Lo spogliatoio: manifesto dello spirito di squadra. Perché lo si sottovaluta?

L’allenamento e la partita sono momenti cardine dell’esperienza sportiva dei ragazzi: il gioco viene messo in pratica, ci si confronta con compagni o con avversari e ci si mette alla prova. Antecedente a questi due momenti, però, ve n’è un altro, forse ancora più importante – non tanto a livello sportivo, quanto a livello umano -, lo spogliatoio. Sottovalutato, o totalmente ignorato dai più, lo spogliatoio è una delle parti fondamentali dello sport di squadra, per svariati motivi. Il compito di questo articolo sarà spiegare perché questo risulti così importante per un team e perché dovrebbe essere sfruttato al massimo nelle sue potenzialità, non da tutti colte.

“Non possiamo vincere se lo spogliatoio non è unito”. Questa frase la pronunciò il noto calciatore Zlatan Ibrahimovic, quando passò dalla Juventus all’Inter nel 2006. “L’Inter era divisa in gruppetti – disse il centravanti svedese -, argentini di qua, brasiliani di là. Dobbiamo rompere questi dannati clan”. Questa dichiarazione è il nucleo del discorso che stiamo per affrontare. Lo spogliatoio, visto da molti come un insieme di panchine, appendiabiti e docce, può essere definito come la casa della squadra. E’ il momento intimo degli atleti, un luogo in cui solo loro possono entrare. La fisionomia di squadra, l’essere un tutt’uno verso un solo obiettivo, nascono proprio all’interno dello spogliatoio. Non importa se i discorsi dei ragazzi in spogliatoio vertono dal calcio a Clash Royale, tutto fa gruppo: condividere anche quella decina di minuti scarsi per cambiarsi prima della partita, fa sì che gli atleti si amalgamino già prima del fischio d’inizio, per poi entrare in campo non più come singoli, ma come la squadra che rappresentano.

E’ normale come, soprattutto nei primi anni sportivi, i ragazzi tendano a formare questi sopracitati “clan”, per dirla con un termine brusco. Nel gergo li chiamiamo gruppetti: insieme di 3-4 persone, composti dai compagni di classe, dai migliori amici ecc., che fanno squadra a sé e giocano sempre assieme, senza staccarsi mai. Quei gruppetti non vanno sciolti, ovviamente: nella quotidianità tutti abbiamo una stretta cerchia di persone con cui passiamo il tempo, ma lo spogliatoio permette che all’interno dell’attività sportiva le divisioni non esistano, o siano minimizzate il più possibile. Abitare lo stesso spazio, cambiarsi insieme, ridere e scherzare sotto la doccia sono momenti tutti da vivere, che fanno scoprire la bellezza di essere compagni di squadra.

Tutto ciò, ahimè, è molto sottovalutato, nonostante tutti gli effetti positivi che provoca. La fretta dopo l’allenamento serale, l’uscita al sabato post-partita, oppure gli impegni precedenti alla gara che non permettono al ragazzo di arrivare con una buona dose di anticipo, o semplicemente l’ignorare la componente dello spogliatoio, fanno sì che spesso questo torni ad essere, come abbiamo detto sopra, delle semplici panchine con degli appendini sopra di esse. Ragion per cui, ad ogni riunione di squadra, io come allenatore metto la questione spogliatoio sempre tra i primi punti da toccare. Perché la squadra nasce lì, nel momento in cui si poggia a terra la borsa, ci si toglie il giubbotto e si tira fuori la divisa da gara o da allenamento. Dallo sguardo che si lancia al compagno seduto di fianco, dalla domande “Com’è andata oggi a scuola?”, oppure “Dopo la partita vieni a casa mia?”, o meglio ancora “Stasera pizzata di squadra: chi c’è?”. Non sottovalutiamo lo spogliatoio. Al suo interno entrano 18-20 ragazzi, ma ad uscire è una sola cosa: il gruppo.

Marco Astori

Lo sport per i bambini Dop

Dop significa Disturbo oppositivo provocatorio. I bambini che soffrono di questo disturbo esibiscono livelli di rabbia persistente e inappropriata, irritabilità, comportamenti provocatori ed oppositività.

