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GREENPEACE MONITORA ARIA VICINO SCUOLE DI TORINO: «I VELENI DEI DIESEL, UNA NUBE CHE AVVOLGE I BAMBINI»

 

TORINO, 04.12.17 – Monitoraggi dell’aria effettuati nelle ultime due settimane da Greenpeace nei pressi di dieci scuole dell’infanzia e primarie di Torino – tra le 7 e 30 e le 8 e 30 – hanno costantemente rilevato (in 10 scuole su 10) concentrazioni di biossido di azoto (NO2) ampiamente al di sopra del valore individuato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per la protezione della salute umana (40 μg/m3, microgrammi per metro cubo).

La concentrazione media oraria più bassa rilevata da Greenpeace all’ingresso delle scuole torinesi è di 70,9 μg/m3, la più alta 108,8 μg/m3. Si registrano picchi – in concentrazioni medie su dieci minuti – fino a 123,3 μg/m3: un valore preoccupante, se si considera che già nel 2005 l’OMS segnalava come nei bambini gli effetti patogeni del NO2 sul sistema respiratorio siano provati anche per concentrazioni inferiori ai 40 μg/m3. Ancor più preoccupante è il fatto che tre monitoraggi segnalino una concentrazione media oraria superiore ai 100 μg/m3; e che la media delle misurazioni realizzate da Greenpeace sia di 86,9 μg/m3.

Consulta i dati dei monitoraggi effettuati da Greenpeace nei pressi di dieci scuole di Torino

Come spiega il report “Ogni respiro è un rischio dell’organizzazione ambientalista, il biossido di azoto è classificato tra le sostanze certamente cancerogene ed è particolarmente nocivo sui bambini, cosa che spiega la tipologia di monitoraggio realizzata da Greenpeace. La soglia massima di concentrazione media annuale per questo inquinante prevista dalla legislazione italiana è di 40 μg/m3. A Torino, dove i valori eccedono in maniera grave questo limite, circa il 70 percento del biossido di azoto presente in atmosfera è originato dal traffico (fonte INEMAR), e in particolare dai veicoli con motori diesel.

«La situazione riscontrata nelle scuole torinesi, all’orario della prima campana, è sin qui la peggiore emersa dai monitoraggi che Greenpeace sta facendo nelle quattro città italiane maggiormente interessate dalla concentrazione di biossido di azoto», dichiara Andrea Boraschi, responsabile della Campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia «I valori di NO2 registrati a Torino sono più alti di quelli misurati, con identica metodologia e apparecchiatura, presso le scuole di Roma e Milano. Nel loro complesso segnalano non solo un grave problema di qualità dell’aria, quanto un’emergenza sanitaria che esige soluzioni urgenti».

Secondo l’ultimo report dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA), a livello europeo l’Italia è il Paese con il più alto numero assoluto di morti premature causate dal NO2, con oltre 17 mila casi. A preoccupare, oltre ai valori assoluti, è l’incidenza patologica media di questo inquinante sulla popolazione, che mostra valori doppi (0,28 casi ogni 1000 abitanti) rispetto alla media Ue. Ovviamente si tratta di un’incidenza che in aree urbane con un’aria particolarmente satura di NO2, come nel caso di Torino, risulta fatalmente accresciuta.

Greenpeace chiede ai sindaci delle città italianepiù colpite dal biossido di azoto (Roma, Torino, Milano e Palermo) di prendere presto provvedimenti radicali per abbattere questo inquinante. L’associazione ambientalista ha già incontrato il sindaco di Palermo Leoluca Orlando e assessori di Roma e Milano. È previsto per dicembre un incontro con l’amministrazione di Torino.

«Torino deve cominciare presto a discutere di una data oltre la quale i diesel non potranno più circolare. Città come Parigi, Copenaghen, Madrid, Atene, Stoccarda e altre ancora, che spesso mostrano livelli di inquinamento minori, stanno scrivendo oggi la data oltre la quale i veicoli più inquinanti non potranno più circolare. È una decisione importantissima, che va presa presto, perché deve servire a orientare i consumatori nelle loro scelte di mobilità per i prossimi anni», conclude Boraschi.

Gli animali domestici migliorano la salute dei nostri bambini?

I bambini amano gli animali e gli animali i bambini, si sa. Ma vivere a contatto con un animale domestico aiuta i bambini a crescere più sani?

Secondo alcuni recenti studi, i bambini a contatto con animali domestici sviluppano meno infezioni respiratorie rispetto ai bambini che non convivono con un animale domestico.

