La lettura dei fumetti e i bambini: uno stimolo per l’immaginazione.

“Il fumetto nasce quando l’uomo delle caverne, prima ancora che venisse inventata la scrittura, tentava di riprodurre con disegni sulle pareti di roccia, le pareti della sua dimora, quindi, le sue avventure di guerra e di caccia”

Guerrera, STORIA DEL FUMETTO, autori e personaggi dalle origini ai nostri giorni, ed. Newton Compton, Roma 1995.

 

La comunicazione attraverso le immagini risale alle notte dei tempi ed è tutt’ora una parte consistente della comunicazione stessa. L’arte come tramite per la diffusione è un’idea che risale a tempi antichi, e che durante le civiltà egizia e greca ha conosciuto particolare diffusione.

Grandi classici della Letteratura Italiana sono stati illustrati da grandi pittori, si pensi ad esempio alla Divina Commedia illustrata dal Botticelli.

La nascita del fumetto, così come lo conosciamo e lo leggiamo oggi, è avvenuta negli Stati Uniti d’America nel 1895 sul New York World grazie a una geniale intuizione di J. Pulitzer, che pensò di incrementare il pubblico con un supplemento domenicale illustrato e a colori per l’infanzia contenente le storie di YELLOW KID (fig.3) di Richard Felton Outcauld. Da Disegno Letterario. Il Fumetto come strumento educativo.

Da quel momento, il fumetto ha conosciuto una incredibile diffusione e un impareggiabile successo. Chi non ha mai sfogliato da piccolo un fumetto della Disney (Topolino in primis) o Dylan Dog a partire dall’età adolescenziale? (Chi scrive lo legge ancora, con grande soddisfazione).

Vediamo dunque perché è importante stimolare nei bambini la curiosità verso i fumetti e facilitarne la lettura.

 

La lettura dei fumetti e i bambini: uno stimolo per l’immaginazione

Ecco perché proporre ai bambini la lettura di fumetti:

  • Come afferma Rodari ne La grammatica della fantasia – Il bambino che legge i fumetti, nel fumetto “Gli oggetti si presentano in una disposizione mutata: bisogna immaginare il percorso compiuto da ciascuno di loro dalla disposizione primitiva alla nuova. Tutto questo lavoro è affidato alla mente del lettore.
  • Un fumetto è utile per un primo approccio alla lettura, perché la lettura non si riduce alle figure e ai disegni e perché fa un continuo ricorso al discorso diretto.
  • Nei fumetti, i personaggi e le situazioni vengono caratterizzati in modo quasi immediato;
  • I fumetti sviluppano la capacità di cogliere i dettagli;

“Il fumetto è una narrazione sequenziale che unisce immagini e testo. Quando si legge un fumetto vengono coinvolte più capacità: la lettura di immagini, la lettura di testo, la capacità di mettere insieme i due linguaggi per crearne un terzo, il saper individuare la logica sequenziale che lega fatti che costituiscono la storia, l’interpretare ciò che accade tra una vignetta e l’altra, la temporalità del prima e dopo.

I fumetti sono tanti e diversi tra loro,per trama, formato, colore, scrittura, lucentezza della pagina ecc. e fumetto non è sinonimo di facilità e non è neanche detto che tutti i fumetti vadano bene. Quando si sceglie un fumetto per bambini occorre sceglierne uno innanzitutto che parli una lingua che loro possano comprendere, che tratti di ciò che vivono loro, delle loro fantasie o difficoltà. E’ importante che il linguaggio sia comprensibile, corretto e che non vi siano brutte parole, che sia scritto con un carattere grande e chiaro e che all’interno della nuvola ci siano poche parole, le immagini devono essere chiare e belle. La trama qualunque essa sia dovrebbe essere coinvolgente e divertente.

Le immagini da sempre trovano spazio sia in ambito scolastico che in quello della disabilità (video, foto, immagini che costruiscono storie, quelle per esempio utilizzate nella comunicazione aumentativa/alternativa).

Questo perché l’immagine arriva più chiara e diretta al bambino. Pensiamo anche ai libretti delle illustrazioni, in cui il disegno ci risulta molto più chiaro delle parole.

Il fumetto può essere utilizzato come veicolo di messaggi importanti da far arrivare ai minori (per esempio messaggi sulla discriminazione o anche sull’educazione sessuale agli adolescenti), per spiegare argomenti difficili, come la storia e la politica ecc., per illustrare i loro disagi e come affrontarli, in modo che comprendano meglio anche se stessi e acquistino maggior fiducia nel superare l’ostacolo.

Anche bambini con Disturbo di Apprendimento potrebbero giovarsi di fumetti per apprendere meglio alcuni argomenti scolastici e la storia per immagini e testo potrebbe essere utile per avvicinare alla lettura anche i più piccoli.

Il fumetto pertanto se scelto bene può essere uno strumento molto utile in diversi ambiti oltre quello del divertimento e del passatempo!”

 

 

 

 

Corsi di fumetto per bambini, un esercizio per scoprire il mondo e se stessi

Quando i bambini disegnano, non si limitano quasi mai a “riprodurre” la realtà, ma spesso rivelano anche parte della propria personalità. Per questo, dopo che il bambino ha appena realizzato un disegno, è importante che l’insegnante di fumetto ponga diverse domande e aiuti il bambino a raccontare e “scoprire” i propri disegni.