Questi atteggiamenti causano problemi nell’adattamento e nella funzionalità sociale fino ad arrivare a deficit di attenzione e iperattività tanto che, nel contesto scolastico, il bambino vive frequentemente forme di disagio, di esclusione o comunque una serie di insuccessi legati a un comportamento difficilmente gestibile in un ambiente dove è serve autocontrollo.

Lo sport, se gestito correttamente e da un profilo professionale adatto, può divenire un intervento psicoeducativo ha anche lo scopo di aiutare sia il bambino sia la sua famiglia a trovare le strategie per inserirsi in modo adeguato nel contesto sociale di riferimento.

 

Quale sport può essere adatto ad un bambino Dop?

Alcuni studi definiscono questi sopor:

  • arti marziali
  • rugby
  • golf
  • sport di gruppo

Sport di squadra e sport inviduali: confronto, pregi e difetti

La scelta della tipologia di sport è fondamentale.

Il più delle volte il bambino, soprattutto quando ancora piccolo, tende a scegliere un’attività perché svolta anche dai suoi compagni di scuola e amici, più che per scelta proprio personale. Ciò non esclude ovviamente che un ragazzo invece scelga un determinato sport perché questo lo ha sempre affascinato. E che questo sport sia di squadra o individuale, deve avere un unico fine: il divertimento e il pieno coinvolgimento da parte del ragazzo che ne è protagonista. Oltre all’attività fisica, lo sport aiuta a crescere, soprattutto nel superamento dei problemi: la vita sportiva non è infatti sempre rose e fiori. I momenti di difficoltà aiutano il ragazzo cresce, si rafforza ed aumenta la propria esperienza. Di conseguenza, ogni tipologia di sport ha sì dei vantaggi, ma anche condizioni sfavorevoli. Compito del Gazzettino Sportivo sarà, in questo focus, analizzare sia i pro che i contro degli sport di squadra e degli sport individuali.

Sport di squadra

PRO

Il vantaggio più grande dello sport di squadra è sicuramente il consolidamento di un gruppo. Al momento della costruzione della squadra, questa non è che un semplice insieme di individui, conoscenti e non, che andranno a svolgere la stessa attività. Compito dell’allenatore, dell’educatore o dell’istruttore, e ovviamente degli stessi ragazzi, sarà amalgamare tutti in un’unica identità: la squadra. Ogni ragazzo ha ovviamente il proprio carattere, le proprie qualità, che andranno messe a servizio del gruppo. Il luogo principale in cui la squadra si consolida è lo spogliatoio, al quale verrà dedicato un focus a parte. Il bambino dunque impara a lavorare in gruppo, confrontarsi con altri e a fidarsi dei propri compagni. E chissà che poi il rapporto di gruppo non possa essere trasposto nella vita di tutti i giorni, non solo nel campo da gioco.

E’ qui che si collega il secondo pro dello sport di squadra: la cooperazione. Un gruppo e una squadra non sono niente senza il lavoro collettivo dei propri membri. Nel calcio, come nel basket o nell’hockey, un ragazzo non gioca per se stesso, ma sulla maglia porta un nome e uno stemma particolare. E il proprio talento dovrà essere utile alla squadra e ai compagni per raggiungere un determinato obiettivo. E vincere un campionato o un torneo è impossibile senza la cooperazione, così come un allenamento non potrà riuscire senza il supporto reciproco: dopo un passaggio sbagliato o un tiro libero fuori misura, è lì che viene fuori l’apporto dei compagni, che devono essere pronti ad aiutare chi ha commesso l’errore. Come far crescere la cooperazione: solitamente io, quando creo le coppie per gli esercizi, cerco di mettere insieme chi è più bravo con chi magari ha più difficoltà nello svolgimento dell’esercizio: quest’ultimo si sentirà più sicuro e potrà prendere d’esempio chi gli sta di fronte per migliorare.