Un esempio è lo studio condotto da un team di ricercatori dell’ospedale universitario finlandese di Kuopio su un campione di 400 bambini con meno di un anno di età: per un anno, i genitori dei pargoli hanno consegnato ai ricercatori lo stato di salute dei loro figli.

Alla fine della raccolta dei dati e del periodo di osservazione, i bambini a contatto con animali domestici hanno evidenziato una riduzione del 30% di patologie come rinite, tosse e respiro sibilante e una riduzione della metà della probabilità di contrarre infezioni alle orecchie.

Oltre ad ammalarsi meno, i bambini che vivono con animali domestici hanno un bisogno minore di usare antibiotici: questo perché, secondo lo studio, il livello immunitario dei bambini è più alto se l’animale è presente nell’ambiente domestico per almeno 6 ore al giorno (diminuisce se l’animale è tenuto poco a contatto con il bambino o se vive all’esterno dell’ambiente domestico).

I benefici della presenza di un animale domestico in casa contro la genesi allergica sono comunque ancora largamente discussi: non vi è ancora comune accordo all’interno della comunità scientifica sul fatto che tale continuo stimolo immunitario possa aiutare a sviluppare una sorta di scudo immunitario contro le più comuni patologie allergiche.

Altri studi hanno evidenziato inoltre come i bambini che possiedono un cane abbiano un’incidenza minore di obesità e peso in eccesso, a seconda anche dell’impegno profuso per occuparsi dell’animale.

Esistono anche studi come quello dello psicologo Jeremy V. Miles e del suo team per la Rand Corporation, per cui non vi è alcun legame tra lo stato di salute mentale e fisica dei bambini e la presenza di un animale domestico durante la loro crescita.

L’indagine condotta da Rand e dai suoi colleghi ha coinvolto più di 2000 bambini con animali domestici e circa 3000 senza, evidenziando come i bambini che vivono in famiglie con animali hanno un miglior stato di salute generale, pesano un po’ di più e spesso si dedicano allo sport, al contrario dei bambini in famiglie senza animali domestici.

Allo stesso tempo, però, si è dimostrato più elevato il numero di casi di sindrome da deficit di attenzione (ADD) e di sindrome da deficit di attenzione/iperattività (ADHD). Aggiungendo un maggior numero di variabili nel condurre l’analisi, i ricercatori hanno osservato la progressiva scomparsa della correlazione tra presenza di animali in casa e miglior stato di salute.

Secondo un recente rapporto Eurispes, circa il 33% delle famiglie ha in casa un animale domestico: l’amore per gli animali occupa un posto importante all’interno del nostro tessuto sociale. Come facilmente immaginabile, l’animale domestico più presente nelle case degli italiani è il cane (presente nel 63% delle case che hanno un animale domestico) seguito dal gatto (41%).

Ma qual è l’animale più adatto per i nostri bambini?

“Mamma, voglio un cane!”

Quante volte le mamme e i papà hanno sentito questa frase! La buona notizia, è che il cane è senz’altro l’animale più adatto a convivere con un bambino, grazie anche alla storia millenaria di domesticazione che li ha resi capaci di un’ottima comunicazione e interazione con l’uomo.

Un animale domestico fa veramente bene ai nostri figli?

Se non dal punto di vista della salute in senso stretto, di certo la presenza di un animale tra le mura domestiche è fondamentale per “ampliare” la mente del bambino, facendogli capire e percepire che oltre agli esseri umani esistono altri esseri viventi in grado di comunicare emozioni.

Grazie alla convivenza con un animale il bimbo acquista e fa proprio il concetto di diversità e sviluppa la capacità di empatizzare, anche con le persone.

Certo, devono essere sviluppate regole certe di convivenza e l’approccio tra il bambino e l’animale deve essere guidato nel modo corretto. I bambini piccoli, infatti, non provano affatto empatia (non riescono a provarne nemmeno nei confronti di altri bimbi) e quindi possono essere attratti da un animale più per le fattezze fisiche, senza comprenderne a fondo le esigenze fisiche ed emotive.

In sintesi, l’animale è considerato inizialmente una sorta di giocattolo e le sue reazioni potrebbero non essere sempre positive.

Per questo, il rapporto con l’animale deve essere guidato dall’adulto: dovrà far conoscere poco a poco il cane, il gatto o altri animali al piccolo. Anche l’animale imparerà a riconoscere l’odore del piccolo, il suo incedere, la sua voce in modo graduale. Arriveranno così piano piano i primi contatti e le prime interazioni fisiche.