L’esercizio di disegnare e di raccontare è importantissimo per stimolare la creatività dei più piccoli: l’intelligenza e la creatività – infatti – si manifestano attraverso innumerevoli attitudini, che è importante saper riconoscere e di cui è importante acquisire coscienza.

Inoltre, per un bambino scoprire che le storie e le vignette di uno dei propri personaggi preferiti seguono delle regole che è possibile imparare a lezione, è incredibilmente stimolante.

Imparare a disegnare e a raccontare una storia anche attraverso le immagini significa padroneggiare un mezzo immediato di espressione, un ulteriore strumento per poter elaborare emozioni e sentimenti e per poter dar forma alle proprie idee.

 

Libri illustrati e fumetti

Perché i libri illustrati sono utilissimi per incoraggiare i bambini alla lettura?

Innanzitutto, perché immagini ed illustrazioni hanno una forza evocativa naturale, in grado di far nascere nel piccolo lettore un interesse e farlo partecipare attivamente alla lettura.

Inoltre, non bisogna dimenticare che in tenera età, i bambini amano ascoltare storie e fiabe, seguendo la narrazione orale grazie alle immagini: i fumetti sono il prosieguo di questa impostazione. Grazie alle immagini, si evita che il piccolo lettore possa percepire la narrazione come “statica” e poco avvincente.

Il bambino viene attratto, stupito e conquistato dai disegni e dalle illustrazioni di un libro: questi ultimi sono il medium attraverso cui il bimbo diventa soggetto attivo del racconto.

Inoltre, i fumetti e le illustrazioni sono entrambe un ottimo metodo per sviluppare la capacità di legare immagini e concetti: la presentazione di contenuti didattici attraverso il supporto grafico di un’immagine o di una rappresentazione, è un metodo largamente utilizzato in ambiente didattico. Pertanto, l’esercizio della capacità di apprendere per immagini sarà utile al bambino anche a scuola.

5 fumetti per bambini

  • Topolino: l’intramontabile Mickey Mouse, Paperino, Paperoga, Zio Paperone, Paperina, Minny e tutta la banda Disney;
  • Asterix: la storica serie di fumetti francese creata da Goscinny e Uderzo;
  • Monster Allergy: albo a fumetti della Disney pubblicato sotto l’etichetta Buena Vista Comics. Racconta la storia di Zick, un bambino di 10 anni timido e introverso, affetto da innumerevoli allergie, che usa in molte occasioni per tenere alla larga altri bambini della sua età;
  • Mumin: i Mumin sono personaggi creati dalla illustratrice Tove Jansson, simili a ippopotami bianchi. Abitano in una valle e i fumetti raccontano la storia delle loro avventure;
  • Geronimo Stilton: è una serie di fumetti che prende il nome dal suo protagonista, un “topo intellettuale” specializzato in Filosofia Archeotopica Comparata e Topologia della Letteratura Rattica, che è direttore de L’Eco del roditore, il quotidiano più diffuso di Topazia e dell’Isola dei Topi.

… in conclusione

Regalate ai vostri bambini un fumetto e delle matite, incoraggiateli a veicolare con i colori la loro creatività. Non gli avrete regalato solo fumetti, quaderni, matite e colori ma un ulteriore modo per esprimere se stessi.

A cura della redazione di MioDottore e della Dott. ssa Miriam Troianiello, Neuropsichiatra Infantile e Psicoterapeuta.

 

 

I rischi dell’iperprotettività

Si sente ripetere spesso che essere iperprotettivi verso i propri figli può portarli, da grandi, ad avere problemi psicologici permanenti e stati d’ansia continui. È davvero così?

Quando è sbagliato proteggere i propri figli?

Mai. Proteggere i propri figli dai pericoli del mondo esterno, essere presenti e guidare la loro crescita è il dovere di ogni genitore. Quello che è assolutamente sbagliato, è esercitare una iper-protezione.

Se il bambino o la bambina sta giocando con gli amichetti, è bene non eccedere con le raccomandazioni del tipo “non correre troppo”,”non bere la coca cola fredda”,”ti sei coperto bene?”, etc. Le raccomandazioni eccessive rischiano di causare un senso di preoccupazione ingiustificato ed amplificato nel bambino, non solo verso i possibili scenari del mondo esterno ma anche nei confronti delle aspettative del genitore.

Inoltre, eccessivi paletti e raccomandazioni possono condurre a uno stato d’ansia continuo.

Un atteggiamento iperprotettivo durante i primi anni di vita del bambino, può sfociare in una presenza eccessiva dei genitori nella vita del giovane e nello sviluppo di un carattere debole, incapace di prendere decisioni in autonomia e di adattarsi a un mondo sempre più veloce e dalla competizione sempre più spiccata.

Come procedere dunque? È opportuno seguire da vicino i bambini durante i primi anni di vita, per evitare che sviluppino disposizioni e comportamenti errati e pericolosi.