CONTRO

In un gruppo, soprattutto numeroso, fuoriesce la personalità di alcuni bambini, mentre altri rischiano di essere emarginati, magari a causa della troppa timidezza o dell’insicurezza del ragazzo stesso. Per paura di esporsi, questo può fare fatica ad integrarsi, a farsi sentire, magari senza volerlo: e il carattere competitivo dei bambini non aiuta, considerando il fatto che solitamente tra i ragazzi, soprattutto tra gli 8 e i 12 anni, nasce una sorta di competizione tra di loro per eleggere quelli che sono i punti di riferimento della squadra. Chi più timido dunque rischia di non riuscire a venire fuori.

E, sulla scia del fattore personalità, nello sport di squadra possono nascere conflitti tra i membri del gruppo. La grossa competizione, il giocarsi il posto in squadra, o soltanto le semplici antipatie – naturali, soprattutto in tenera età – possono creare scontri tra i ragazzi. Compito dell’allenatore o dell’educatore sarà dunque quello di aiutare chi è più timido a combattere il proprio stato di timidezza e di placare gli conflitti, invitando alla collaborazione e alla comprensione reciproca.

Sport individuali

PRO

In opposizione al vantaggio della socializzazione nello sport di squadra, in quello individuale il maggiore vantaggio è sicuramente l’autoaffermazione, la crescita autonoma. Il bambino come individuo, nello sport singolo, è pienamente al centro dell’attività, così come sono le sue competenze: obiettivo suo e quello dell’allenatore sarà dunque lavorare sulle sua capacità e migliorarle. Il ragazzo, nel contempo, impara anche a cavarsela da solo: in un momento di difficoltà della partita, il bambino non ha compagni su cui appoggiarsi e dovrà fare affidamento sulla propria tempra e sulle proprie capacità. Questo è sicuramente un grande vantaggio di questa tipologia di sport.

Sulla scia dei conflitti nello sport di squadra, un altro pro dello sport individuale è la mancanza di competizione all’interno del gruppo: anche se l’attività viene praticata in piccoli gruppetti, ognuno gioca comunque per conto proprio e non ci sarà la presenza di leader tra i ragazzi che partecipano allo sport. Non c’è dunque gerarchia e tutto ciò, a livello caratteriale, non influisce sulla testa dei singoli bambini, con ognuno che prosegue sulla sua strada e compie il proprio percorso di crescita sportiva.

CONTRO

Il fatto che manchi gerarchia e competizione all’interno del gruppo può giocare anche un ruolo anche sfavorevole all’interno dell’attività sportiva. La competizione è infatti il pane quotidiano per i bambini, che, soprattutto nei primi anni, vogliono essere stimolati con giochi ed esercizi sotto forma di ‘gara’, con il fine della vittoria. La mancata competizione e l’individualità possono anche essere visti come una mancanza di stimoli per il ragazzo, che non si confronta con compagni e può anche non essere spronato a migliorarsi per conquistarsi un posto.

L’ultimo contro è sicuramente la mancata socializzazione: nello sport individuale, come già detto più volte, non esiste la coesione di gruppo tipica dello sport di squadra e questo può anche sfavorire la crescita del ragazzo e il suo essere empatico. Fuori dall’attività il bambino avrà sicuramente rapporti di amicizia, ma quelli presenti all’interno dello sport sono importanti: nello sport individuale questo pecca e può non far bene alla voglia di socializzare del ragazzo.

by Marco Astori

 

 

 

Lo sport come strumento sociale: ecco perché farlo è fondamentale

Lo sport è sicuramente una delle componenti fondamentali della crescita di un bambino. Oltre allo studio e agli hobby, ore di attività fisica permettono al ragazzo di staccare dalla vita quotidiana, di dedicarsi a ciò che ha scelto di fare e di condividere un momento con amici e compagni. Ovviamente lo sport non è essenziale solo per i bambini, ma permette anche agli adulti di mantenere la forma fisica e di far sì che il corpo, dopo ore di estenuante lavoro, possa lasciarsi andare ad attività di rinvigorimento. L’obiettivo del Gazzettino Sportivo, però, sarà quello di concentrarsi prevalentemente sullo sport dedicato alla giovane età, analizzando il perché farlo, le regole e, soprattutto, spiegare perché lo sport deve necessariamente essere parte della crescita e dello sviluppo, fisico e caratteriale, del bambino.

