Decaloghi della didattica. A cura di Leontina Sorrentino.

Decaloghi della didattica #1
Un laboratorio d’arte per bambini è sempre una bella esperienza? Quali sono gli errori più comuni che si commettono? Come influiscono sui bambini?

Quando si svolgono attività con i bambini occorre avere ben chiari gli obiettivi: ci stiamo occupando di loro (proponendo progetti adeguati e stimolanti) o stiamo lavorando per noi (preoccupandoci di far vedere quanto siamo bravi)? La differenza è abissale: si vede, si sente, si tocca. Ecco, secondo me, l’elenco delle azioni meno lodevoli, eppure diffuse, che limitano la relazione educativa.

Decalogo della cattiva prassi:
1- MORTIFICARE LA CREATIVITA’ dei bambini e delle bambine. Ovvero imporre la nostra visione (adulta e parziale) perché crediamo che sia la più corretta. Esperienza non è espressione!
2- UNIFORMARE I METODI, ovvero utilizzare sempre lo stesso modo di mediazione; fossilizzarsi su alcune tecniche per comodità, potenziare solo alcune attività a discapito di altre. Omologazione non è pluralità.
3- IGNORARE LE SOLLECITAZIONI spontanee che i bambini regalano durante un laboratorio. Con la convinzione che sia più opportuno terminare un lavoro che non soddisfare improvvise curiosità. Eludere risposte non elimina domande.
4- RELEGARE LA MANUALITA’ a puro passatempo. Ovvero non riconoscere alle attività pratiche significati e valenze che vanno ben al di là del farli ‘pasticciare’. Le mani sono veicolo di conoscenza!
5- ALZARE LA VOCE PER FARSI ASCOLTARE. Ovvero incentrare il rapporto su una direttrice verticale up- down. Ascoltare perché devo e non perché voglio. La fiducia che creiamo con i bambini è frutto di conquista, non di diritto! L’attenzione non va imposta!
6- SOTTOSTIMARE L’INTELLIGENZA dei bambini. Ovvero dichiarare a parole grandi valori pedagogici, ma di fatto comportarsi senza preoccuparsi di farla emergere. L’autostima come cura di sé!
7- GIUDICARE GLI ERRORI. Ovvero emettere valutazioni negative qualunque sbaglio, senza soffermarsi sul processo che lo ha prodotto, rafforzando l’idea che ‘meno errori fai più sei bravo’! Sbagliando si impara!
8- ASSECONDARE LE PAURE. Ovvero sostituirsi al bambino in qualunque fase critica incontri (sia pratica che cognitiva) incidendo sull’insicurezza, che cresce, nel non saper fare qualcosa. Spronare all’autonomia!
9- METTERE FRETTA. Ovvero proporre un lavoro inadeguato al tempo stabilito e poi riversare sui bambini la responsabilità di non concludere. Anche l’incompiuto ha valore!
10- MOSTRARE SOLO UN LATO DELLE COSE. La parzialità è importante per soffermarsi sui dettagli, ma la visione d’insieme ci chiarisce percorso e idee. Le letture a più livelli stimolano il pensiero!
Tutte facce di uno stesso approccio
Se penso a questo decalogo penso a 10 cose concatenate tra loro. Come radici intrecciate di un albero. A ragionare a fondo vedremo che questi enunciati non viaggiano mai da soli.
Mortifica la creatività chi sottostima l’intelligenza uniformando i metodi…
Alza la voce chi mette fretta e giudica gli errori fomentando paure… Deride la manualità che ha una visione parziale e non raccoglie gli spunti che emergono dagli interventi dei bambini…così andando possono essere fatti infiniti diversi abbinamenti.
Sono tutti indizi di un dichiarato atteggiamento negativo, con orientamento limitante e spesso controproducente.
Mutare l’approccio, proporre uno stesso concetto sotto una luce positiva piuttosto che evidenziare solo gli aspetti normativi, porta a cambiamenti di resa notevoli. Come note di uno spartito, a secondo dell’ordine e degli accordi viene fuori una musica diversa.

Uno dei principali diritti del bambino: l’accesso all’istruzione

“Ciao, mi chiamo Chiara, abito a Milano, ho due fratellini, e da un po’ anche una sorellina. Ma lei non sta con noi, vive in Africa.
In verità non è proprio la mia sorella, ma mi piace chiamarla così visto che ho solo dei fratelli.
I miei pagano un’associazione perché possa andare a scuola.
Si chiama Adamà, e ha solo un anno più di me.
Mamma e papà mi hanno spiegato che i genitori di Adamà sono molto poveri e non hanno i soldi per mandarla a scuola, anzi, a volte la devono anche mandare a lavorare, oppure lei si deve occupare dei suoi fratelli più piccoli.
Anch’io gioco con i miei fratellini, ma non gli devo dare da mangiare o lavarli o cose così, invece Adamà perché è più grande sì, perché la sua mamma lavora tutto il giorno al mercato.