Sì alle regole e ai divieti, no agli eccessi protettivi. È bene lasciare sempre uno spazio di libertà per poter provare, sbagliare e imparare – da soli – dai propri errori. Fin dalla tenera età.

Iperprotezione: uno steccato impenetrabile

Nel mondo animale tutte le specie esercitano una spiccata protezione sui propri cuccioli. Nel caso degli uomini, la differenza principale concerne la durata di questo atteggiamento protettivo, estremamente più prolungata.

Prendersi cura dei propri figli, consigliarli, metterli in guardia non è iperprotezione. Si denotano invece atteggiamenti iper-protettivi quando il genitore vuole risolvere tutti i problemi del figlio e si sostituisce a lui al momento di decidere e – a volte – anche di pensare.

Continue e costanti raccomandazioni, continui e costanti allarmismi. La logica del “non fare questo perché..” può avere conseguenze devastanti. Allo stesso tempo, questo atteggiamento è spesso accompagnato dalla mancanza di (poche) regole chiare e dalla non-chiarezza delle conseguenze delle proprie azioni. Vale a dire: è bene far capire ai propri figli che i propri sbagli hanno delle conseguenze e assicurarsi che queste conseguenze siano per loro chiare (e anche a volte vissute), piuttosto che alimentare le loro insicurezze con continue raccomandazioni, senza però applicare con fermezza poche regole condivise.

Se questo atteggiamento si accompagna alla propensione ad “alleggerire” i propri figli da responsabilità e doveri (spesso del tutto adatti alla loro età), il danno è fatto. I bambini cresceranno con l’abitudine al fatto che qualcuno risolva i loro problemi, prepari loro da mangiare, pensi al loro futuro, a comprare quello di cui hanno bisogno, a vestirli, etc. etc.

Cerchiamo di schematizzare le possibili conseguenze di un simile atteggiamento:

  • Autostima: se non insegni ai tuoi figli a prendere delle decisioni autonomamente, dipenderanno sempre da qualcun altro. E questa dipendenza potrebbe mantenere bassa la loro autostima;
  • Minore capacità di apprendimento: paventare ai propri figli ogni possibile scenario che potrebbe manifestarsi in ogni situazione, ridurrà la loro capacità di imparare dagli errori. Ci sarà sempre qualcuno pronto a “interpretare” per loro la realtà e non si eserciteranno nel farlo;
  • Ansia e paura: se le raccomandazioni dei genitori su tutti i rischi e pericoli che è possibile incontrare in ogni contesto sociale e della vita sono state continue e pressanti, è molto più facile che i figli possano sviluppare un sentimento di “paura del possibile”. Insieme alla minore capacità di apprendimento, questo sentimento impedirà loro di affrontare e risolvere in autonomia i propri problemi e, nuovamente, li porterà ad essere dipendenti da qualcun altro a causa di una bassa autostima.
  • Incapacità di accettare e reggere le sconfitte: i bambini che non hanno mai sperimentato, nel corso della loro infanzia, i sentimenti successivi a una sconfitta e alla impossibilità di realizzare quanto voluto, avranno difficoltà ad affrontare le sconfitte che la vita – inevitabilmente – riserva. Non solo: l’incapacità di accettare una sconfitta, connessa alla minore capacità di apprendimento, li renderà meno capaci di modificare un piano iniziale e di pianificare un’alternativa. Non saranno in grado quindi di immaginare e realizzare una “vittoria parziale”. Quindi, di adattarsi alla realtà.

 

Carl Rogers e la Tendenza Attualizzante nel processo di crescita

Carl Rogers, psicologo umanista, sosteneva che insita in ogni essere umano vi è una naturale tendenza a sfruttare nel modo migliore possibile le proprie risorse in una data situazione. Tale forza, denominata Tendenza Attualizzante, può essere aiutata, nel processo di crescita, dalla presenza costante di genitori o altre figure di accudimento, il cui ruolo è di accompagnare i figli per prepararli ad affrontare il mondo. Il fulcro del discorso è proprio questo: accompagnarli, non sostituirli. I bambini hanno la naturale propensione ad esplorare il mondo che li circonda per conoscerlo e sperimentarlo, e in questo loro importantissimo compito evolutivo è bene che siano affiancati dai genitori senza che questi gli costruiscano intorno un muro protettivo ed invalicabile. È naturale che i bambini abbiano bisogno di regole, paletti entro cui muoversi in sicurezza, ma questi paletti hanno lo scopo di farli sentire sicuri, proteggerli da pericoli reali e trasmettere valori familiari. Non devono essere soffocanti per placare le ansie dei genitori che, altrimenti, verrebbero trasmesse anche ai figli. Sì, dunque, alle regole, che devono essere poche, chiare, motivate e adeguate all’età del bambino. Sì anche alle conseguenze dell’infrazione delle regole, che devono essere altrettanto chiare, motivate e spiegate in anticipo. Soprattutto, devono realizzarsi davvero quando necessario. Minacce assurde, catastrofiche ed eterne che non si potranno mai realizzare sul serio non solo renderanno poco autorevoli i genitori agli occhi dei figli ma destabilizzeranno i figli che non sapranno cosa aspettarsi dalle diverse situazioni. La prevedibilità, al contrario, permette ai bambini di sentirsi sicuri che ad ogni dato comportamento corrisponde di certo una data reazione. Potrà dunque imparare ad ipotizzare come funziona il mondo e sperimentare nuove situazioni, riscontrando anche che in seguito ad una sconfitta c’è la possibilità di rialzarsi e riprovare. Questo perché all’interno di paletti non rigidi e regole prevedibili avrà sperimentato le sue potenzialità e la sensazione di “essere capace”. Un ulteriore suggerimento per sostenere il bambino nelle sue esplorazioni è riferirsi a lui con frasi positive piuttosto che negative: invece di dire ” attento a non cadere” è meglio dire “mantieni l’equilibrio”. Questo permetterà al bambino di non avere paura di ogni situazione possibile ma di sperimentarsi in prima persona con piena fiducia nelle proprie capacità, senza ansie. Dr. ssa Amanda Rossini, psicologa e psicoterapeuta.

