DOPO 20 ANNI DI CAMPAGNE…

PROTETTA IN RUSSIA UNA FORESTA GRANDE COME IL BELGIO

ROMA, 9.10.19 – Dopo oltre vent’anni di campagne portate avanti da Greenpeace e altre associazioni ambientaliste, il governo della regione di Arcangelo, nel nordovest della Russia, ha istituito la riserva naturale Dvinsko-Pinezhsky. Il parco, uno dei più grandi del Paese, protegge una foresta boreale incontaminata di 300 mila ettari, un’area equivalente a quella del Belgio.

«Dopo decenni di campagne, quest’area della Grande Foresta del Nord sarà finalmente protetta, per il bene delle generazioni future e del Pianeta» dichiara Martina Borghi, campagna Foreste di Greenpeace Italia. «Gli alberi, le piante e il suolo dell’ecosistema forestale boreale rappresentano il più grande deposito terrestre di carbonio: proteggere la Grande Foresta del Nord è essenziale per proteggere il clima del Pianeta».

Circa il 60 per cento della Grande Foresta del Nord (950 milioni di ettari) si trova proprio in Russia, dove però le blande leggi forestali permettono la frammentazione o la radicale trasformazione delle foreste, spingendo le aziende del settore del legno e della carta a spostare la loro attenzione verso le foreste vergini, che scientificamente vengono chiamate Paesaggi forestali intatti.

«Originariamente, il Paesaggio forestale intatto della Foresta Dvinsky si estendeva per oltre 1 milione e 500 mila ettari: oggi, a causa della deforestazione legata alla produzione di legno e carta, ne rimangono solo 700 mila. La nuova riserva naturale ne protegge poco meno della metà, resta quindi ancora molto da fare» prosegue Borghi.

Nonostante il ruolo fondamentale della biodiversità nella conservazione della vita sul Pianeta, il prevalere degli interessi economici ha portato a un tale sfruttamento delle risorse naturali che ora rischiano conseguenze irreversibili. Dal 1961, la produzione di polpa di legno e cellulosa è quasi triplicata in tutto il mondo, a scapito delle foreste. Oggi, il mercato degli imballaggi a base di carta e quello dei prodotti in carta monouso continua a cresce

re, insieme a quello dei capi d’abbigliamento realizzati con filati derivati dalla polpa di legno, come la viscosa.

Greenpeace chiede ai governi di agire per fermare la deforestazione a livello globale e alle aziende che operano nel settore della carta e del legname di non acquistare carta, legname e derivati da aziende che non siano in grado di garantire la totale tracciabilità della catena di produzione e approvvigionamento, evitando così di rifornirsi da aziende che minacciano i Paesaggi forestali intatti e le Foreste con alto valore di conservazione.

La zia Geppina

 

Su questa canzoncina ripasseremo la geografia e imiteremo con il corpo gli oggetti che la zia Geppina ci porta in regalo dai suoi viaggi in giro per il mondo!

Un giorno la zia Geppina

in Giappone se ne andò

E per regalo un ventaglio mi portò

 

Un giorno la zia Geppina

In Olanda se ne andò

E per regalo scarpe di legno mi portò

 

Un giorno la zia Geppina

In Africa se ne andò

E per regalo un tamburo mi portò

 

Un giorno la zia Geppina

In Spagna se ne andò

E per regalo le nacchere mi portò

 

Un giorno la zia Geppina

In Italia se ne andò

E per regalo una pizza mi portò

 

Non ho mai incontrato

Perché i laboratori di arte per bambini e bambine non hanno andamento costate e risultati simili? Perché a parità di progetto o di contesto la soddisfazione generale differisce di volta in volta? Cosa ci insegna l’arte?

 

Non ho mai incontrato in tutta la mia vita un solo bambino a cui non piacesse essere avvolto dalla magia di una voce che racconta una storia.

Non ho mai incontrato una sola bambina che non si sentisse gratificata dall’essere ascoltata con il più totale interesse da un adulto.

Non ho mai incontrato bambina che non apprezzasse essere circondata dalla stima di chi ti chiede di provare a fare, indipendentemente dal risultato.

Non ho mai incontrato uno sguardo fanciullo che, per quanto spaventato o insicuro, non avesse voglia di mostrare al mondo il proprio lavoro.

Mai incontrato un anima fanciulla che non scalpitasse per provarsi, sperimentare tecniche e sentirle passare attraverso le proprie mani.