Il primo incontro tra un bimbo e un cane deve essere gestito al meglio: si può far annusare il bambino al cane, lasciandoli l’uno accanto all’altro per un po’ di tempo. L’adulto deve premiare i comportamenti positivi dell’animale e punire quelli negativi (come ringhiare), in modo da scoraggiarli e bloccarli con tempestività.

Nel caso dei bambini molto piccoli, si può ricorrere all’utilizzo di pupazzi e peluche per mostrare loro come accarezzare nel modo giusto l’animale, senza fargli del male.

Dai 4 anni in poi, si può iniziare a responsabilizzare di più il bambino. Bisogna rendere chiaro l’animale non è un giocattolo ma che deve essere amato e rispettato, senza tirargli la coda o infastidirlo.

È importante che il bambino capisca che anche gli animali hanno bisogno di momenti di tranquillità, senza giocare e senza stare in compagnia.

Devono essere chiarite le regole anche per giocare: il bambino non deve “rubare” il giocattolo al cane o altri oggetti, ma deve essere abituato allo scambio. Allo stesso modo, l’animale deve essere educato allo scambio in modo che non porti via i giochi al bambino.

Infine, gli animali e i cani giovani in particolare, hanno la tendenza a ingerire molte cose: questo è un atteggiamento su cui l’adulto deve vigilare, scoraggiandolo nel modo corretto.

Gli animali domestici aiutano dunque lo sviluppo dei nostri bambini?

“Sono diversi i contributi scientifici in merito ai benefici psico-fisici che un animale domestico può portare nella vita della famiglia che lo ospita.

Già dagli anni sessanta lo Psichiatra americano Boris Levinson parla di Pet Therapy. Con questo termine si intende una terapia basata sull’interazione uomo – animale. La presenza di un animale come un cane, un cavallo, un coniglio, un delfino, un gatto all’interno della tradizionale terapia con pazienti con diverse patologie al fine di un miglioramento comportamentale, fisico, emotivo, cognitivo e linguistico.

Il rapporto tra l’uomo e l’animale ci permette di recuperare un tipo di linguaggio che purtroppo stiamo perdendo, la nostra società è sempre più basata sulla comunicazione verbale, su una immediatezza filtrata da uno schermo o da una emotività espressa attraverso emoticons. Il linguaggio non verbale degli animali, fatto da suoni, odori, contatto corporeo, sguardi è diretto alle emozioni e ai sentimenti.

L’uomo e l’animale sono capaci di una complessa e delicata sintonia che stimola l’attivazione emozionale, l’apertura a nuove esperienze, nuovi modi di comunicare, nuovi interessi. Gli animali non giudicano, non hanno tutte le nostre sovrastrutture cognitive, gli animali si donano totalmente, ci aiutano a socializzare, stimolano i nostri sorrisi (quindi in termini neurofisiologici nel nostro corpo aumenta la serotonina e diminuisce la produzione di cortisolo), aumentano l’autostima, ci aiutano ad abbassare le ansie e le paure aiutandoci, così, a regolare i nostri stati interni ed emotivi.

Al di là delle applicazioni terapeutiche i bambini attraverso gli animali hanno la possibilità di vivere un’esperienza unica sperimentando emozioni fondamentali per il loro sviluppo: l’attenzione, il rispetto, il tollerare e canalizzare l’aggressività.

È importantissimo però essere presenti nel l’interazione e aiutare i nostri bimbi gli animali a conoscersi e a entrare in relazione”, afferma la Dott. ssa Mara Mettola, psicologa e psicoterapeuta.

Insomma, a prescindere da un ipotetico ma non ancora universalmente dimostrato effetto benefico antiallergico e anti obesità degli animali domestici, possiamo di certo affermare che gli animali fanno bene ai nostri figli: li aiutano a scoprire il mondo esterno, a sviluppare empatia e a conoscere le emozioni. Educandoli allo stesso tempo alla diversità.

A cura della redazione di MioDottore con il contributo della Dott. ssa Mara Mettola, psicologa e psicoterapeuta.

 

 

I bambini e il legame con la natura

Il rapporto tra infanzia e natura è stato oggetto dell’interesse di molti studiosi, da Rousseau a Maria Montessori. Il legame speciale che può nascere tra il bambino e la natura ha infinite potenzialità educative e spesso è stato al centro di nuove concezioni pedagogiche.

Ma cos’è rimasto di questo legame ai giorni nostri?