Innanzitutto lo sport è sicuramente uno, se non il più efficace, strumento di socializzazione. Per il bambino, l’attività fisica costituisce un’occasione unica per condividere tempo e spazio con i propri coetanei, imparando a convivere e aiutandosi l’un l’altro a fronte di un obiettivo comune. Chi fa sport – e lo fa fare – sa bene quanto un allenatore, un preparatore, un educatore abbia come primo obiettivo quello di far nascere un gruppo. Al momento dell’iscrizione e del primo giorno di attività, i bambini non sono che tanti individui distinti, ognuno con caratteristiche differenti. Lo scopo finale sarà quello di assemblarli, creando un’unità forte e consistente, dove la cooperazione è il punto cardine, che sia uno sport individuale o collettivo, poco importa.

Essenziale è dunque lo spogliatoio – argomento che verrà approfondito in seguito -, un momento da molti sottovalutato, ma che costituisce il momento più forte in cui il gruppo si consolida, si fortifica. Quello di cui i ragazzi parlano all’interno dello spogliatoio, ciò che fanno – ovviamente sempre nel rispetto delle regole – rappresenta la costruzione della loro unione. Lo sport è dunque un importante elemento che permette la socializzazione, anche con chi non si conosce: trascorrere due ore per due volte a settimana insieme, non sembra, ma è incredibilmente utile. Per costituire l’autoaffermazione del ragazzo, la sua consapevolezza di essere importante, lo sport è indispensabile: avere un ruolo cardine all’interno di una squadra o di un gruppo, fa sentire il ragazzo indispensabile, la caratteristica più importante per un bambino che fa attività fisica. Quale miglior modo per essere soddisfatti di sé se non dopo un passaggio riuscito o dopo un rovescio ben assestato? Il tutto con il plauso di allenatori e compagni.

E ultimo, ma non ultimo, lo sport permette la costruzione della forma fisica di un bambino. Ovviamente non si parla di carichi di lavoro, ma di libertà concessa al proprio corpo, che si sviluppa in relazione all’attività che si va a svolgere. Riduce il rischio di obesità o di eccessiva snellezza e permette la crescita e lo sviluppo corretto di articolazioni ed apparati. In un’attività, dunque, che sembra così semplice, in realtà dietro c’è molto di più. Molto di più di ventidue persone che corrono dietro un pallone o di due bambini che si tirano una pallina con due racchette. Lo sport è importante, indispensabile: oltre che ad essere un sogno che si realizza per un bambino, è anche un’occasione unica per far sì che questo cresca, socialmente e fisicamente.

by di Marco Astori

 

 

I bambini e gli sport invernali

I bambini e gli sport invernali: a che età iniziare, come educarli a una pratica corretta

Forse per l’atmosfera, forse perché possono essere praticati in coincidenza delle festività, forse perché evocano un mondo fiabesco, gli sport invernali (sci, slittino, pattinaggio sul ghiaccio, snowboard) piacciono molto ai bambini. Spesso, partire per la settimana bianca è un’esplicita richiesta dei più piccoli.

Lo sci
Lo sci è lo sport invernale per eccellenza. Si tratta di un’attività sportiva cui si può essere avviati anche fin dalla più tenera età (a partire dai 18 mesi), se si insegna adeguatamente al bambino l’attività motoria di scivolamento in piano.

A partire dai 3/4 anni, può invece essere iniziata e insegnata l’attività di sci in discesa (il senso dell’equilibrio è ancora in via di sviluppo).

Lo sci è uno sport che stimola uno sviluppo equilibrato del fisico ed è molto utile per la coordinazione dei movimenti (oltre a essere molto divertente); inoltre, i più piccoli sono più portati degli adulti a superare in modo facile e immediato il timore verso le pendenze e per il senso di vuoto.

Naturalmente, proprio a causa di un senso dell’equilibrio ancora in via di sviluppo, è importante avviare i bambini a questa disciplina in modo graduale, facendoli seguire da un maestro competente.

È infatti fondamentale imparare a superare le cadute senza viverle come un fallimento (sono inevitabili anche per gli sciatori più esperti) e abituarsi alle fredde temperature.