Abbiamo cominciato a scambiarci dei disegni, ma lei non è brava come me, la mamma ha detto che i primi pennarelli che ha avuto sono quelli che le abbiamo fatto avere tramite la volontaria di UnAltroMondo (così si chiama l’associazione) che va sempre a trovarla.

Le ho messo da parte anche un po’ di vestiti miei, anche se sono più piccola di un anno di lei, Adama è molto più piccina e le mie cose le vanno benissimo. I suoi sono molto contenti perché fanno fatica anche a comprarle i vestiti. Sono tanti in famiglia, vivono tutti insieme in un grande cortile, ci sono gli zii e i nonni, e tantissimi altri bambini. Ho visto le foto, abitano in delle piccole case, con il tetto in lamiera e con la cucina all’aperto, non ci sono palazzi come i nostri, a volte non c’è neanche l’elettricità. E l’acqua la devono comprare in fondo alla strada dove c’è un distributore, come quelli della benzina qui da noi. In casa di Adamà non hanno nemmeno la televisione.

Molti dei bambini nel quartiere dove vive Adamà non vanno neanche a scuola. O a volte ci vanno solo per un anno. Poi non ci sono più i soldi, e allora stanno a casa e lavorano. Adesso Adamà può andare sempre a scuola perché mamma e papà la sostengono a distanza, si chiama così. Per meno di un euro al giorno l’associazione le compra i libri scolastici, lo zaino, le matite, una lavagnetta, e paga la scuola e la tenuta scolastica. E se la famiglia non ce la fa, le comprano anche un sacco di riso o dello zucchero. Oppure qualcosa da vestire. Ma a quello ci penso io ora. Sto già mettendo a parte un sacchetto con tutto quello che non metto più, e lo daremo alla volontaria che torna in Africa a fine giugno.

Con il mio fratello più grande abbiamo scelto anche dei giochi che non ci piacciono più. Niente pile ci hanno detto, giù in Africa costano moltissimo e se regaliamo giochi elettronici, poi i bambini non ci possono giocare perché non hanno i soldi per comprare le batterie.

Il mese scorso ci sono arrivati gli aggiornamenti dall’Africa, la pagella di Adamà e delle foto. Lei è molto brava a scuola e le piace molto. A me piace molto la mia sorellina africana. Mi è molto simpatica perché ride sempre.”

Adamà è sostenuta a distanza da una famiglia di Milano tramite l’associazione di volontariato
UnAltroMondo onlus, che supporta la scolarizzazione di bambini indigenti in alcuni quartieri periferici di Bamako, capitale del Mali.
UnAltroMondo onlus promuove iniziative e progetti nel campo della salute, dell’educazione e della qualità della vita in Africa (Mali e Senegal) e India, organizzandosi con le popolazioni locali per creare condizioni di vita più dignitose.
Il sostegno a distanza in Mali nasce nel 2002 e arriva a supportare oggi più di 250 bambini della scuola dell’obbligo.

Con meno di 1 euro al giorno, è possibile
Pagare l’iscrizione a scuola e acquistare tutto il materiale didattico necessario;
Garantire visite e cure mediche;
Occuparsi dell’alimentazione e del vestiario del bambino sostenuto;
Iscrivere i bambini all’anagrafe;
Supportare anche la scuola, la famiglia e indirettamente la comunità di cui il bambino fa parte.

Il sostegno a distanza è un aiuto concreto che interviene direttamente, permettendo ad un bambino di frequentare regolarmente la scuola e soddisfare i propri bisogni primari.
E’ molto più di un mero aiuto economico, poiché stabilisce un vincolo di solidarietà, di comprensione e vicinanza tra persone di provenienze diverse.

Per questo motivo, secondo il suo motto “Così lontani, così vicini”, UnAltroMondo onlus favorisce una reciproca conoscenza e l’instaurarsi di un legame concreto tra i protagonisti coinvolti attraverso contatti epistolari bilaterali, scambio di doni, incontri virtuali nel web e la possibilità di visitare i bambini personalmente.

Sarebbe bello se tanti altri bambini e altre bambine trovassero un fratellino o una sorellina a distanza come Adamà – e con questo l’accesso all’istruzione, uno dei principali diritti del bambini troppo spesso negato!