Qualche anno fa (2013), una ricerca condotta dalla rivista In a Bottle tra 1400 mamme italiane, ha fatto emergere un dato preoccupante: circa un bambino su 2 non ha alcuna nozione base sulla natura e non ha idea dell’origine naturale degli alimenti.

Allo stesso tempo, un altro dato preoccupante è dato dalla progressiva e costante diminuzione della fauna selvatica in vari Paesi del mondo (secondo un rapporto della RSPB, Royal Society for the Protection of Birds, circa il 60% delle specie di fauna selvatica della Gran Bretagna sono diminuite drasticamente in quanto a numero di esemplari).

I bambini che vivono in contesti urbani hanno quindi sempre meno opportunità di venire a contatto con l’ambiente e con la fauna naturale.

Far conoscere ai più piccoli l’origine naturale del cibo, degli elementi, dell’energia, il mondo animale e il legame che indissolubilmente lega l’azione umana alla salubrità del pianeta è fondamentale: è la base su cui fondare il mondo di domani, garantendo che vi siano anche in un futuro lontano delle persone che si prenderanno cura del mondo naturale e delle specie selvatiche.

Avvicinare i giovani e i bambini alla natura significa dare loro uno strumento in più per vivere in un mondo migliore.

Mai come in un mondo (iper)tecnologico come quello attuale, le azioni per mettere in contatto infanzia e natura diventano necessarie.

Il contatto con la natura e le esperienze fuori dalle mura degli edifici hanno benefici a tutti i livelli: sono istruttivi, migliorano la salute fisica e l’emotività, le abilità sociali e quelle personali, aiutano a sviluppare interessi sani e partecipativi.

Interessante a questo scopo, è anche riprendere criticamente il concetto di educazione ambientale di Maria Montessori: educazione ambientale non vuol dire solo insegnamento di nozioni sull’ambiente e sulla sua tutela, ma significa sforzo attivo per far nascere nel bambino un interesse verso l’ambiente.

Fare in modo, cioè, che si senta parte di un ambiente vivido, vivo, dinamico e pulsante.

Il bambino non deve imparare didascalicamente nozioni sulla natura, ma imparare direttamente dalla natura grazie alla propria esperienza: i legami tra le cose, la pazienza, la curiosità, la perseveranza.

Un’ottima iniziativa per avvicinare i bambini al mondo della natura sono I campi estivi del WWF: si tratta di un progetto che prevede programmi per bambini, adolescenti e per famiglie. Un modo per imparare e divertirsi in compagnia, in un contesto sano, stimolante e istruttivo.

Ecco altre proposte per avvicinare i bambini alla natura in modo divertente:

  • Andare alla ricerca di erbe, farfalle, insetti;
  • “Caccia all’albero”: vince il primo che trova una quercia;
  • Alla ricerca di fiori e piante: quanti ne hai trovati, di che specie;
  • Raccogliere castagne durante il periodo autunnale e preparare insieme al bambino un dolce a base di castagne;
  • Andare in un agriturismo il week-end e far scoprire il mondo degli animali delle fattorie al piccolo.. Magari, anche con una breve cavalcata su un pony 😉

Il recupero del contatto con la natura ci apre una ulteriore riflessione: come possiamo avvicinare i bambini alla natura?

In che modo la psicologia può essere d’aiuto?

Il mondo in cui viviamo è veloce, tecnologico, ci chiede sempre di fare tante cose, di farle velocemente e possibilmente di farle bene. Quante volte ci capita di essere con la testa altrove? Di non ricordarci dove abbiamo parcheggiato l’auto o se abbiamo preso una pastiglia?

A volte facciamo un’azione e dopo qualche momento non sappiamo se l’abbiamo fatta o no. Per ottimizzare i tempi, spesso siamo altrove.

La pratica della Mindfulness ci può aiutare a essere presenti.

Mindfulness è una parola inglese che significa consapevolezza, però in un senso specifico. Non è semplice descriverla, perché si riferisce prima di tutto a un’esperienza diretta. Jon Kabat-Zinn, uno dei pionieri di questo approccio, ci aiuta a definire questo concetto antico:

<Mindfulness significa prestare attenzione, ma in un modo particolare: con intenzione, al momento presente, in modo non giudicante>.

Possiamo identificare la Mindfulness come un modo per coltivare una più piena presenza all’esperienza del momento, al qui e ora.

Moltissimi sono i contributi scientifici circa i benefici derivanti dalla pratica della Mindfulness in modo continuativo (per citarne solo alcuni: riduzione dello stress e dell’ansia, regolazione emotiva, miglioramento della concentrazione).