Possiamo dare forma al concetto di iperprotezione, immaginandolo come uno steccato senza fessure alto mezzo metro. Quando il piccolo cresce e diventa un adulto, per forza di cose guarderà oltre. Ma non avrà – nel frattempo – saputo immaginare soluzioni ai problemi che gli si potranno presentare. Come avrebbe invece potuto fare, se dallo steccato si fosse potuto vedere qualcosa.

A cura della redazione di MioDottore con il contributo della Dott. ssa Amanda Rossini, psicologa e psicoterapeuta.

 

 

Cellule staminali del cordone ombelicale: perché conservarle può fare la differenza?

Quali sono i vantaggi nel conservare le cellule staminali del cordone ombelicale?
È bene conoscerli in anticipo perché l’unico momento a disposizione per effettuare la conservazione delle staminali cordonali è la nascita del proprio bambino. È fondamentale che la coppia arrivi a questo momento con le idee chiare e con una scelta effettuata in maniera consapevole.

Le cellule staminali del cordone ombelicale sono considerate uno strumento terapeutico e sono ad oggi impiegate nel trattamento di oltre ottanta patologie1 come indicato nelle istruzioni del Ministero della Salute contenute nel decreto ministeriale emanato nel novembre 2009.

Quali sono le opzioni per una coppia? Il cordone può essere donato a biobanche pubbliche oppure conservato privatamente. Con la donazione pubblica la famiglia perde la proprietà del campione, mentre con la conservazione privata il campione raccolto viene crioconservato presso una biobanca con sede all’estero per poi poter essere utilizzato, in caso di necessità, dal donatore o da familiari.

Infatti, se si presentasse la necessità di trapiantare le staminali cordonali per il trattamento di determinate patologie, nel caso in cui non si disponesse di un campione conservato privatamente, diventerebbe necessario trovare un donatore compatibile.
Con la conservazione privata, si può utilizzare il campione raccolto compatibile al 100% con il donatore, fino al 50% con i genitori e fino al 25% con i fratelli.

Le cellule staminali del cordone ombelicale hanno un grande potenziale terapeutico. Queste infatti sono “immature” dal punto di vista immunologico rispetto a cellule staminali presenti in tessuti e per questo in caso di trapianto ci sono minor probabilità di rigetto2.

È importante che alla coppia in attesa di un figlio vengano fornite informazioni corrette sulla conservazione delle cellule staminali del cordone ombelicale. Solo così i futuri genitori potranno prendere una scelta consapevole ed evitare che queste preziose cellule vengano perse.

Per maggiori informazioni: www.sorgente.com

Fonti:
⦁ Decreto legislativo 18 Novembre 2009
⦁ Francese, R. and P. Fiorina, Immunological and regenerative properties of cord blood stem cells. Clin Immunol, 2010. 136(3): p. 309-22.

A cura di: Ufficio Stampa Sorgente

 

Consulenza genetica: cosa c’è da sapere

Negli ultimi anni prevenzione, ricerca e diagnosi sono diventati sempre più importanti, specie in ambito oncologico. Le campagne di informazione e di sensibilizzazione sono aumentate e hanno l’obiettivo principale di informare la popolazione su come prevenire i principali tumori come il cancro al seno (prima causa di morte per malattia oncologica nelle donne), allo stomaco, all’intestino e alle ovaie.
L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ribadisce che per ridurre l’insorgenza dei tumori è determinante partire dall’eliminazione dei fattori di rischio correlati (alimentazione errata, stile di vita poco sano, poca attività fisica, etc.) ¹. La prevenzione primaria comprende una corretta informazione e l’individuazione dei fattori di rischio.