Mai incontrato un bambino che non rielaborasse, seppure in un minuscolo dettaglio, le mie parole, le mie richieste le mie proposte.

Mai incontrato un bambino che non mi abbia dato un’occasione concedendomi la propria fiducia.

Mai incontrato una bambina che non mettesse alla prova la mia correttezza nei propri confronti.

Mai incontrato un bambino che non soppesasse la coerenza tra le mie parole e le mie azioni. Tra le mie espressioni e i mei silenzi. Tra il mio dare e il mio avere.

Non ho mai incontrato un bambino o una bambina che, alla fine di un incontro, non mi insegnasse qualcosa in più sul mondo e su me stessa. Qualcosa di più bello intendo.

Non ho mai incontrato bambini la cui scintilla negli occhi non mi regalasse un bagliore di infinito. Il cui sorriso non mi facesse cogliere l’essenza della felicità.

Mai uno che non avesse voglia di giocare.

Allora perché ho incontrato bambini e bambine che hanno paura di sporcarsi le mani, di non essere all’altezza, di dire dare la propria opinione?

Allora perché?

Perché i laboratori non hanno andamento costate e risultati simili? Perché a parità di progetto o di contesto la soddisfazione generale differisce di volta in volta? Di classe in classe? Di bambina in bambino? Certo il carattere del bambino, certo la disposizione contingente della bambina, certo la capacità dell’operatore, certo il contesto giusto. Molte cose concorrono a determinare le risposte a queste domande. Ma io mi voglio soffermare sull’approccio educativo.

Il livello di partecipazione, la gratificazione personale, i risultati del workshop sono direttamente proporzionali al livello di libertà in cui i bambini e le bambine sono abituati a muoversi.

L’assenza di stereotipi formali dipende da quanto è concesso loro di sperimentarsi, lontani dai giudizi di merito e pregiudizi educativi. Quanto margine di errore abbiamo concesso loro.

A quanto siamo in grado di accogliere le suggestioni che ci mandano, senza sentirci per questo messi in discussione. A quanto poco ci importi di un lavoro ‘compilativo’ senza sbavature, privilegiandone uno esplorativo, seppur inconcluso.

Per rispondere alle domande in maniera corretta, dunque, va spostato il focus su chi educa. I bambini e le bambine dipendono da noi per esaltare o reprimere il proprio modo di essere. Per imparare ad essere inclusivi o esclusivi. Per provare ad accettare e rafforzare l’individualità, senza prevaricare il valore di collettività. Per imparare a non sentirsi esclusivamente gregari delle idee degli altri, ma serenamente critici rispetto a se stessi e al mondo. Una grande responsabilità. Prima che domandarci se ne siamo in grado, occorrerebbe chiederci se ne siamo consapevoli.

La necessità dell’Arte

Lavorare con bambini e ragazzi attraverso l’Arte, mi ha sempre permesso di utilizzare un linguaggio tra i più democratici di sempre. Attraverso la conoscenza di artisti, delle loro vite e delle loro opere, si mostrano strade difficili eppure percorse, scelte dure da sopportare eppure fatte. Incontri inaspettati che hanno portato ad un progresso per tutta l’umanità.

Attraverso la conoscenza del Patrimonio culturale si capisce cosa sono le radici, si lavora sulla memoria, si conoscono la Storia dei popoli, si comprende che appartieni a te stesso e al mondo che ti sta intorno.

Attraverso la sperimentazione di tecniche artistiche si attivano molte competenze psico-fisiche: dalla manualità alla ricerca di piacere, dal rispetto dei tempi all’accoglienza del diverso. La bellezza che può nascere da forti contrati e non per questo essere distruttiva, anzi.

L’arte ci insegna a rispettare il nostro talento, qualunque esso sia, che si può rimanere se stessi anche quando la ’committenza’ è particolarmente oppressiva. Che ciascuno ha una propria strada per arrivare ad un medesimo obiettivo, e che se la strada non può essere cambiata, personale sarà il passo del nostro cammino.

In un’epoca di grande ‘impoverimento’ socio-culturale occorre dunque ripensare al nostro approccio educativo. Spingere meno sull’asse compilativo-performante-esecutiva e di più su quella emotivo-critico-esplorativa.

Dall’Arte impariamo cosa vuol dire dialogare, contaminarsi e riprovare anche se ci sentiamo arrivati. Portiamo i bambini e le bambine nell’Arte e proviamo a starci dentro. Con competenza ed onestà intellettuale.

 

Leontina Sorrentino