Da diversi anni le pratiche di Mindfulness sono diventate un ottimo modo per insegnare ai nostri bambini a regolare le proprie emozioni, a essere gentili e aperti con gli altri e in particolar modo con se stessi, aumentando la sensazione di fiducia.

Queste competenze possono essere la base per creare un legame tra i nostri bambini e la natura, affinché imparino a percepire gli odori, i profumi, i sapori, a osservare i colori del mondo che li circonda, a sentire davvero con il cuore aperto e a sperimentare la gioia di queste importanti esperienze.

Attraverso un ascolto autentico e non filtrato da giudizi, abbandonandosi alle sensazioni che un fiore, un albero, un frutto, un prato e un lago sono in grado di regalare, si può imparare da piccoli ad avere un contatto sano con la natura.

Ciò contribuirà anche alla salvaguardia nel futuro del grande patrimonio che abbiamo e che spesso non siamo capaci di custodire.

A cura della redazione di MioDottore e con il contributo della Dott. ssa Mara Mettola, psicologa e psicoterapeuta.

Sindrome di Down: come si sviluppa?

Ogni donna, durante la gravidanza, vive un periodo meraviglioso, in cui si prepara ad accogliere nella sua vita il bambino che porta in grembo. Esistono diversi accorgimenti per salvaguardare la propria salute e quella del bambino. Per esempio, durante la gestazione viene consigliato alle gestanti di sottoporsi ad esami di screening prenatale, come il test del DNA fetale, che possono indicare l’eventuale presenza di anomalie cromosomiche nel feto.
Le Trisomie, come la Sindrome di Down, la Sindrome di Edwards e la Sindrome di Patau, sono condizioni cromosomiche caratterizzate dalla presenza di un cromosoma in più. Sono anomalie cromosomiche che riguardano il numero di cromosomi e che colpiscono soprattutto i bambini con mamme in età avanzata, solitamente superiore ai 35 anni1.
La Sindrome di Down, chiamata anche Trisomia 21, è causata dalla presenza di un cromosoma 21 in più. 1 bambino su 1.200, in Italia, nasce con questa patologia2. Questa anomalia cromosomica prende il nome del medico inglese John Langdon Down che l’ha identificata per la prima volta nel 1866.
Esistono tre tipi diversi di trisomia 21:
⦁ trisomia libera
⦁ trisomia da traslocazione
⦁ mosaicismo.
La trisomia libera è la più frequente, riguarda il 95% dei casi e si verifica quando in tutte le cellule sono presenti tre cromosomi di tipo 21, per cui la persona affetta da questa sindrome possiede nel proprio corredo genetico 47 cromosomi a fronte di 463.
La trisomia per traslocazione riguarda il 4% dei casi e si verifica quando una parte del cromosoma 21 si fonda ad un altro cromosoma. Un genitore con questa traslocazione ha un’elevata probabilità di mettere al mondo un figlio con la Sindrome di Down3.
La trisomia a mosaico o mosaicismo si verifica molto raramente (1% di casi circa). Il soggetto affetto presenta sia cellule normali con 46 cromosomi, sia cellule con 47 cromosomi e si tratta di una trisomia causata da un soprannumero che interessa il cromosoma n°21.
La Sindrome di Down si manifesta con un ritardo mentale a livello sociale e comportamentale4.
Le gestanti possono scegliere quali test di screening prenatale effettuare, tenendo conto del tasso di affidabilità e di quanto precocemente si desiderano avere informazioni sullo sviluppo del feto.
Dalla 10° settimana di gravidanza, le future mamme possono sottoporsi al test del DNA fetale, un esame non invasivo che analizza il DNA fetale presente nel sangue materno. È un semplice prelievo di sangue che rileva le principali trisomie (Sindrome di Down, Sindrome di Edwards, Sindrome di Patau), altre anomalie cromosomiche e le principali microdelezioni con un’affidabilità del 99,9%.
Tra l’11° e la 13° settimana di gestazione le future mamme possono effettuare il Bi Test in concomitanza con un esame ecografico, ovvero la translucenza nucale. Il tasso di affidabilità del test raggiunge l’85% circa5.
Tra la 15° e la 17° settimana le gestanti possono effettuare il Tri Test, con un tasso di affidabilità del 60% circa.
Non bisogna dimenticare che è molto importante rivolgersi al proprio ginecologo di fiducia per sapere quale esame di screening prenatale svolgere.