Con prevenzione secondaria invece, ci si riferisce ad una diagnosi precoce della malattia. In questo, la genetica medica e la consulenza genetica rivestono un ruolo decisivo. Diagnosticare un tumore quando è ancora nelle sue fasi iniziali permette di intervenire tempestivamente con cure efficaci e così le probabilità di guarigione aumentano². Ad esempio, se un tumore al seno viene diagnosticato allo stadio zero, le probabilità di sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi delle donne trattate raggiunge il 98%².
Un consulente genetico può fornire un valido aiuto nel capire a quale test genetico sottoporsi e, in caso di tumore, quale terapia intraprendere. Forme tumorali come il cancro al seno o quello all’ovaio sono spesso dovute alla presenza di mutazioni genetiche ereditabili.
Conoscere un gene che, se mutato, potrebbe portare ad una malattia, permette di comprendere meglio la patologia stessa e inoltre fornisce indicazioni utili sul trattamento da seguire³. Per quanto riguarda il tumore al seno e all’ovaio, sono predisponenti le mutazioni a carico dei geni BRCA1 e BRCA2. Con un test genetico è possibile individuare la presenza di queste mutazioni e di monitorare il rischio di insorgenza della malattia.
Circa una donna su 400/800 è portatore di mutazione nei geni BRCA1 e BRCA2⁴. Queste donne con BRCA mutato hanno fino all’87% di probabilità di sviluppare il tumore al seno e fino al 40% per il tumore all’ovaio5,6. Conoscere la propria predisposizione genetica al tumore è quindi fondamentale per attuare una strategia preventiva e per intervenire tempestivamente.
Per conoscere i dettagli dei test genetici per il tumore al seno e all’ovaio visita: www.brcasorgente.it

Fonti:
legatumorilecco.it⦁
⦁ Nastro Rosa 2014 – LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori)
⦁ Bruce R. Korf. Genetica Umana: dal problema clinico ai principi fondamentali, Springer 2001, pag. 91.
⦁ I numeri del cancro 2014 – pubblicazione a cura di Aiom. Com e Artum
⦁ Ferla R, et al. (2007). Founder mutations in BRCA1 and BRCA2 genes. Annals of Oncology. 18; (Supplement 6):vi93-vi98.
⦁ Chen S, et al. (2007). Meta-analysis of BRCA1 and BRCA2 penetrance. J Clin Oncol. 25(1 1 ):1 329-1 333

A cura di: Ufficio Stampa Sorgente Genetica

Anomalie cromosomiche: cosa sono?

La gravidanza è sicuramente uno dei momenti più intensi ed emozionanti nella vita di una donna, che per nove mesi condivide tutto con il proprio bambino.
Per la futura mamma tutelare la propria salute e quella del feto deve essere una priorità. Questo implica alcuni accorgimenti come condurre uno stile di vita sano, sottoporsi ai regolari controlli medici e svolgere un test di screening prenatale volto a identificare eventuali anomalie cromosomiche in gravidanza.

Ci sono diverti tipi di test di screening prenatale a cui una gestante può scegliere di sottoporsi. Gli esami di screening prenatale non invasivi sono definiti anche “probabilistici”, in quanto calcolano la probabilità che il feto sia affetto da un’anomalia cromosomica come le trisomie (Sindrome di Down, Sindrome di Edwards, Sindrome di Patau) o da difetti di chiusura del tubo neurale.
Anomalie che riguardano il numero e la struttura dei cromosomi possono causare difetti congeniti, ovvero alla nascita e incurabili.
Nello specifico, quando si parla di trisomie, ci si riferisce ad anomalie cromosomiche che prevedono la presenza di un cromosoma in sovrannumero. Per quanto riguarda in generale le anomalie cromosomiche, l’età della gestante rappresenta un fattore di rischio: infatti, l’incidenza di anomalie aumenta con l’avanzare degli anni della mamma, in particolare dopo i 35 anni.
Le delezioni e le microdelezioni sono anomalie che interessano la struttura del cromosoma in cui viene a mancare una parte di questo con dimensioni variabili. La Sindrome di Wolf-Hirschhorn e della Sindrome di Cri-du-chat sono causate da delezioni di grandi dimensioni (> 5Mb) e si manifestano con un ritardo mentale grave e dismorfismi. Con microdelezioni si intendono delezioni di dimensioni inferiori a 5 Mb e sono alla base della Sindrome di Di George e quelle di Angelman e Prader-Willi. A livello clinico si evidenziano ritardi mentali medio-gravi, dismorfismi a livello facciale e difetti congeniti.
La futura mamma può sottoporsi ad esami di screening prenatale non invasivi che rilevano quanto sia probabile che il feto sia affetto da una di queste anomalie.
Esistono diversi test di screening prenatale che la gestante può effettuare tenendo conto del tasso di affidabilità e di quanto precocemente si vuole svolgere il test.
Il Bi-Test, combinato con la translucenza nucale (un esame ecografico), può essere svolto tra l’11a e la 13a settimana di gravidanza e ha un tasso di affidabilità dell’85% circa3. Il Tri Test invece, si effettua tra la 15a e la 17a settimana e ha un’affidabilità del 60% circa.