Per saperne di più: www.unaltromondo.it

Educare all’arte: un lento agire. A cura di Leontina Sorrentino.

Perché la lentezza non è più un valore? È possibile interessare dei bambini per più di 1 ora parlando d’arte? Cosa ci guadagniamo a soffermarci sui particolari?

In un sistema sempre più frenetico e in una società in cui persone, mezzi e immagini sono votate alla “velocità” è facile farsi prendere la mano. Ovvero aumentare il passo senza neanche rendersene conto.
Il tempo di laboratori didattici (nei musei, nelle scuole, negli eventi) viene sempre più ridotto. Si consolida la pratica di mediare informazioni complesse in una sola ora di lavoro con i bambini. Considero un errore pretendere di esaurire un argomento sull’arte – di qualunque natura esso sia- in un tempo così esiguo. Un laboratorio non è solo un momento di trasmissione di informazioni, ma un luogo di incontro e di scambio, in cui valorizzare anche la sfera relazionale.

Chi va piano resta indietro?
Esistono dei momenti, delle fasi, delle attività in cui non arrivare per primi al traguardo non è sinonimo di sconfitta! Raccogliamo suggestioni differenti a seconda della velocità a cui viaggiamo. Maggiormente ci soffermiamo su un’opera d’arte, più elementi singoli cogliamo, più interconnessioni siamo in grado di attivare!
A volte mi è stato contestato quest’approccio ‘statico’, in cui invito i bambini a soffermarsi anche i più piccoli particolari attraverso semplici osservazioni. Perché i tempi di attenzione dei bambini sono ridotti e se non arrivano in fretta al punto rischiamo di perderli. Il che può essere vero. Ma è anche vero che, se mi occupo di didattica, ho il compito di proporre visioni alternative al quotidiano. L’imperativo di offrire pluralità di sguardi su un mondo che è come ci appare, ma anche il suo contrario. Dobbiamo smettere di trasmettere un messaggio forviante: la lentezza non è necessariamente ritardo.

È una questione di attenzione
I bambini e le bambine di oggi sono, senza dubbio, proiettati ad un dinamismo maggiore rispetto alle generazioni passate. Ma questo non esclude che una buona pratica dell’osservazione, dell’ascolto, della valutazione e della sedimentazione dell’informazione non sia utile anche a questa generazione.
I bambini si annoiano quando non provano interesse. Se riusciamo a scandire il tempo del nostro laboratorio dando ritmi, differenziati a seconda delle attività e delle competenze che chiediamo loro di mettere in campo, eviteremo il problema della caduta di attenzione dopo i fatidici 30/40 minuti.

Vedere a lungo per capire a fondo
Senza allargare il discorso e allargarmi ad altri ambiti educativi, resto nel mio campo: la didattica dell’arte. È stato dimostrato che mediamente, per esempio durante una visita museale, le opere vengono guardate per pochi secondi. Per contrastare queste tendenze se attivano altre. Lo #SlowArtDay, per esempio, nasce come evento internazionale che invita invece a soffermarsi su un opera almeno 10 minuti. Quello che si vede soffermando lo sguardo per più tempo è differente da quello che si vede sorvolando l’immagine. Gli artisti operano, cercano, indagano materia, sensazioni, contenuti. Invitare a ‘sostare’ davanti ad un’opera è il promo passo per conoscerla. La prima mediazione culturale appartiene solo allo sguardo che si vi posa. Poi arriva il resto: le parole, le storie, le teorie.
Arte è sguardo d’insieme, ma anche dettaglio. Badare alle minuzie è una scelta che si porta dietro degli effetti. La visione d’insieme è indispensabile per collocare i particolari; per seguire il progetto; per visualizzare l’idea. Analizzare i pezzi del puzzle è un sistema per scoprire i codici che sottendono il tutto; per capire le possibili declinazioni; per afferrare sensi più o meno reconditi.

Opere come frattali
Per arrivare a cogliere i diversi livelli di lettura di un’opera, prima di una preparazione storica artistica occorre tempo per indagare. Esplorare le forme che ci regala l’artista; cogliere le sensazioni che ci suscita; comprendere rimandi culturali;
Un’opera non è mai un blocco monolitico. Ma un caleidoscopio di realtà che coesistono in un’unità formale. La possiamo ammirare nel suo intero o provare a scomporla in sottoinsiemi, che a loro volta ci rimandano ad altri significati e forme che a loro volta ci suggeriscono nuovi link, verosimili e parziali, dunque personali. Uno degli scopi della conoscenza dell’arte è questo: accogliere visioni non nostre per evolvere in possibili direzioni.