Per maggiori informazioni sul test non invasivo del DNA fetale: www.testprenataleaurora.it
Fonti:
1) Embriologia medica di Langman di Thomas W. Sadler, a cura di R. De Caro e S. Galli; 2016.
2) Associazione Trisomia 21 Onlus
3) Linguaggio e Sindrome di Down di P. Soraniello, pag.15
4) Ritardo mentale, Sindrome di Down e autonomia cognitivo-comportamentale di D. Di Giacomo, D. Passafiume; 2004
5) Medicina dell’età prenatale: Prevenzione, diagnosi e terapia dei difetti congeniti e delle principali patologie gravidiche -Di Antonio L. Borrelli,Domenico Arduini,Antonio Cardone,Valerio Ventrut

Cellule staminali cordonali: alcuni esempi di trapianti effettuati con successo

Ancora oggi la medicina fatica a trattare i sintomi della leucemia, delle malattie infiammatorie e in generale, di tutte le patologie ematologiche.

Una speranza per i bambini che ne soffrono e per i loro genitori è rappresentata dalle cellule staminali cordone ombelicale, che sono state utilizzate con successo per affrontare queste malattie. Tali cellule trattano oggi un numero di patologie sempre più ampio, come dimostrano alcune storie di successo che vengono da tutto il mondo.

Un neonato di 4 mesi di nome Isla Bond soffriva di una forma di leucemia particolarmente grave. Il caso era troppo urgente e il piccolo non poteva attendere di trovare un donatore compatibile di midollo osseo. Si è perciò sottoposto a chemioterapia, dopodiché i medici hanno deciso di effettuare un’infusione di sangue cordonale. Il midollo osseo del neonato è stato rimosso, insieme alle cellule malate e Isla si è potuto sottoporre al trapianto. Passati 11 giorni dall’infusione, le condizioni di salute del piccolo sono stabili1.

Un caso simile è quello che hanno dovuto affrontare i dottori del Seattle Children’s Hospital, che hanno curato Jenna Gibson, una bambina di 9 anni affetta da leucemia mieloide acuta. Poiché rintracciare un donatore compatibile di midollo osseo era quasi impossibile, i medici del Fred Hutchinson Cancer Research Center hanno optato per il trapianto di staminali cordonali. Secondo quanto dichiarato dal direttore della struttura, Colleen Delany, il trattamento basato sull’infusione di sangue cordonale è più semplice nei bambini che negli adulti: è possibile impiegare un numero di cellule staminali più basso e gli indicatori da esaminare sono minori. La piccola si è così sottoposta a un’infusione di sangue del cordone ombelicale di un donatore compatibile2.

Anche in Cina i medici hanno preferito eseguire un’infusione di sangue cordonale su una neonata affetta da una rara malattia infiammatoria cronica intestinale, invece che un trapianto di midollo. Questo caso costituisce il primo esempio documentato di utilizzo di cellule staminali cordonali su una persona malata di questa patologia. A distanza di sei mesi dall’operazione la piccola ha potuto lasciare l’ospedale e ha da poco compiuto un anno3.

Un’altra storia a lieto fine riguarda un bambino a cui era stata diagnosticata una ittero acuta associata a epatite degenerata in un coma epatico. Si tratta della patologia denominata come anemia aplastica associata a epatite (HAAA). In questo caso, il piccolo si è sottoposto al trapianto di cellule staminali ematopoietiche ottenute dal suo sangue cordonale, che all’atto della sua nascita era stato conservato in una biobanca. Le staminali del cordone ombelicale hanno attecchito senza problemi e non hanno dato vita a fenomeni di rigetto4.

Dal 1988 a oggi sono stati eseguiti 35.0005 trapianti di cellule staminali cordonali. Tutti casi che hanno portato a un miglioramento delle condizioni di vita dei malati oppure addirittura hanno salvato loro la vita.

Ulteriori informazioni su www.sorgente.com

Note
1.Fonte: ABC News.
2. Fonte: perthnow.com.
3. Fonte: zeenews.india.com.
4. Successful treatment of a 3‐year‐old boy with hepatitis‐associated aplastic anemia with combination of auto‐umbilical cord blood transplantation and immunosuppressive therapy, Chen Liang, Jialin Wei, Erlie Jiang, Qiaoling Ma, Aiming Pang, Sizhou Feng, Mingzhe Han Transfusion and Apheresis Science 2015 52 2.
5. New York Blood Center’s National Cord Blood Program.

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