Già a partire dalla 10a settimana di gravidanza ci si può sottoporre al test del DNA fetale, un test di screening prenatale non invasivo di ultima generazione. In questo test vengono analizzati dei frammenti di DNA fetale che circolano nel sangue materno durante la gestazione. Il test è affidabile nel 99,9% dei casi e rileva le principali trisomie (Sindrome di Down, Sindrome di Patau e Sindrome di Edwards), microdelezioni e altre anomalie cromosomiche.
Nel caso in cui un test di screening indicasse la presenza di anomalie cromosomiche nel feto, sarà necessario che la gestante si sottoponga ad esami di diagnosi prenatale invasivi come l’amniocentesi o la villocentesi, che forniranno una diagnosi sullo stato di salute del feto.
Contatta il tuo ginecologo, il quale saprà consigliarti sugli esami da svolgere durante la gravidanza
Se desideri saperne di più sul test prenatale non invasivo Aurora visita il sito www.testprenataleaurora.it

Fonti:
⦁ Embriologia medica di Langman di Thomas W. Sadler, a cura di R. De Caro e S. Galli; 2016.
⦁ Manuale di Pediatria Generale e Specialistica di M. Bonamico; 2012; pag. 92.
⦁ Medicina dell’età prenatale: Prevenzione, diagnosi e terapia dei difetti congeniti e delle principali patologie gravidiche -Di Antonio L. Borrelli,Domenico Arduini,Antonio Cardone,Valerio Ventrut

A cura di: Ufficio Stampa Sorgente Genetica

Un uso “educativo” del cellulare per i bambini: 5 strategie

Per quanto i tuoi bambini si trovino ancora in un’età in cui alla tecnologia si preferiscono i giochi (e i giocattoli), prima o poi arriverà la fatidica domanda: “posso avere un cellulare?”

Il cellulare è adatto per i bambini? A quale età? Ma soprattutto: può avere un utilizzo di tipo “educativo” per tuo figlio? In che modo?

“Il cellulare oggigiorno è diventato un’esigenza purtroppo, non serve né demonizzare né esaltarne l’uso, però sarebbe opportuno promuovere, presso le scuole, corsi volti ad informare ed educare su un sano utilizzo dei mezzi informatici in genere. I bambini dai 10 anni in su possono averlo, ma di fondamentale importanza diventa la gestione del cellulare: ovvero solo per necessità, evitando di stabilire una grave dipendenza. Bisogna favorire lo sviluppo del pensiero creativo nel bambino e soprattutto lo sviluppo delle capacità sociali: il cellulare potrebbe ostacolare tutto ciò. Un utilizzo di tipo educativo si può avere solo nel caso in cui ci sia una giusta consapevolezza dei rischi e dei pregi di un mezzo, come il cellulare. Potrebbe diventare uno strumento anche didattico se utilizzato in maniera intelligente, secondo un obiettivo ed entro soprattutto tempi prefissati.” Dott. ssa Mariangela Castellano.

L’età del primo cellulare si abbassa sempre di più

Secondo un recente sondaggio, un bambino su cinque in Italia inizia a prendere contatto col cellulare durante primo anno di vita. Fra 3 e 5 anni di età, l’80% dei bambini è ormai in grado di usare il telefonino dei genitori.

Possiamo dunque dire che, se ancora non hanno sostituito il televisore come “compagno tecnologico” dei bimbi, gli smartphone e i tablet sicuramente l’hanno affiancato e, in un futuro non troppo lontano, potrebbero persino arrivare a soppiantarlo.

Ad ogni modo, c’è da rimarcare che, sempre secondo il sondaggio, la maggior parte dei genitori (due su tre) usano tablet, smartphone e altri apparecchi elettronici insieme ai figli. È importante infatti sottolineare come l’uso del cellulare per i bambini non sia assolutamente da condannare, ma possa anzi risultare assolutamente sicuro e persino educativo, se i genitori sono pronti a seguire alcune semplici accortezze.

5 strategie “educative” per l’utilizzo del cellulare:

1. Il cellulare si “condivide” con la mamma e il papà

Almeno fino ai 12 anni, è bene che il cellulare sia un oggetto personale del bambino, ma che al contempo il suo utilizzo avvenga sotto lo sguardo vigile dei genitori.

2. Stabilire orari e regole fin da subito

“Niente TV dopo le 14:00”. “I cartoni animati li guarderai dopo aver finito di studiare”. “Quando si studia, non si guarda la televisione”. Quante volte, da bambino, abbiamo sentito queste frasi?

Come per la televisione, anche per l’utilizzo del cellulare è necessario stabilire regole e orari più o meno fissi: in questo modo, non solo sarà più facile condividerne l’utilizzo e guidare il bambino a un uso consapevole e responsabile della tecnologia, ma il cellulare stesso diventerà un mezzo indiretto per un fine importante per la maturazione personale: l’acquisizione di regole e di una certa disciplina.

Quante ore al giorno usarlo? Al momento, la maggior parte degli esperti consigliano un uso moderato nella prima infanzia: circa un’ora al giorno fino ai 10-12 anni.

3. Educare all’uso di internet

Fornire uno smartphone a un bambino significa anche metterlo in contatto con una realtà per lui nuova, Internet. Il web è una grande risorsa per noi adulti, ma è bene educare fin da subito i bambini al suo utilizzo, soprattutto in relazione ai pericoli di vario genere che possono celarsi in rete: fare attenzione agli sconosciuti, non postare sui social media proprie foto o immagini, ecc.

Anche in questo caso, al controllo bisogna affiancare la partecipazione alla vita e alle attività che il bambino svolge su internet.