Infine, importante è imparare a fare i giusti movimenti durante la pratica dello sci e dotare il piccolo dell’attrezzatura adeguata (casco protettivo, scarponi comodi e della giusta misura, sci sicuri, giacconi, guanti e occhiali che garantiscano la giusta protezione contro il freddo e i raggi ultravioletti).

 

Lo slittino
Lo slittino e il bob sono l’ideale per i bambini più piccoli, perché spesso godono di aree dedicate in prossimità delle piste da sci, con dei supervisori: i bambini possono così divertirsi all’interno di zone in cui non vi è il pericolo di contatto e/o incidente con sciatori adulti. Nonostante la maggiore sicurezza e la minore pericolosità, è comunque consigliato l’utilizzo del caso protettivo per i più piccini.

Pattinaggio
Il pattinaggio è adatto sia ai bambini che alle bambine e vi si può dedicare a partire dai 6 anni circa, quando i piccoli hanno consolidato il senso dell’equilibrio e la coordinazione. Inoltre, a quest’età i bambini sono più propensi all’ascolto e alla comprensione degli insegnamenti.

Si tratta di uno sport che comporta un grande impegno ma che sa regalare soddisfazioni e gratificazioni anche se, pure in questo caso, le cadute sono all’ordine del giorno: è quindi importante insegnare al bambino a reagire nel modo giusto a una caduta.

Bisogna quindi rivolgersi a istruttori qualificati e competenti, coprire il piccolo in modo adeguato e indossare protezioni con imbottiture per ginocchia e gomiti.

I benefici?

  • Rinforza la muscolatura dell’addome e degli arti inferiori;
  • Migliora l’equilibrio e la coordinazione dei movimenti;
  • Aumenta l’autostima;
  • Migliora i riflessi;
  • Migliora la funzione respiratoria;
  • Fa bene al cuore.

 

Hockey su ghiaccio

Non ancora molto praticato in Italia, si tratta di uno sport comunque molto divertente che si può iniziare a praticare a partire dai 6-7 anni.

È importante non avviare i bambini alla pratica di questo sport troppo precocemente, perché l’hockey richiede infatti non solo la capacità di comprendere e applicare delle regole abbastanza complicate, ma anche una preparazione atletica adeguata.

È uno sport che apporta numerosi benefici (migliora il metabolismo, sviluppa la muscolatura delle gambe ma anche delle braccia, migliora la respirazione e la coordinazione dei movimenti).

 

Snowboard
Lo snowboard attira moltissimo i bambini, tuttavia si tratta di un’attività sportiva complessa cui è importante far avvicinare i bambini al momento giusto.

Molti genitori si domandano quale sia l’età giusta per permettere al proprio piccolo di praticare lo snowboard, per evitare infortuni e problemi dovuti alla precocità. Di fatto, non esiste una età che rigidamente possa essere definita “giusta”.

Diciamo che è però consigliabile che si abbiano i primi contatti con lo snowboard non prima dei 4 anni di età (soprattutto in quei contesti familiari in cui genitori, fratelli o sorelle più grandi si dedicano a questo sport).

Le prime lezioni, quando il bambino inizia in tenera età, dovranno essere tenute in forma di gioco per spingere il piccolo a prendere confidenza con il mezzo e capire come utilizzarlo in equilibrio. Il bambino imparerà e seguirà l’istruttore, se si divertirà durante gli esercizi e le lezioni.

Anche in questo caso, è fondamentale utilizzare un caschetto protettivo e rivolgersi a un istruttore qualificato, che sappia spiegare e far acquisire al piccolo i movimenti giusti, rispettandone i tempi di apprendimento.

I benefici? Fa bene al cuore, sviluppa equilibrio e muscolatura (specialmente degli arti inferiori), migliora la respirazione, la coordinazione e l’equilibrio e, soprattutto, tanto divertimento!

 

A cura della redazione di MioDottore.it.

I bambini e lo sport: quali le regole fondamentali?

