Nessuna conoscenza senza rispetto.

Quando si deve cominciare a coltivare la creatività dei bambini? Come un adulto può incidere nella fase esplorativa? Qual è l’elemento più importante in una relazione educativa?

IMG_5394Sempre più si abbassa l’età di riferimento dei bambini cui veicolare contenuti culturali. Molti progetti di lettura, museali, relazionali interessano la fascia di età 0-3 anni. C’è chi ci è convinto sostenitore, c’è chi storce il naso non credendo che i bambini possano essere ricettori già in fase neonatale o addirittura fetale. Ci sono
cose che indubbiamente vanno costruite nel tempo e cominciare il prima possibile ci può dare un vantaggio emotivo di grande valore.

IMG_5415Ho una cara amica Arteapeuta, che mi racconta del suo lavoro e dei nostri scambi l’immagine calda e rivelatrice, che senza dubbio mi ha colpito di più è stata quella di intendere il grembo materno come prima ‘ludoteca’.
Questa suggestione mi ha portato a fare alcune riflessioni, legate alla mia esperienza e filtrate dalle mie convinzioni.
Il concetto forte e incontrastato è: la naturale propensione ad esplorare dei bambini!

Dedicarsi con dedizione
Il grembo come luogo perfetto dove cominciamo ed esistere e a crescere.
L’importanza che va data a gesti, per quanto piccoli; a toni di voce, per quanto flebili; a relazioni con le persone, per quanto lontane; a movimenti nello spazio, per quanto irreale. La necessità di considerazione! Sempre. Fin dal primo istante di vita. Troppo spesso vedo situazioni ‘dedicate’ ai bambini in cui non viene rispettata la loro creatività. Ovvero: troppo spesso siamo più concentrati sull’informazione che vogliamo trasmettere e non sui soggetti con cui stiamo parlando. Soggetti intesi come bambini, bambini intesi come individui. La conoscenza -come esperienza- non si radica, non si sedimenta nella persona se la relazione educativa non è fondata sul
rispetto! Le poche piccole regole a cui io mi attengo quando lavoro, che sembrano uscite da biglietti dei cioccolatini tanto immediate e semplici, come guardare negli occhi il bambino con cui sto parlando, non sono inutili vezzi, né superflui messaggi.
La intenzione prima deve essere entrare in contatto con il bambino, non preoccuparsi di finire in tempo quello che si è progettato.

Il ruolo determinante dell’adulto
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Gli obiettivi di un laboratorio didattico possono essere molteplici, possono riguardare un artista, o un metodo o un tema trasversale. In ogni caso, perché l’esperienza sia il più possibile formativa, occorre lasciare attivi canali di espressione non convenzionali. Strutturare un percorso che guidi le finalità stabilite, ma nello stesso tempo non lasciare inascoltate le possibili evoluzioni o le deviazioni che, inevitabili, emergono quando si fanno incontri collettivi sull’arte. I condizionamenti che operiamo sui bambini, anche in buonissima fede, sono tantissimi. Dovuti al nostro
carattere, alle convenzioni sociali, ai contesti che ricreiamo, alle predisposizioni dei bambini, all’utilizzo di metodologie. Siamo dei MEDIATORI e per quanto sia lo sforzo di oggettivizzare le informazioni, agiamo attraverso filtri personali. Per esempio, se durante un’attività ho previsto l’uso del pennello per spalmare la tempera su delle tele e i bambini arrivano a sostituire l’uso dello strumento dato con le proprie mani non interrompo il gioco appena nato, ma lascio sperimentare il nuovo percorso spontaneo.
Perché lo stimo importante per:
1- la soddisfazione momentanea del bambino, che trova più divertente spalmarsi di colore che usare il pennello;
2- la capacità di seguire un pensiero divergente, per la necessità di lasciar fluire un impulso esplorativo,
3- l’iniezione di autostima e di crescita che deriva da un’azione personale,
4- Consolidare l’idea che sbagliare è un modo di procedere, non un motivo per
fermarsi.

Sopra ogni cosa il gioco. Come metafora e come strumento, ludico e serio, di
indagine per scoprire se stessi e il mondo circostante. Necessario a bambini e
bambine, fin dalla più tenera età.

«Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice»

Fratelli, quando vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando siete a tavola, comincia a prendere il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla Chiesa di Dio e umiliare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo! Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga. Perciò chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore.

«Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice»

perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, siamo da lui ammoniti per non essere condannati insieme con il mondo. Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri. E se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi raduniate a vostra condanna. Quanto alle altre cose, le sistemerò alla mia venuta.

(1Corinti 11,28)