4. Usare le possibilità educative offerte dalle nuove tecnologie

Smartphone e tablet sono una grande risorsa per l’apprendimento: giochi interattivi, piccoli quiz, e altre applicazioni e programmi sono molto preziosi per sviluppare l’apprendimento dei più piccoli in maniera divertente e partecipativa.

Inoltre, grazie a internet, puoi insegnare molte cose al tuo bambino in maniera immediata: una domanda di geografia si può trasformare nell’immagine di un monumento, di una città, di un parco, ecc.; un argomento storico trattato in classe dalla maestra può diventare l’occasione per mostrare una mappa dell’impero romano dallo schermo del tablet; le pronunce di una lingua straniera possono essere studiate ascoltando un file audio, e così via.

5. I divieti non servono

Al di là delle legittime preoccupazioni, vietare del tutto l’uso del cellulare potrebbe rivelarsi persino controproducente: non solo, come sappiamo, per i più piccoli il “fascino del proibito” è forte e potrebbero dunque trovare il modo di usare le nuove tecnologie di nascosto (senza a quel punto darci la possibilità di controllarne l’utilizzo), ma soprattutto si rischia di perdere le opportunità educative dirette e indirette che esse offrono.

Come spesso accade, il problema non è lo strumento in sé, ma l’uso che se ne fa e, soprattutto, la capacità di noi “grandi” di aiutare i “piccoli” a muoversi con consapevolezza in una nuova realtà e a renderla il più possibile consona al loro sviluppo psicologico e sociale.

A cura della redazione di MioDottore e con il contributo della Dott. ssa Mariangela Castellano, psicologa e psicoterapeuta.

 

 

 

 

 

I bambini e lo sport: quali le regole fondamentali?

Vi sono alcune semplici regole che riassumono il giusto modo di far approcciare i bambini allo sport:

  • L’attività sportiva non deve prescindere dal gioco: l’impegno dei bambini in uno sport qualsiasi non può prescindere dalla dimensione della socialità. Lo sport deve far parte del bagaglio culturale del bambino e stimolarlo a fare amicizia e nell’apprendimento;
  • Non avvicinare i bambini troppo presto all’attività sportiva agonistica. Capita che le società sportive tendano a forzare in questa direzione ma è importante ricordare quanto sopra sottolineato: i bambini non sono “piccoli adulti” e non possono avere gli stessi modelli dei più grandi;
  • “Proteggere” i bambini durante la pratica sportiva: l’abbandono di uno sport è spesso dovuto a esperienze negative, contrasti o umiliazioni. Il dovere dell’adulto è vigilare su queste dinamiche ed evitare che il bambino possa associare le esperienze traumatiche allo sport, per non compromettere la loro salute presente e precludere loro – da adulti – una buona abitudine futura;
  • L’attività sportiva costante comporta delle rinunce quotidiane: qualora l’impegno richiesto sia elevato, i bambini potrebbero trascurare altre attività molto importanti per la loro età. Fondamentale è quindi assicurarsi che i bambini non trascurino attività ludiche, sociali e formative di fondamentale importanza per il loro corretto sviluppo;
  • I bambini non sono in grado di dare il giusto valore a una vittoria e a una sconfitta e – spesso – si identificano con il risultato, con il rischio di perdere autostima. L’agonismo – che comporta la ricerca della vittoria con il massimo delle energie – è quindi potenzialmente pericoloso in tenera età;
  • Allenamenti eccessivi e mancanza di sufficiente supporto da parte delle figure genitoriali e dell’allenatore, possono causare l’insorgere di disturbi di tipo psicologico (umore, ansia);

Infine, è bene ricordare che il principio che il bambino abbia diritto di giocare e divertirsi, senza pressioni agonistiche, è sancito dalla Carta dei Diritti del Bambino nello Sport.

Cosa dev’essere dunque l’agonismo per i bambini?

L’agonismo – per i più piccoli – non deve significare dunque vincere la partita bensì partecipare alla partita: giocare e impegnarsi, senza dover essere dei campioni. Questo semplice assunto – fondamentale per lo sport durante l’infanzia – è importante anche per migliorare la cultura dello sport negli adulti, nelle famiglie, negli sportivi professionisti.

 

A cura della redazione di MioDottore e con il contributo della Dott. ssa Mariangela Castellano, psicologa e psicoterapeuta.

 

 

 

 

 

 

Lo sport e il carattere dei bambini

Quali benefici ha lo sport e come influenza il carattere dei bambini? Lo abbiamo chiesto alla Dott. ssa Mariangela Castellano, psicologa e psicoterapeuta.

Quali sono i benefici della pratica sportiva per il bambino, in termini psicologici e per lo sviluppo della socialità?

I benefici sono molteplici, il bambino impara a rispettare le regole, ad interagire con gli altri suoi coetanei e con un adulto, che diventa un punto di riferimento. Tutto questo giova alla sana evoluzione psichica del minore in quanto impara a definire i limiti della realtà che lo circonda, limiti che gli serviranno per definire la sua personalità.

I bambini che praticano sport fin dalla tenera età, hanno benefici in termini relazionali rispetto a quelli che non hanno praticato sport?