Vi sono alcune semplici regole che riassumono il giusto modo di far approcciare i bambini allo sport:

  • L’attività sportiva non deve prescindere dal gioco: l’impegno dei bambini in uno sport qualsiasi non può prescindere dalla dimensione della socialità. Lo sport deve far parte del bagaglio culturale del bambino e stimolarlo a fare amicizia e nell’apprendimento;
  • Non avvicinare i bambini troppo presto all’attività sportiva agonistica. Capita che le società sportive tendano a forzare in questa direzione ma è importante ricordare quanto sopra sottolineato: i bambini non sono “piccoli adulti” e non possono avere gli stessi modelli dei più grandi;
  • “Proteggere” i bambini durante la pratica sportiva: l’abbandono di uno sport è spesso dovuto a esperienze negative, contrasti o umiliazioni. Il dovere dell’adulto è vigilare su queste dinamiche ed evitare che il bambino possa associare le esperienze traumatiche allo sport, per non compromettere la loro salute presente e precludere loro – da adulti – una buona abitudine futura;
  • L’attività sportiva costante comporta delle rinunce quotidiane: qualora l’impegno richiesto sia elevato, i bambini potrebbero trascurare altre attività molto importanti per la loro età. Fondamentale è quindi assicurarsi che i bambini non trascurino attività ludiche, sociali e formative di fondamentale importanza per il loro corretto sviluppo;
  • I bambini non sono in grado di dare il giusto valore a una vittoria e a una sconfitta e – spesso – si identificano con il risultato, con il rischio di perdere autostima. L’agonismo – che comporta la ricerca della vittoria con il massimo delle energie – è quindi potenzialmente pericoloso in tenera età;
  • Allenamenti eccessivi e mancanza di sufficiente supporto da parte delle figure genitoriali e dell’allenatore, possono causare l’insorgere di disturbi di tipo psicologico (umore, ansia);

Infine, è bene ricordare che il principio che il bambino abbia diritto di giocare e divertirsi, senza pressioni agonistiche, è sancito dalla Carta dei Diritti del Bambino nello Sport.

Cosa dev’essere dunque l’agonismo per i bambini?

L’agonismo – per i più piccoli – non deve significare dunque vincere la partita bensì partecipare alla partita: giocare e impegnarsi, senza dover essere dei campioni. Questo semplice assunto – fondamentale per lo sport durante l’infanzia – è importante anche per migliorare la cultura dello sport negli adulti, nelle famiglie, negli sportivi professionisti.

 

A cura della redazione di MioDottore e con il contributo della Dott. ssa Mariangela Castellano, psicologa e psicoterapeuta.

 

 

 

 

 

 

Lo sport e il carattere dei bambini

Quali benefici ha lo sport e come influenza il carattere dei bambini? Lo abbiamo chiesto alla Dott. ssa Mariangela Castellano, psicologa e psicoterapeuta.

Quali sono i benefici della pratica sportiva per il bambino, in termini psicologici e per lo sviluppo della socialità?

I benefici sono molteplici, il bambino impara a rispettare le regole, ad interagire con gli altri suoi coetanei e con un adulto, che diventa un punto di riferimento. Tutto questo giova alla sana evoluzione psichica del minore in quanto impara a definire i limiti della realtà che lo circonda, limiti che gli serviranno per definire la sua personalità.

I bambini che praticano sport fin dalla tenera età, hanno benefici in termini relazionali rispetto a quelli che non hanno praticato sport?

Sì, diventano più autonomi, consapevoli e sicuri. Di conseguenza sapranno ben relazionarsi con l’altro, che sia un adulto oppure un suo coetaneo.

Gli sport più adatti a bambini in tenera età sono gli sport individuali o di squadra?

Indubbiamente sono preferibili gli sport di squadra per una sana costruzione del sé, lo sport individuale andrebbe consigliato in una seconda fase della crescita, quando il bambino è più maturo e consapevole.

Il genitore come deve comportarsi quando il figlio manifesta il desiderio di praticare uno sport in particolare? In che modo può cercare di orientarlo qualora ritenesse lo sport scelto dal bambino non adatto?

Difficile saper distinguere una scelta da un capriccio, il genitore deve ascoltare I bisogni ed I desideri di un figlio con attenzione, cercando di non confondere soprattutto quelli che sono I suoi desideri con quelli del bambino. Per saperlo orientare, il genitore potrebbe richiedere l’aiuto di esperti.

A cura della redazione di MioDottore e con il contributo della Dott. ssa Mariangela Castellano, psicologa e psicoterapeuta.

