della situazione e proporre delle linee guida, alle quali attenersi per affrontare una patologia che deve essere affrontata con molteplici approcci. In primo luogo con un percorso di tipo psicologico (dinamico, famigliare, comportamentale) e solo nei casi più gravi con il supporto farmacologico, sempre accompagnato da una terapia psicoterapica di sostegno».
NON SOLO ADHD
Ma l’Adhd non è l’unica malattia per la quale i piccoli vengono sottoposti a questo tipo di cure farmacologiche. In Italia oltre 57 mila bambini assumono psicofarmaci, in particolare 24.640 con antidepressivi e 7.100 con antipsicotici (dati del Rapporto Arno-bambini 2011, consorzio interuniversitario Cineca), mentre dai risultati di un’indagine condotta da Telefono Azzurro ed Eurispes emerge che tra gli studenti delle scuole superiori il 18,6% dichiara di assumere tranquillanti e il 14,7% di far uso regolare di antidepressivi. Numeri che preoccupano e che rivelano, come spiega il professor Bonati, «che ricorrere al farmaco è spesso la via più semplice e meno costosa da prendere, mentre l’idea di affrontare un percorso alternativo può spaventare perché lungo e faticoso. Ma sicuramente fondamentale nella prospettiva di una vera guarigione».

Di Giovanna Canzi – fonte: Letteradonna.it

Massaggio neonatale: piccoli gesti di benessere per il bambino

Per il neonato il mondo esterno non è sempre ospitale e confortevole come il grembo che lo ha ospitato per nove mesi. Dopo il parto, il piccolo piano piano inizia a scoprire il mondo attraverso i suoi sensi e talvolta può innervosirsi quando entra in contatto con una quotidianità che ha ritmi e abitudini che deve ancora imparare a conoscere. Per questo, la frequenza di un corso post parto di massaggio neonatale può rappresentare un valido aiuto per i genitori che desiderano supportare il proprio piccolo durante i primi mesi dello sviluppo, cercando di lenire i fastidi tipici di questa fase della vita del bebè.

Il massaggio neonatale aiuta il neonato anche nel suo sviluppo affettivo, stringendo ulteriormente il legame con i genitori attraverso piccoli gesti accompagnati dal contatto visivo. Tendenzialmente questa pratica è consigliata sia alle mamme sia ai papà e comprende alcune tecniche differenti. Lo scopo del massaggio però resta sempre quello di agevolare il rilassamento del piccolo, che può così vivere momenti di serenità e benessere, e di ridurre gli effetti delle tensioni e dei piccoli dolori del bebè. Durante il massaggio, il bambino deve essere nudo e, preferibilmente, non deve avere neppure il pannolino. Proprio perché fondata sul contatto diretto tra genitori e figlio, tale esperienza rasserena il piccolo, coccolato da gesti dolci e delicati.

Le parti del corpo principalmente implicate nel massaggio sono solitamente gambe, piedini, pancia e viso, poiché su di questi si riscontrano i benefici maggiori. Il massaggio di gambe e piedi non ha solo un effetto rilassante: come dimostra la riflessologia plantare, la pressione delle mani su alcuni punti della pianta del piede reca benefici a tutto il corpo. Per lenire i fastidi legati alla comparsa di coliche, invece, occorre massaggiare il pancino del bebè: attraverso movimenti circolari si agevola più facilmente l’evacuazione dell’aria contenuta nell’intestino, che provoca spasmi e dolori acuti. Infine, il massaggio al viso richiede gesti particolarmente delicati e rappresenta forse il momento più emozionante per genitore e figlio, dal momento che il contatto visivo rende quest’esperienza ancora più coinvolgente.
Inoltre, la pratica del massaggio neonatale può aiutare a risvegliare e tenere vigili i sensi del neonato, regolarizzare il sonno e la veglia e l’attività neuro-ormonale e rendere costante il funzionamento del sistema circolatorio.

Nelle piccole coccole del massaggio ci si scambiano e si condividono emozioni. Il neonato riconosce sempre meglio i propri genitori e lo fa attraverso i sensi coinvolti in questa pratica: il contatto con gli occhi del genitore, i gesti delle mani, l’ascolto delle due voci, il profumo della loro pelle. Per eseguire un massaggio neonatale occorre prendere alcuni accorgimenti: il piccolo deve essere appoggiato su un piano soffice, all’interno di un ambiente confortevole e in cui non prenda freddo, e sulla sua pelle non devono essere spalmati oli profumati. Prima del massaggio, la mamma e il papà devono avere l’accortezza di lavarsi le mani (che devono essere calde), togliere eventuali anelli e bracciali e tenere le unghie corte. Si sconsiglia di massaggiare i bebè dopo i pasti.

È importante sottolineare come – per evitare di ottenere l’effetto opposto e innervosire il piccolo – le tecniche di manipolazione devono essere apprese dalle mamme e dai papà da operatori specializzati. I corsi post parto sono infatti tenuti da personale esperto, che insegna ai genitori a cogliere quali sono le necessità del neonato per contrastare i suoi fastidi. La guida di un operatore specializzato risulta dunque fondamentale per imparare le migliori tecniche di rilassamento.

A cura di: Ok Corso Preparto www.corso-preparto.it, il più importante motore di ricerca per corsi preparto e post parto.