Sì, diventano più autonomi, consapevoli e sicuri. Di conseguenza sapranno ben relazionarsi con l’altro, che sia un adulto oppure un suo coetaneo.

Gli sport più adatti a bambini in tenera età sono gli sport individuali o di squadra?

Indubbiamente sono preferibili gli sport di squadra per una sana costruzione del sé, lo sport individuale andrebbe consigliato in una seconda fase della crescita, quando il bambino è più maturo e consapevole.

Il genitore come deve comportarsi quando il figlio manifesta il desiderio di praticare uno sport in particolare? In che modo può cercare di orientarlo qualora ritenesse lo sport scelto dal bambino non adatto?

Difficile saper distinguere una scelta da un capriccio, il genitore deve ascoltare I bisogni ed I desideri di un figlio con attenzione, cercando di non confondere soprattutto quelli che sono I suoi desideri con quelli del bambino. Per saperlo orientare, il genitore potrebbe richiedere l’aiuto di esperti.

A cura della redazione di MioDottore e con il contributo della Dott. ssa Mariangela Castellano, psicologa e psicoterapeuta.

 

 

 

Sport ed età evolutiva

Lo sport ha un ruolo molto importante nel raggiungimento di un equilibrio psico-fisico, sia durante l’età adulta che durante l’età evolutiva.

Fa bene alla salute, previene il rischio di patologie cardiovascolari, aiuta a restare in linea e ad arginare l’aggressività: è uno sfogo naturale, con effetti positivi su tutta la sfera dell’emotività. Inoltre, funzione dello sport è anche spingere alla socializzazione e contribuire alla condivisione di regole: tutti questi ingredienti, fanno dello sport uno dei pilastri per un corretto sviluppo psico-emozionale del bambino stimolando la predisposizione al gioco e alla socialità, fortificando lo spirito di appartenenza a un gruppo e alla società e aumentando la disposizione alla cooperazione. Ma come approcciare correttamente uno sport durante l’età evolutiva?

Sport: un’attività quotidiana

A partire dagli anni ‘90 si è spinto molto per fare dell’attività sportiva un punto fermo della quotidianità dei bambini. Molti bambini infatti si avvicinano a sport di squadra e discipline sportive in tenera età (calcio, pallavolo, nuoto, pallacanestro, rugby, arti marziali, scherma, pattinaggio, etc.). In parallelo all’aumento dei praticanti di discipline sportive è aumentato anche il numero di piccoli sportivi che si sono avvicinati all’agonismo: molti “baby atleti”, si avvicinano alla pratica agonistica tra i 7 ed i 18 anni.

Al giorno d’oggi, soltanto il 10% degli italiani adulti svolge con regolarità attività sportiva, mentre adolescenti, bambini e ragazzi praticano lo sport quasi ogni giorno (grazie a scuola, associazioni e partecipazione a società giovanili). Spesso sono i genitori ad avviare i propri figli allo sport, con intento educativo. A volte capita – purtroppo – che alcuni genitori “investano” il proprio figlio dei propri sogni non realizzati, mettendolo nelle mani di allenatori o procuratori che ne devono curare la crescita agonistica e atletica.

Bisogna ricordare che i bambini non sono “piccoli adulti” ma hanno delle caratteristiche e delle necessità proprie della loro stagione evolutiva: per questo è fondamentale non solo che i programmi di allenamento rispettino caratteristiche date dall’età e disposizioni personali, ma anche che i genitori non “forzino” il proprio figlio nella pratica di uno sport in particolare e non lo spingano precocemente verso l’attività agonistica, senza che nel bambino sia nata la voglia di “fare un passo in più” e di praticare lo sport in modo agonistico.

A cura della redazione di MioDottore e con il contributo della Dott. ssa Mariangela Castellano, psicologa e psicoterapeuta.

 

Quale certificato occorre?

Calcio o tennis? In tutti i casi all’atto dell’iscrizione verrà richiesto il certificato medico e si ripresenta il solito dilemma su quale sia il certificato corretto e a chi richiederlo. Proviamo a fare chiarezza.

Le attività organizzate e gestite da società affiliate al CONI o da enti di promozione sportiva richiedono obbligatoriamente la certificazione non agonistica che attesti l’assenza di controindicazioni alla pratica sportiva.

LA CERTIFICAZIONE NON AGONISTICA
Gli accertamenti previsti consistono in una visita generale con rilevazione della pressione arteriosa. È inoltre necessario effettuare un esame elettrocardiografico.

IL CERTIFICATO AGONISTICO
Per quel che riguarda la certificazione agonistica può essere richiesta solo se il bambino raggiunge i criteri anagrafici minimi stabiliti dalla federazione di riferimento. Per esempio per il calcio dai 12 anni o per il nuoto dagli 8 anni di età. Questa certificazione può essere rilasciata unicamente da medici specialisti in medicina dello sport dopo visita di idoneità che comprende esame spirometrico, elettrocardiogramma a riposo e dopo step test dei 3 minuti.

Per tutti i tipi di certificato la validità massima è di un anno. In fin dei conti, al di là dell’obbligatorietà, un controllo annuale dei nostri bambini è comunque una buona e sana abitudine!

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