 

 

 

Sport ed età evolutiva

Lo sport ha un ruolo molto importante nel raggiungimento di un equilibrio psico-fisico, sia durante l’età adulta che durante l’età evolutiva.

Fa bene alla salute, previene il rischio di patologie cardiovascolari, aiuta a restare in linea e ad arginare l’aggressività: è uno sfogo naturale, con effetti positivi su tutta la sfera dell’emotività. Inoltre, funzione dello sport è anche spingere alla socializzazione e contribuire alla condivisione di regole: tutti questi ingredienti, fanno dello sport uno dei pilastri per un corretto sviluppo psico-emozionale del bambino stimolando la predisposizione al gioco e alla socialità, fortificando lo spirito di appartenenza a un gruppo e alla società e aumentando la disposizione alla cooperazione. Ma come approcciare correttamente uno sport durante l’età evolutiva?

Sport: un’attività quotidiana

A partire dagli anni ‘90 si è spinto molto per fare dell’attività sportiva un punto fermo della quotidianità dei bambini. Molti bambini infatti si avvicinano a sport di squadra e discipline sportive in tenera età (calcio, pallavolo, nuoto, pallacanestro, rugby, arti marziali, scherma, pattinaggio, etc.). In parallelo all’aumento dei praticanti di discipline sportive è aumentato anche il numero di piccoli sportivi che si sono avvicinati all’agonismo: molti “baby atleti”, si avvicinano alla pratica agonistica tra i 7 ed i 18 anni.

Al giorno d’oggi, soltanto il 10% degli italiani adulti svolge con regolarità attività sportiva, mentre adolescenti, bambini e ragazzi praticano lo sport quasi ogni giorno (grazie a scuola, associazioni e partecipazione a società giovanili). Spesso sono i genitori ad avviare i propri figli allo sport, con intento educativo. A volte capita – purtroppo – che alcuni genitori “investano” il proprio figlio dei propri sogni non realizzati, mettendolo nelle mani di allenatori o procuratori che ne devono curare la crescita agonistica e atletica.

Bisogna ricordare che i bambini non sono “piccoli adulti” ma hanno delle caratteristiche e delle necessità proprie della loro stagione evolutiva: per questo è fondamentale non solo che i programmi di allenamento rispettino caratteristiche date dall’età e disposizioni personali, ma anche che i genitori non “forzino” il proprio figlio nella pratica di uno sport in particolare e non lo spingano precocemente verso l’attività agonistica, senza che nel bambino sia nata la voglia di “fare un passo in più” e di praticare lo sport in modo agonistico.

A cura della redazione di MioDottore e con il contributo della Dott. ssa Mariangela Castellano, psicologa e psicoterapeuta.

 

Quale certificato occorre?

Calcio o tennis? In tutti i casi all’atto dell’iscrizione verrà richiesto il certificato medico e si ripresenta il solito dilemma su quale sia il certificato corretto e a chi richiederlo. Proviamo a fare chiarezza.

Le attività organizzate e gestite da società affiliate al CONI o da enti di promozione sportiva richiedono obbligatoriamente la certificazione non agonistica che attesti l’assenza di controindicazioni alla pratica sportiva.

LA CERTIFICAZIONE NON AGONISTICA
Gli accertamenti previsti consistono in una visita generale con rilevazione della pressione arteriosa. È inoltre necessario effettuare un esame elettrocardiografico.

IL CERTIFICATO AGONISTICO
Per quel che riguarda la certificazione agonistica può essere richiesta solo se il bambino raggiunge i criteri anagrafici minimi stabiliti dalla federazione di riferimento. Per esempio per il calcio dai 12 anni o per il nuoto dagli 8 anni di età. Questa certificazione può essere rilasciata unicamente da medici specialisti in medicina dello sport dopo visita di idoneità che comprende esame spirometrico, elettrocardiogramma a riposo e dopo step test dei 3 minuti.

Per tutti i tipi di certificato la validità massima è di un anno. In fin dei conti, al di là dell’obbligatorietà, un controllo annuale dei nostri bambini è comunque una buona e sana abitudine!

www.centromedicomedeor.it